Commercio internazionale e ragioni cinesi

“Il basso costo del lavoro in Cina permette alle imprese straniere di tagliare i salari e aumentare i profitti. Ironicamente, i profitti crescenti finiscono nelle tasche dei boss stranieri e la Cina si becca le critiche per gli squilibri commerciali”.
E’ una frase di Tan Yaling, docente di finanza all’Università di Pechino, che rende bene l’idea di quale sia l’approccio cinese al tormentone economico che ci accompagnerà a lungo: rivalutazione dello yuan e squilibri nel commercio internazionale.
Sull’onda delle dichiarazioni del premier Wen Jiabao, la Cina contrattacca: manterrà lo yuan stabile, ancorato al dollaro. O quanto meno, non rivaluterà con la sollecitudine richiesta da Washington e adesso anche dalla Banca Mondiale.
Il renminbi ha mantenuto il cambio fisso con la valuta Usa fino al 2005, poi è stato rivalutato del 20%. L’ancoraggio al dollaro è stato ristabilito nel 2008, quando la crisi ha colpito le aziende votate all’export.
Un articolo di Xinhua spiega in cifre perché rivalutare il renminbi non servirebbe a niente. Di fatto – sostiene – un calo delle esportazioni cinesi penalizzerebbe soprattutto gli occidentali che investono oltre Muraglia, americani in primis.
Nel 2009 il 55,9% dell’export cinese è stato prodotto da aziende straniere con impianti in Cina. Per gli articoli high-tech la percentuale sale all’83%, per quelli elettronici al 75%.
Il 90% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono prodotte da imprese non cinesi.
Sono dati del ministero del Commercio di Pechino, ma anche una ricerca della University of California – sempre citata da Xinhua – sembra confermarli: sul valore nominale di un iPod assemblato oltre Muraglia – circa 300 dollari – solo 4 finiscono in tasche cinesi, mentre la quota maggiore va a designer, fornitori di componenti e venditori residenti altrove.
Quindi il surplus commerciale cinese non si tradurrebbe in grandi profitti.
Ed ecco la via d’uscita:
“Le statistiche dimostrano che nel 2001 il 18,3% delle importazioni high-tech cinesi provenivano dagli Usa. La percentuale è scesa all’8% nel 2008, riflettendo in parte più stretti controlli americani sulle esportazioni in Cina”.
Tradotto: volete ridurre il vostro deficit commerciale? Vendeteci più tecnologia.
Sullo sfondo, ci sono valutazioni di carattere più generale che spiegano le resistenze cinesi a rivalutare la moneta nazionale.
Secondo Francesco Sisci, le autorità cinesi da un lato ragionano in termini di interesse nazionale, dall’altro sono molto scettiche sulla gestione della crisi globale da parte degli Usa. Non si fidano sulle ricette che arrivano da Washington.
“Per quanto riguarda l’interesse cinese, la Cina ha già ventilato la possibilità di rivalutare lo yuan di circa il 10%. Secondo alcune stime la Cina ha riserve per un valore complessivo di circa 3mila miliardi di dollari, quindi una rivalutazione dello yuan significa una perdita teorica secca di 300 miliardi di dollari. Una rivalutazione del 40%, quanto chiedono alcuni economisti americani, avrebbe un valore di 1.200 miliardi!”
Poi c’è il problema della minore competitività delle esportazioni e quindi dell’occupazione: “Calcoli del governo sostengono che 1% di rivalutazione può corrispondere a un 1% di riduzione delle esportazioni e quindi a un diminuzione esponenziale dei posti di lavoro.”
Infine la storia insegna: “Negli anni ’80 gli Usa pressarono il Giappone per una rivalutazione, cosa che contribuì alla stagnazione economica del Paese.(…) Una conseguenza immediata possibile sarebbe l’arrivo di nuovi capitali dall’estero in Cina che spingerebbero a ulteriori rivalutazioni, aumenterebbero pressioni inflattive, e potrebbero spingere a successive fughe di capitali, cosa che farebbe precipitare l’economia cinese.”
Quanto allo scetticismo verso la gestione americana della crisi, Pechino imputa a Washington il fatto di non avere mantenuto le promesse circa l’introduzione di nuovi controlli e regolamenti sulle banche e sulle attività di Wall Street.
La Cina si sente attirata senza difese in territorio avverso, anche perché manca ancora quella riforma delle istituzioni internazionali (Fmi, Banca mondiale) che le assegnerebbe più potere decisionale, commisurato al suo peso economico.
A Pechino, si teme che l’America voglia far pagare a qualcun altro le conseguenze dei propri errori.
Vedi anche:
- Cina, come aumentare i redditi?
- Di renminbi, dollari, prezzi e guerre
- Tra dollaro e yuan ci rimette l’euro
- Tecnologie verdi e commercio diseguale
- Tecniche monetarie e salari industriali
- Paul Krugman e il Renminbi
- Dalla parte dello yuan debole
- La guerra dello yuan
Tags: cina, commercio, deficit, dollaro, esportazioni, export, renminbi, surplus, usa, wen jiabao, yuan
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marzo 19th, 2010 at 6:42 pm
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marzo 26th, 2010 at 6:11 pm
[...] Commercio internazionale e ragioni cinesi [...]
aprile 8th, 2010 at 5:23 pm
[...] E infatti altri articoli commentano il viaggio di Geithner dal punto di vista della ritrovata armonia nei rapporti economici Usa-Cina, accennando solo di sfuggita al tema spinoso della rivalutazione dello yuan e ribadendo la posizione cinese. [...]