Uno sciamano al volante

Che l’alcolismo in Mongolia fosse un problema si era capito. Io l’ho toccato con mano in un viaggio allucinante tra Tsagaannuur e Mörön, nel Khövsgöl Aimag, la provincia più settentrionale del Paese.

Sono con Annie, una ragazza del Quebec in vacanza con il fidanzato che, dopo dieci giorni a cavallo e non potendone più, si è momentaneamente separata da lui con la reciproca promessa di ritrovarsi a Khatgal. Io ho un aereo che mi aspetta a Mörön, le propongo di rientrare con me per dividere le spese. Accetta.

Zaya e Ultsan - i miei amici – ci hanno trovato un passaggio per l’indomani: “E’ uno sciamano molto rispettato, vi porta a Mörön per 100mila tögrög (circa 55 euro) in tutto. Vuole partire alle 7:00 puntuale (‘no Mongolian time’) perché deve essere là presto.”

La mattina dopo ci svegliamo alle 6:00 e alle 7:00 siamo prontissimi. Non arriva nessuno.
Alle 7:30, io, Ultsan e Zaya andiamo dallo sciamano (“vedi che bella casa ha? La gente viene anche da lontano per consultarlo”) e troviamo solo moglie e bambini assonnati: lui è uscito presto per andare da suo zio.
Si va dallo zio che, come molti a Tsagaannuur, è alle prese con seghe e tronchi di legno per costruirsi la sua bella dependance (il governo locale sta assegnando terreni gratis).
Ma lui manco l’ha visto.

Zaya con nonchalance mi butta lì: “Sì, a volte beve, ma rispetta sempre gli impegni”.
A questo punto, io e Ultsan decidiamo di cercare la sua jeep bianca in giro per il paese.
Dopo alcuni falsi avvistamenti, vedo in lontananza una Toyota parcheggiata di fianco a una ger (la casa-tenda che noi chiamiano “yurta“), fuori dall’abitato. E’ lei.
Avvicinandoci sentiamo un vociare dall’interno e Ultsan si gira verso di me sconsolato: “VODKA!”
Entriamo e mi trovo di fronte alla seguente scena: otto persone (tra cui due donne) di varie età, chiaramente ubriache, si stanno passando il bicchierino nel solito rito per cui uno versa e offre a tutti; prima di bere, ognuno intinge l’anulare e schizza qualche goccia nelle quattro direzioni, in forma di benedizione.
Ultsan mi indica un tipo spaparanzato con le gambe larghe, lo sguardo annebbiato e il bicchierino in mano: è lo sciamano, cioè il mio autista.

Il mio cervello prende a girare vorticosamente: meglio 271 chilometri su piste e sentieri di montagna con un ubriaco al volante o rischiare di non partire, perdendo il mio aereo per Ulaanbaatar? Ovviamente prendo la decisione sbagliata e punto sull’ubriaco.
Lui mi guarda sgranando gli occhi e in russo mi fa: “Skol’ko casov?” (che ora è?)
“Vosem’ tridt’sat’” (8:30), sibilo tra i denti: sono le tipiche situazioni in cui mi si serra la mascella.
Dopo un ultimo giro di vodka – ci mancherebbe – si trascina fuori e ci fa salire sulla jeep. Torniamo zigzagando fino alla nostra ger e spiego ad Annie la situazione. Sembra divertita anche se un po’ perplessa.
Intanto, gli amici mongoli sono alle prese con lo sciamano-autista.
Dico che finché lui non si riprende voglio guidare io, basta che lui tenga gli occhi aperti e mi indichi la strada, ma quello si impettisce e fa: “Conosco bene le leggi, io, non si guida senza patente”, agitando pure il ditino come per darmi la lezione.
Mi spiegano che c’è anche un altro autista e che adesso si va a prenderlo. Lo fanno con quel tono che lascia intendere: “Su coraggio, passerà anche questa”.
Mi fido, salutiamo tutti e partiamo.

Lo sciamano si presenta come Mokha o qualcosa del genere, e dirige la jeep ballonzolante tra rocce e buche fino a una ger fuori dall’abitato. Ma l’altro autista non c’è. Beviamo senza nessuna voglia il consueto tè al latte che ci viene offerto nella yurta e torniamo in paese con molto stress addosso.
Qui, trasportato su una motocicletta cinese spunta l’altro “driver”. Mokha lo spedisce a comprare qualcosa mentre noi ripassiamo da casa, visto che ha dimenticato la patente. Avutala dalla moglie, che lo guarda sconsolata e con parecchia vergogna, me la mostra con ostentazione (visto che sono un autista qualificato? Mica come te che non hai uno straccio di patente mongola!) e si riparte.
Raccogliamo per strada l’altro tipo. Sotto il giubbotto ha una bottiglia di vodka appena acquistata.
Dico a Mokha che deve guidare il suo socio, che mi pare sobrio. Lui mi sventola di nuovo la patente sotto il naso biascicando qualcosa e, con lo sguardo pesto, si piazza irremovibile al volante.

Sono quasi le 10:00 e ci si mette in viaggio con un ubriaco alla guida, una bottiglia di vodka nel cassetto sotto il cruscotto, molta tensione e un gran puzza di alito alcolico che invade tutto l’abitacolo.
Il sedicente sciamano si mette a cantare le solite canzoni folk mongole – per altro benino, voce impastata a parte – e Annie lo asseconda canticchiando pure lei. Io decido di non peggiorare la situazione e me ne sto tranquillo per modo di dire, la mascella sempre più serrata.
La guida di Mokha è in realtà molto prudente, fin troppo, ogni sasso e ogni buca che possano scalfire la sua preziosissima Toyota sono aggirati con più circospezione di quanta ce ne avrebbe messa Gengis Khan nel conquistare una città, e si ballonzola così per una decina di chilometri, tra scenari stupendi che non riesco a godermi.

Arriviamo a un gruppo di ger e Mokha, tutto eccitato, ci dice: “Amici!
Si ferma, entra, e l’altro lo segue con la vodka. Mi metto di mezzo: “No! Vodka no!”, ma quello mi fa segno che è per gli “amici” (ci mancherebbe, un regalo!) e mi sfila davanti.
Mi sento offeso, mortificato, incazzato, deriso. Entro nella ger e partecipo anche io al fottuto rito del bicchierino con spruzzo del dito anulare.
Intanto Annie si fa rapire da una giovane discretamente carina – mi pare di avere anche intravisto una minigonna – che se la porta in un’altra ger a bere il maledetto tè con il latte. A metà bottiglia di vodka trascino i due “autisti” fuori dalla ger e chiamo a gran voce Annie, che schizza all’aperto mentre la ragazza graziosa la insegue con una scodella fumante.

Si parte? Neanche per sogno. Si attraversa la strada (cioè la pista sterrata) perché bisogna fare “benzin!“,
Non ci credo e pedino Mokha fin dentro la cabina di legno del suo ennesimo amico che però sembra un tipo a posto: niente vodka ed effettivamente ci dà una tanica di benzina. Al momento di andarcene, l’uomo mi guarda tra il divertito e il comprensivo e mi dice in russo: “Moi drug” (è un mio amico), indicando Mokha. Ho la sensazione che invece mi stia dicendo: “Auguri, ora sono tutti cazzi tuoi”.

Partiamo e dopo dieci metri prendiamo una buca, l’autista patentato sbanda e inforca pericolosamente la via del greto di un torrente. A questo punto, Annie ha un attacco di panico e si mette a urlare: “STOP!-STOP!-I’M-SURE-YOU-UNDERSTAND-THIS-WORD-STOP!-STOP!-STOP!”, e Mokha, invece di correggere la traettoria, si gira a guardarla con aria stralunata. Miracolosamente l’auto si inchioda, io e Annie saltiamo fuori, balzo verso la portiera dell’autista, lo trascino fuori per la collottola mentre l’amico dall’altra parte mi fa capire a gesti che sì, per carità, adesso guida lui.
Giro attorno alla macchina, apro il cruscotto e sequestro la mezza bottiglia di vodka. Mokha, un po’ spaventato e un po’ sorpreso, si offre allora di stare dietro con Annie lasciando a me il posto davanti. Lei mi sibila: “Non ho nessuna intenzione di averlo qui vicino”. Lo sospingo nel posto di fianco al guidatore e si riparte.

Proseguiamo per un’altra decina di chilometri con noialtri due, dietro, che commentiamo divertiti il nostro exploit e loro due davanti che fanno il verso ad Annie – “Stop! Stop! Stop!” – e ridacchiano. Ogni tanto lo sciamano si gira verso di me e truce, a denti stretti, mi dice qualcosa che potrebbe essere benissimo: “Appena-mi-capita-l’occasione-ti-taglio-la-gola”.
Poi crolla sul sedile e comincia a russare, biascicando qua e là qualcosa nel sonno. A un certo punto si riversa indietro con la testa capovolta e ci russa in faccia il suo alito puzzolente.
Intanto l’amico va letteralmente a quattro chilometri l’ora, ci mancherebbe che facesse un graffio alla Toyota del suo socio. Ogni pietra è la scalata del K2, ogni buca un tuffo nell’ignoto.
Dopo un paio d’ore e circa dieci chilometri, lo sciamano automunito si sveglia mentre l’altro è paralizzato davanti a un torrente che non sa come attraversare. Con imperiosi comandi istruisce il suo co-pilota e il fiumiciattolo è superato.

Stop, si scende. Mokha recupera un beauty-case dal cassetto, si lava la faccia e i denti nel torrente, si pettina con la riga di lato, poi mi chiede un pezzo di carta igienica e caga in un prato. Intanto chiacchiero (più o meno) con l’altro e apprendo che loro due hanno entrambi 35 anni: ne avrei dati 50 a lui e 45 almeno (portati malissimo) allo sciamano.
Si riparte, ho perso il senso del tempo e dello spazio ma so che resteranno almeno 230-240 chilometri da fare (su 270), sono già esausto e però stranamente fiducioso nella guida dello sciamano sobrio, anche se ha la faccia frollata come se fosse passata sotto il pestacarne.

Incontriamo il primo centro abitato dopo la partenza. Lui devia e si dirige verso uno spaccio: “Delguur!” (negozio). Ho un sospetto e lo seguo dentro. In effetti compra del tè freddo e delle gomme da masticare. Poi, furtivo, si procaccia l’ennesima bottiglia di vodka.
Non ne posso più. Mi paro davanti e lo imploro in russo: “Per favore Mokha, per favore, la bevi a Mörön, non prima, d’accordo?”
Assume un’aria un po’ allibita (“per chi mi ha preso questo qui?”) e con ostentazione mi consegna la bottiglia dicendo qualcosa in mongolo che non capisco.

In effetti si procede più spediti, almeno all’inizio. Poi, dopo una salita estenuante e lentissima su una mulattiera, arriviamo a un passo dove alcuni cartelli ci indicano le distanze: Tsagaannuur 110 Km, Mörön 159 Km. Siamo a meno della metà.
Visto che ci sono alcuni Ovoo (i cumuli votivi), Mokha si ricorda delle sue prerogative da sciamano e mi chiede la vodka. Penso sia meglio farla finita, prendo la bottiglia piena e lui mi concede perfino l’onore di eseguire il solito rito dell’anulare, con lancio finale dell’avanzo di bicchiere verso i cumuli. Poi, con fare solenne, mi fa segno di tenere la bottiglia come a dire: “Visto che non ne ho bisogno? Sono uno sciamano, io!”

Proseguiamo e per strada incrociamo diversi Uaz Purgan, jeep, motociclette. Lui ovviamente conosce tutti e con tutti si ferma a parlare. E il tempo scorre.
Si arriva stancamente a Ulaan Uul (la “montagna rossa”), cioè a metà percorso.
E’ tempo di fermarsi a mangiare in una locanda. Mentre aspettiamo la zuppa bevendo tè, lui sgattaiola fuori e sento che apre il portellone della jeep. So già cosa sta facendo. Infatti lo vedo che si infila con il suo socio e due altri tipi dietro una casetta di legno. Mi alzo, li seguo, e sono lì seduti e pacifici: bottiglia, bicchierino e dito anulare spruzzante.
Rassegnato, gli faccio segno che si mangia (cioè NON si beve) e lui, con l’aria sfatta ma arzillo, mezzo in mongolo e mezzo in russo: “Sa Sa, Mörön, poidiom” (sì sì, Mörön, ci andiamo). Consumiamo in fretta tagliatelle con brodo di carne di pecora e saltiamo in macchina.
Ma attenzione, è arrivato il suo amico guidatore di Uaz Purgan. Stop e altro giro di vodka.
Provo a oppormi ma lui sgrana gli occhi e mi indica il nuovo venuto come a dire: “Ma scherzi? Come si può non celebrare questo momento?”
L’amico, un omone rubicondo e sorridente, offre anche a me. Naturalmente.

Per fortuna la cosa dura poco. Sono le quattro passate, abbiamo fatto 130-140 chilometri in sette ore e ne mancano altrettanti.
La candida Annie osserva che se alla mattina era piuttosto divertita, adesso è molto stanca e arrabbiata. Se facciamo tardi alla guesthouse di Mörön e buttiamo giù dal letto il proprietario, lei gli farà notare che è tutta colpa di “quest’uomo”.
Le do corda senza credere minimamente che possa servire a qualcosa e nel frattempo scrivo un sms da spedire a Zaya quando ci sarà “campo” (in città), un po’ per sfogarmi e un po’ sperando che serva a sputtanare Mokha a Tsagaannuur: “The so called shaman is an alcoholic and a motherfucker. Really a bastard. Tell all the people, please”.

In realtà sento che sto entrando nella logica di quel “bastardo”. Dopo tutto, lui a Mörön ti ci sta portando, per 100mila tögrög come convenuto. In un viaggio che ti prende comunque tutta la giornata, che te ne frega se ci metti otto o dodici ore? Lui è ubriaco? Fidati. Tanto sulle piste sterrate si va piano, mica può sbandare a 150 Km/h e farci sfracellare contro un guardrail o invadere l’altra corsia provocando un bel frontale.
Il punto è che mi sento preso in ostaggio dei suoi porci comodi, privato della mia libertà di scelta e di conseguenza nelle mani di un uomo inaffidabile che, chissà, potrebbe rapinarci e magari abusare di Annie. Qualcosa di molto occidentale. Misuro il conflitto di civiltà.
Provo a immedesimarmi in lui e penso che il suo essere benvoluto da tutti quelli che incontra e quasi personaggio pubblico a Tsagaannuur sia una sorta di garanzia.

Io e Annie ci mettiamo a parlare dei fatti nostri italo-québécois mentre i due davanti chiacchierano e ridacchiano.
Arriviamo a Mörön dopo 13 ore di viaggio senza esserci troppo piaciuti, noi occidentali e lo “sciamano” con galoppino al seguito. Forse ci siamo conosciuti un po’.

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4 Responses to “Uno sciamano al volante”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Economia della renna Says:

    [...] Uno sciamano al volante var a2a_config = a2a_config || {}; a2a_localize = { Share: "Condividi", Save: "Salva", Subscribe: "Abbonati", Email: "E-mail", Bookmark: "Segnalibro", ShowAll: "espandi", ShowLess: "comprimi", FindServices: "Trova servizi", FindAnyServiceToAddTo: "Trova subito un servizio da aggiungere", PoweredBy: "Fornito da", ShareViaEmail: "Condividi via email", SubscribeViaEmail: "Abbonati via email", BookmarkInYourBrowser: "Aggiungi ai segnalibri", BookmarkInstructions: "Premi Ctrl+D o Cmd+D per aggiungere questa pagina alla lista dei segnalibri", AddToYourFavorites: "Aggiungi ai favoriti", SendFromWebOrProgram: "Invia da un indirizzo email o client di posta elettronica", EmailProgram: "Client di posta elettronica" }; a2a_config.linkname="Economia della renna"; a2a_config.linkurl="http://www.chen-ying.net/blog/2010/06/13/economia-della-renna/"; [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Un campo di calcio di nome Mongolia Says:

    [...] Ritorno a Ulan Bator, sono con Ariukaa all’Irish pub. I Mondiali sono iniziati e tutti i locali del centro hanno gli schermi piatti accesi. I camerieri girano tra i tavoli con i colori dei diversi Paesi pitturati sulle guance, qua e là qualche maglietta delle nazionali. Oddio – penso – ecco la globalizzazione che avanza, il luogo in cui i nomadi perdono la loro identità e diventano stanziali, complice l’infame baraccone calcistico e la sindrome da bar sport. Fine della biodiversità, sciagura, la narrazione unica che avanza. “Sono contenta di essere rimasta in città – dice lei – succedono tante cose e poi ci sono i Mondiali“. Tracollo: “Ma scusa, chettenefrega a te dei Mondiali?”, faccio indispettito. “Assolutamente niente, però è un evento. E’ una cosa divertente“. [...]

  3. P@ola Says:

    Sì, vi siete conosciuti un po’ …
    Ho lavorato per 5 anni in Oriente e situazioni simili capitano.
    Siamo noi che dobbiamo adattarci a loro ?

  4. Chen Ying Says:

    Direi di sì. Nei giorni successivi ho pensato alla nozione di “contratto”. La nostra logica vorrebbe che nel momento in cui ti offri di darci un passaggio per 100mila T e dici che partiremo alle 7:00 di mattina, ti impegni sia a rispettare l’orario sia a offrirci il miglior servizio possibile. In realtà poi ho ricordato che nei rapporti d’affari tra Occidente e Cina, una delle cose che fanno ammattire i “nostri” è proprio il rispetto dei contratti. Per noi sono “nero su bianco”, per la controparte cinese sono spesso un “punto di partenza” da cui poi gradualmente tendere all’ottimizzazione del proprio vantaggio. Mongolia e Cina sono diversissime, direi opposte per tantissime cose (al di là del fatto che si detestano reciprocamente senza nasconderlo troppo), però non escludo che per il mio sciamano-autista, il nostro accordo fosse tutto sommato un semplice “sfondo” su cui poi farsi beatamente i fatti suoi. E poi alla fine, se di contratto vogliamo parlare, lui ha sforato solo l’orario di partenza (di parecchio). La clausola “l’autista deve essere sobrio” non era prevista :)

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