
In questi giorni, sto chiedendo a chiunque intervisti per lavoro, o anche a quelli con cui faccio quattro chiacchiere, come possa la Cina esportare la propria cultura e, soprattutto, di che cultura stiamo parlando. E’ la missione del futuro, quella indicata dal presidente Hu Jintao come eredità politica del suo mandato. Raccolgo risposte disparate, le archivio con cura e un giorno spero di metterle insieme come in un puzzle.
La risposta più sorprendente mi è arrivata da un’amica: “Ma non capisci che sta già succedendo?”
“Oddio – le ho detto – ma non è la vostra merce abbia la stessa forza di Hollywood.”
Pensavo ai film di cappa e spada cinesi, con gente che vola e roba del genere. Fondamentalmente cretinate che fanno sorridere e rafforzano una certa idea di Cina “freak”.
“Sei tu – ha incalzato lei – che porti la cultura cinese nel mondo. Tu e gli stranieri come te: venite qui magari per business, poi tornate a casa ed esportate la Cina.”
Rivelazione. Mi stava dicendo che non è tanto con la merce culturale (film, libri, news, soap operas) che la Cina esporterà il proprio soft power, ma con il nostro (mio e degli altri, sempre più numerosi, che qui vengono e fanno avanti indietro con il proprio Paese) riempirci di polline cinese per poi fecondare le nostre terre. Siamo infetti di Cina.
Torniamo a casa e parliamo di Cina, diventiamo oggetto d’interesse semplicemente perché siamo stati in Cina (“L’ha vist’ chel lì, sciura, l’è el fioeu della sciura Mariuccia ch’el va semper in Cina”), abituiamo amici e parenti all’idea di Cina, sia che ne parliamo bene, sia che ne parliamo male.
La Cina adesso c’è. E’ nelle teste dell’Occidente. Trenta, venti, dieci anni fa non era così.
Mi sono sentito un cammello sulla via della Seta, un animale ignaro che trasporta in groppa quelle spezie di cui ora l’Occidente non può più fare a meno. Ho pensato al té che è così naturalmente e ovviamente “mio”.
“Hu Jintao – ha concluso la mia amica – ha semplicemente preso atto di questo processo e adesso vuole valorizzarlo. Potenziarlo. Magari rallenteremo un po’ l’esportazione dell’economia e velocizzaremo quella della cultura. Va bene, io sono d’accordo.”
Ma a quel punto, i film di Zhāng Yìmóu e notiziari di Xinhua in Africa Subsahariana non mi sembravano già più la cosa essenziale: anzi, mi apparivano un astuto diversivo.