Stabilità

Stabilità. E’ la parola che forse sintetizza meglio la politica cinese di oggi.
Stabilità per continuare a crescere con “armonia“, stabilità per gestire il sommovimento quasi geologico provocato da un miliardo e trecento milioni di persone protagoniste del più stupefacente boom economico della storia.
Stabilità che giustifica ciò che ai nostri occhi occidentali post-illuministi (e spesso interessati e/o condizionati) appare chiaramente come autoritarismo e repressione.

Stabilità evocata come “ovvia” dalle ultime dichiarazioni del ministro dell’Industria, Li Yizhong, che a proposito del contenzioso Cina-Google ha detto: “Se ci sono delle informazioni che attentano alla stabilità del Paese e del suo popolo, è ovvio che dobbiamo bloccarle”.

Ma la stabilità non era certo una priorità ai tempi della Rivoluzione Culturale, quando una generazione di giovani, sguinzagliata da Mao, mise a soqquadro l’establishment politico-sociale del Paese.
E quindi, anche la stabilità potrebbe avere una sua storia relativamente recente, post-maoista.

Wang Hui è forse il più noto rappresentante della nuova sinistra cinese (lui preferisce definirsi “intellettuale critico“, essendo “nuova sinistra” un concetto di derivazione occidentale), autore di “Il nuovo ordine cinese“, uscito nel 2006 per Manifestolibri.
Ho scoperto un suo scritto su New Left Review, sempre del 2006, che associa la  stabilità a un processo di “depoliticizzazione” che avrebbe caratterizzato la Cina da Deng in poi: che si sia d’accordo o no, è una bella provocazione per chi pensa che il ruolo del politico sia preponderante e intrusivo anche nella Cina contemporanea.

Intendiamoci sui termini: per Wang “depoliticizzazione” non significa che non ci sia più un controllo esercitato dal potere politico. Al contrario, significa svuotamento del dibattito interno al partito, per farne un mero apparato di controllo, e occultamento dei conflitti sociali, nel nome di una stabilità (appunto) funzionale al mercato.

La “politicizzazione” è l’esatto opposto. E’ ciò che fece Mao quando lanciò la Rivoluzione Culturale per rinnovare il partito contro la sua sclerotizzazione-burocratizzazione: scatenò il dibattito e la ricerca teorica; spontaneità e vitalità dell’agorà politica diedero luogo a forme di organizzazione sociale autonome.
E la violenza?
Per Wang corrisponde alla fase successiva, agli esiti tragici della Rivoluzione Culturale: lotte di fazione che eliminarono ogni possibile sfera sociale autonoma, degenerazione del dibattito politico in strumento di lotta per il potere, idea di classe come concetto meramente identitario. In altri termini, il trionfo della depoliticizzazione.

Così – secondo Wang – un partito “depoliticizzato” (privo di dialettica interna ed esterna) riprese il controllo della situazione.
Da allora, in nome della stabilità, il processo continua e la Rivoluzione Culturale è agitata come spauracchio. Così lo stato-partito ha la scusa per negare un’analisi critica dei problemi cinesi (corruzione, diseguaglianza sociale, crisi delle campagne e ambientale).

Attenzione, la depoliticizzazione prosegue secondo Wang parallelamente sia in Occidente sia in Cina, in un percorso simile.
Il partito, che sia unico (Cina) o sia un coacervodi più formazioni che dicono tutto sommato la stessa cosa (Occidente), non è più un’organizzazione con propri valori politici, bensì un meccanismo del potere (lo “stato-partito” cinese o lo “stato-multipartito” occidentale) che indica un’unica strada: la modernizzazione attraverso il mercato.
Il dibattito riguarda solo i dettagli tecnici su come ottenerla.

Così il mercato si autonomizza dalla politica e invade ogni sfera della vita.
Con l’avvento del capitalismo finanziario sovranazionale si rafforza ancor più l’idea di un mercato che si autoregola spontaneamente e che, così, può entrare nelle sfere politica, culturale, domestica, come un processo apolitico, “naturale“.
La peculiarità cinese consiste nel fatto che è la stessa elite del partito che cerca di governare questo processo.

In Cina, la fine della vitalità politica è dimostrata dall’assenza di ogni dibattito sulla “linea” e dal continuo richiamo all’unità del partito. Le riforme economiche diventano l’unico interesse del Pcc.
I dibattiti su come “occidentalizzare” il sistema politico cinese non sono altro che un’estensione di questo processo di depoliticizzazione.
Modernizzazione, globalizzazione e crescita sono concetti chiave di un’ideologia politica “antipolitica” o “depoliticizzata”.

In particolare, secondo Wang, ci sono tre elementi che ben illustrano lo stadio attuale della depoliticizzazione in Cina:

  • è diventato indistinto il rapporto tra elite politica e proprietari del capitale, è cambiata la base di classe del partito (si pensi alla teoria delle 3 rappresentanze di Jiang Zemin – 三个代表, Sān gè Dàibiǎo)
  • alcune funzioni economiche sono state cedute a organizzazione sovranazionali (Wto) che consolidano un ordine globalizzato e depoliticizzato
  • mentre il mercato è naturalizzato e lo stato è depoliticizzato, le divisioni sul tema dello sviluppo diventano mere dispute tecniche sui meccanismi di aggiustamento del mercato. Le divisioni tra lavoro e capitale, sinistra e destra, scompaiono

Gli “apparati ideologici di stato” (in Cina, i ministeri della Propaganda, della Cultura e dell’Educazione) supportano questa esigenza di stabilità per la supremazia ideologica del mercato, creano la sua egemonia.

Che fare?
Wang vede una contraddizione nel fatto che la Cina si richiama a valori socialisti.
Come fa lo stato-partito a riaffermarli di continuo mentre procede sulla strada che provoca le tipiche diseguaglianze del mercato? Come si può demaoizzare fino in fondo, se lo si fa nel nome di Mao?
L’unica possibilità per gli apparati di stato è quindi quella di reprimere tout court.
Qui, per Wang, sta paradossalmente la speranza: non si tratta di tornare al passato, ma di rivitalizzare di continuo la tradizione socialista e internazionalista cinese, il pensiero critico, di modo che l’apparato di potere sia sempre costretto a farci i conti.

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6 Responses to “Stabilità”

  1. Alessandro Says:

    Attenzione però, dire che durante la Rivoluzione Culturale una generazione di giovani fu sguinzagliata genericamente da “Mao” è fare un’eccessiva e decisamente fuorviante generalizzazione (che in un ambiente carico di ignoranza ideologizzata all’ossesso come quello italiano è molto pericoloso)..significa sottovalutare i ruoli di primo piano ricoperti nella genesi e nello sviluppo del movimento da tutta una serie di altri personaggi, a partire da Lin Biao (centrale nella costruzione della propaganda attorno alla figura di Mao tra gli studenti, e non in modo “disinteressato), e dall’ambiziosa e arrivista moglie di Mao, Jiang Qing, (molto più giovane del presidente..non dimentichiamoci che cmq la si voglia vedere, all’inizio della Rivoluzione Culturale Mao aveva già 72 anni, non proprio un ragazzino), per arrivare a Zhang Chunqiao e agli altri componenti della cosiddetta “Banda dei Quattro”. La Rivoluzione Culturale fu un fenomeno molto più complesso e sfaccettato di quanto comunemente da noi non si pensi (più volte si dovette impiegare l’esercito per riportare all’ordine le bande degli studenti).
    Per quanto riguarda le tesi di Wang Hui, non mi trovo granché d’accordo…tranne sul discorso delle similitudini tra “stato-partito cinese” e “stato-multipartitico in occidente”. Che all’interno del partito non ci sia dibattito interno mi pare un’affermazione altamente opinabile.

  2. Chen Ying Says:

    Anche secondo me le tesi sono opinabili, le ho riprese appunto come provocazione. Sul dibattito interno al partito chiaramente non ne so molto, però attenzione: lui non dice che non si discuta, dice che i dibattiti riguardano le modalità tecniche con cui perseguire la modernizzazione NEL mercato. L’ultimo tentativo fuori da questa logica fu a suo avviso la Rivoluzione Culturale.
    Sulla complessità del fenomeno non ci sono dubbi.
    Detto questo, il pensiero di Wang è interessante perché spiazza sia chi ritiene che la Cina sia un regime in cui la dimensione del politico invade la “naturale” sfera del mercato, sia (come me, per esempio) che cerca nella Cina quegli elementi di alterità rispetto alla nostra narrazione occidentale. Diciamo che è un’ottima antitesi per le nostre tesi

  3. Chen Ying » Blog Archive » Nucleare e yuan, destini incrociati Says:

    [...] Yimin insiste sul fatto che la “stabilità” – parola chiave per comprendere l’attuale politica cinese – si ottiene [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Beijing consensus Says:

    [...] dire che la Cina oggi è ancora in un’ipotetica “fase 1″: alla ricerca di stabilità interna ed esterna, tranquillizza i vicini sulle proprie intenzioni e socializza parzialmente i benefici della propria [...]

  5. Chen Ying » Blog Archive » Residenza a punti per i migranti rurali Says:

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  6. Chen Ying » Blog Archive » Il Grande Timoniere fa ancora discutere Says:

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