La crisi del maschio

Anche in una società per certi versi maschilista come quella cinese, il sesso forte non è più così forte. Anzi, da quelle parti la crisi d’identità dell’uomo comincia ben prima della maggiore età: addirittura nell’infanzia.

Lo sostiene “Zhěngjiù nánhái” (拯救男孩), “Salvate i maschietti“, un libro uscito a gennaio e firmato da Sun Yunxiao – vicedirettore del Centro di ricerca sulla gioventù e l’infanzia – Li Wendao e Zhao Xia, entrambi ricercatori in psicologia infantile.
La loro tesi è semplice: i ragazzi cinesi sono oggi inferiori alle coetanee femmine in molti campi e come gruppo vivono una crisi educativa, fisica, psicologica e sociale.

La società tradizionale cinese è incentrata sull’importanza del ruolo maschile. In base alle norme sociali, il figlio maschio è colui che resta nella famiglia d’origine e che si farà carico dei genitori, mentre la figlia si sposerà ed entrerà in un diverso nucleo.
Con la politica del figlio unico, molte famiglie hanno quindi fatto ricorso all’aborto selettivo per scongiurare la nascita di una femmina e garantirsi così la discendenza maschile.
Quell’unica occasione non andava sprecata.
Oggi, a differenza del resto del mondo, la popolazione cinese è composta in maggioranza da uomini.

Ora questi uomini sono in crisi. Secondo il libro, le eccessive attenzioni dei familiari adulti potrebbero essere una delle cause del problema: rendono i ragazzi meno indipendenti, più deboli e incapaci di affrontare frustrazioni e delusioni rispetto alle generazioni passate.
E così i “principini“, cioè i figli unici che catalizzano affetti e speranze di due genitori e quattro nonni, adesso tradiscono le aspettative.

“Le scuole elementari sono dominate dalle femmine, che sono brillanti, docili, piene di risorse e disinvolte. Eccellono dal punto di vista accademico e sono adorate dagli insegnanti. I leader studenteschi sono soprattutto ragazze”, dice Sun.

I maschi iniziano il ciclo scolastico già con ritardi nella lettura e nella scrittura. E il gap prosegue per tutte le scuole superiori: negli esami per accedere all’università, dal 1999 al 2008, la percentuale di ragazzi che hanno ottenuto i punteggi più alti è scesa dal 66,2% al 39,7.

Arriva l’università e continuano le umiliazioni: le ragazze sono la maggioranza nel 25% migliore, i ragazzi nel 25% peggiore. Tra i vincitori di premi e borse di studio dal 2006 al 2008, le femmine sono di gran lunga più numerose.

Problemi solo accademici? Nient’affatto. L’ex sesso forte registra performance calanti anche in velocità, resistenza, forza e capacità polmonare (e – orrore! – “i ragazzi cinesi tra i 7 e i 17 anni sono 2,54 centimetri più bassi dei coetanei giapponesi“).
I maschi sono anche più esposti delle femmine ai disordini psicologici come dislessia, deficit dell’attenzione e autismo.
In compenso è più facile che diventino tossicomani o commettano crimini.

Ci si consola osservando che la crisi del maschio non è un fenomeno esclusivamente cinese. Semplicemente, continua Sun, sia in Cina sia altrove sono la famiglia, la scuola e la cultura pop ad aggravare ulteriormente il problema.
Cultura pop? Sì, perché diffonde modelli poco virili.

Secondo “Zhěngjiù nánhái”, il problema principale è comunque l’istruzione. Il sistema educativo massificato e unisex non tiene conto delle differenze di genere. I maschi, che “a livello innato” sono più “avventurosi e fisicamente attivi” hanno maggiori difficoltà a starsene fermi in classe e vengono spesso bollati come studenti indisciplinati. Tendono anche a svilupparsi più tardi delle femmine e nell’istruzione “uguale per tutti” accumulano fin dai primi anni umiliazioni da cui non si riprendono più.

Il sistema degli esami tende poi a privilegiare specialità femminili come lettura, scrittura e recitazione. Le ragazze sono più ricettive verso l’istruzione scolastica, i maschi imparano meglio attraverso la pratica.

Inoltre, gli insegnanti sono soprattutto donne nelle scuole elementari (nelle città sono il 79%) e medie: ai ragazzi mancano modelli maschili di riferimento.
C’è qui una tipica identificazione confuciana tra l’insegnante e il maestro di vita: il docente non è semplicemente responsabile della propria materia, bensì di una condotta morale esemplare. E’ un modello.

Le soluzioni per non avere un popolo di “bamboccioni“?
Le scuole - suggeriscono gli autori – dovrebbero rispettare le differenze di genere, rendere i programmi educativi più dinamici e il sistema di valutazione più accurato.
E poi i maschi devono fare sport per crescere più virilmente: “I ragazzi devono muoversi all’aria aperta almeno quattro volte al giorno. Hanno bisogno di sfogare forza fisica ed energia”, conclude Sun.

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2 Responses to “La crisi del maschio”

  1. Limoncino Says:

    … e verrebbe da dire che infondo, alla faccia delle differenze culturali, tutto il mondo e’ paese ;-)

  2. Chen Ying » Blog Archive » Cina, dal figlio unico alla riforma delle pensioni Says:

    [...] La crisi del maschio [...]

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