Stato vs mercato

Come cambia la competizione economica in un contesto come quello cinese, dove lo Stato è attore ben presente nella sfera economica, dove questo Stato non è una democrazia occidentale e dove pur tuttavia la ripresa è stata più incisiva e rapida che altrove?

Prova a rispondere Ian Bremmer, autore di “The End of the Free Market: Who Wins the War Between States and Corporations?”, in una videointervista per McKinsey Quarterly.

Lo Stato, non il mercato, guida gli investimenti e stabilisce le regole. Questa è la maggiore distinzione tra la Cina e l’Occidente.

Per cui, l’avveduto amministratore delegato di una multinazionale occidentale che opera in Cina deve porsi le seguenti domande:

“[...] a oggi ci sono concorrenti locali? Sono in grado di produrre economie di scala? Ce ne saranno tra tre o quattro anni? Hai da offrire qualcosa di indispensabile non solo oggi ma anche domani, con sui lo Stato non sia in grado di competere, che non possa espropriarti, a cui non possa rinunciare grazie a imprese locali o statali in grado di farti fuori?”

Si noti che i primi tre quesiti sono quelli tipici per un’economia capitalista nel quadro del sistema liberaldemocratico, dove comanda la “mano invisibile del mercato” e lo Stato si limita a correggere le storture peggiori (salvo poi rimediare agli errori della finanza con i soldi dei contribuenti, è storia di questi giorni in Europa e degli ultimi due anni in tutto il mondo).
Sono domande standard – quasi da business plan – che ogni imprenditore deve porsi per agire non solo all’estero ma anche sul mercato domestico.
L’ultima domanda (in realtà più domande in una) ha invece a che fare con il ruolo decisivo dello Stato e con la situazione particolare cinese.
Il punto – aggiunge Bremmer – è che i tuoi vantaggi competitivi di oggi potrebbero non essere tali domani semplicemente perché lo Stato ha deciso così. E’ la politica che detta e cambia le regole e che investe direttamente o indirettamente a seconda dell’interesse del Paese.
Prendiamo il caso Google: non se ne è andato per problemi di censura, ma perché Baidu era appoggiato dal governo cinese per diventare il motore di ricerca numero uno.

E quindi cosa vuole oggi il potere politico cinese?
Semplice: tecnologia.

Attenzione, non è stato sempre così: prima voleva denaro. Ed è sull’onda degli investimenti nelle manifatture cinesi che il business occidentale è entrato nella futura “fabbrica del mondo“. Questo è un modello superato ma non tutti i Ceo l’hanno compreso. Oggi la Cina non ha più bisogno di liquidità, ha bisogno di tecnologie.
Ma le corporations occidentali sono restie a cederle, per via della scarsa protezione del copyright e dei problemi di cybersecurity.
Questa è la contraddizione del momento – secondo Bremmer – perché quando sia la crescita cinese sia la disoccupazione Usa sono al 10%, la Cina non può essere ignorata.
Bisogna farsene una ragione: il Paese che cresce di più è un capitalismo di Stato dove è la politica ad avere l’ultima parola.

Il ragionamento di Bremmer non fa una grinza. Se è vero che il capitalismo di Stato può dare luogo a sacche di inefficienza e a fenomeni di corruzione, alla resa dei conti oggi sembra un modello più solido.
Guardando a Oriente ma anche a Occidente dove, senza Stato (o super-Stato europeo), non si esce dalla crisi.

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4 Responses to “Stato vs mercato”

  1. Nino Says:

    Io mi chiedo se la Cina, oltre a potere essere un modello positivo (nei termini che indichi tu) di gestione dell’economia, può esserlo o diventarlo anche nella politica.
    Cioè mi chiedo se il famoso problema dei “diritti umani” sia costitutivo del modello o se invece non possa essere ridimensionato in un’evoluzione non traumatica del sistema.
    Io propendo per la seconda ipotesi.

    Saluti

    P.s.: Buon viaggio!

  2. Chen Ying Says:

    Grazie per l’augurio!
    Guardiamo il percorso dal 1989 a oggi: sul piano politico-sociale (escludiamo quello economico) è cresciuta più la Cina o l’Europa? I punti di partenza erano differenti già da prima, ma proprio in quell’anno la Cina viveva Tiananmen mentre l’Europa celebrava la fine del comunismo, delle divisioni, e sembrava di nuovo l’epicentro dei valori democratici.
    A distanza di 20 anni abbiamo un’Europa involuta, incapace di creare una vera unione, subalterna nelle decisioni che contano, pervasa da paure e da rigurgiti reazionari: un’Europa che alza i muri. Abbiamo invece una Cina dove anche le “aperture” (non le difinisco “democrazia” perché in quanto forma politica che nasce nella civiltà occidentale la reputo storicamente e geograficamente limitata), oltre all’economia, crescono. Un cinese oggi può viaggiare, animare dibattiti sui media, aggirare il controllo grazie alla Rete, fare lobbying su temi specifici. Non può criticare esplicitamente il potere costituito e mettere in dubbio il primato del Pcc, ma anche il partito non è un monolite, al suo interno c’è un universo in ebollizione. Ed è costretto ad adattarsi costantemente a un contesto sociale che evolve. Il ritmo con cui la Cina si è trasformata anche politicamente ci fa dire che oggi è più vicina a noi di quanto siamo soliti pensare. Certo non sarà “democrazia” come la intendiamo noi, né adesso né probabilmente mai. Ma questo fa parte della biodiversità che per me è più importante della tanto proclamata libertà (che di solito vuol dire solo quella di consumare).
    Insomma, sono molto più ottimista sulla Cina che sull’Europa. E credo che abbiamo da studiare a da imparare (anche se personalmente mi sento al 100% un prodotto della civiltà occidentale, lo rivendico e non potrebbe essere altrimenti)

  3. Alessandro Says:

    “non le difinisco “democrazia” perché in quanto forma politica che nasce nella civiltà occidentale la reputo storicamente e geograficamente limitata”

    “Ma questo fa parte della biodiversità che per me è più importante della tanto proclamata libertà (che di solito vuol dire solo quella di consumare)”

    Ecco, questi sono i due motivi principali (oltre all’obiettivita’ e alla misura con cui solitamente affronti le questioni) per cui amo consultare il tuo sito..Su quei punti la penso esattamente come te, e non siamo davvero in molti a farlo (almeno tra le persone che conosco)..La biodiversita’ culturale (di cui quella politica e’ un aspetto) e’ importante e da preservare quanto lo e’ quella ambientale e naturale..

    Alessandro

  4. Chen Ying Says:

    Grazie Alessandro!
    Concordo al 100% con la tua ultima frase

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