Censura, arbitrio e giustizia penale

L’affaire Cina vs Google sembra giunto al capolinea e, per chi ne volesse ancora, circola abbastanza letteratura al riguardo.
L’enfasi mediatica data alla vicenda ha però contibuito ad animare il dibattito su questioni più generali e importanti.

Il tema che le riassume tutte è probabilmente quello della censura.
Si è saputo per esempio che alcuni netizen cinesi hanno scritto una lettera aperta a “i ministri competenti del governo cinese e Google Inc.” in cui chiedono di essere meglio informati sui retroscena legali del conflitto tra Pechino e Mountain View.
Non si sa chi e quanti siano i firmatari, se siano rappresentativi di qualcosa di più che di loro stessi, ma si tratta senz’altro dell’ennesima prova che la rete cinese produce critica e complessità.
L’aspetto più interessante della lettera è tuttavia il fatto che i suoi autori la mettano proprio sul piano legale.
In sintesi: quali leggi sono state violate da Google? La censura che si chiede di applicare ai risultati della search, è costituzionale?

Per poi concludere

“Noi sosteniamo la necessaria censura di contenuti e comunicazioni su Internet, sia per Google sia per ogni altra compagnia straniera o domestica. Ma ci auguriamo che tale censura sia condotta come segue:

* Deve essere fondata su leggi chiare, le relative regole e procedure di censura non devono violare la costituzione e le leggi cinesi. Criteri di censura  indeterminati si traducono in un’attività ultra-censoria e rendono impossibile autocensurarsi.
* La censura preventiva non deve essere attuata, perché la libertà d’espressione è garantita dalla costituzione cinese e le leggi non devono essere violate.
* Le procedure devono essere trasparenti, con processi e gradi di censura chiari e distinti. La censura deve essere applicata da un dipartimento di governo specifico. Non dev’essere così indeterminata da venire attuata da “dipartimenti competenti” che il pubblico non può identificare.
* Ci deve essere un canale per gli appelli dei netizen e delle aziende, così chiunque obietti a un particolare atto di censura può presentare un reclamo e ottenere la revisione del caso. Gli organismi legali cinesi devono identificare chiaramente modalità di indennizzo.
* L’attenzione e le discussioni dei cinesi su temi di interesse pubblico non devono essere ostacolate. Il diritto del pubblico allo studio, alla ricerca scientifica, alla comunicazione e all’attività commerciale, non deve essere inibito.”

Non è una difesa di Google. E’ una tutela di sé in quanto internet user. E’ richiesta di trasparenza legale per sapere come muoversi.

In Cina non si critica tanto la severità di una legge. Si critica l’arbitrio.
Una delle grandi tradizioni culturali, al pari di confucianesimo e taoismo, è infatti il legismo, che vedeva nel potere coercitivo della legge lo strumento per ordinare il mondo. Secondo alcuni studiosi, il comunismo cinese si rifà più a questa tradizione che a quella confuciana basata sull’educazione. Di sicuro è un retaggio culturale che, con gli altri, popola la testa dei cinesi.

Da sempre, la giustizia è quasi esclusivamente penale, connessa cioè alla pena intesa come atto che mette ordine nel caos del mondo. Distribuire pene è un attributo della sovranità, un simbolo del potere statale di rettifica.
Quando il mondo critica la Cina per l’applicazione estesa della pena di morte (anche a crimini che non implicano atti di violenza), la Cina risponde che la maggioranza della popolazione la vuole.

Ma è lo stesso partito che, nella sua storia, ha prodotto eccezioni per alcune categorie di persone: alcune più punibili (“nemici del popolo”, “controrivoluzionari”, “proprietari terrieri”, “elementi di destra”, etc) altre meno.
Con le riforme di Deng e l’ingresso nel mercato, la società cinese si è fatta più complessa e il partito ha gradualmente ceduto parte del controllo sociale ad altre sfere: il governo, il mondo dell’economia.

Una grande stagione legislativa si è aperta con Jiang Zemin , che ha lanciato lo slogan di “Stato socialista di diritto” nel 1997. Poi, nel 2004, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato tredici emendamenti alla costituzione che introducono i concetti di proprietà privata e diritti umani.
Questa evoluzione è avvenuta però senza che si limitasse il potere del governo di reprimere le proteste e le autorità giudiziarie continuano a dipendere in ultima istanza dal potere politico.
Si viaggia sempre sulla linea di confine tra applicazione della legge e arbitrio. L’ordine è sempre sul punto di divenire disordine.

La generazione di cinesi che naviga in Internet è figlia sia dello stato socialista sia delle riforme post ‘79, e sperimenta quotidianamente le vie di fuga messe a disposizione dalla Rete.
Non c’è quindi da stupirsi che i netizen chiedano certezze legali e non l’abolizione tout court della censura. Un po’ è strategia, un po’ è profondo sentire: conosci una legge e sai anche come difenderti o come aggirarla nella pratica quotidiana. Il peggio, è quando la legge non c’è.

[per approfondire il tema della giustizia penale in Cina, si legga  Klaus Mühlhahn - Criminal justice in China: a history - Harvard University Press]

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2 Responses to “Censura, arbitrio e giustizia penale”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Come funziona il Grande Firewall Says:

    [...] EMAIL « Censura, arbitrio e giustizia penale [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Oltre il Grande Firewall Says:

    [...] Opinione sul Grande Firewall: il 38% ritiene che andrebbe rimosso e circa il 50% suggerisce regole più trasparenti sulla censura in [...]

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