Archive for the ‘Cultura’ Category

Ai Weiwei, ecco la foto

lunedì, novembre 21st, 2011

Sul Guardian, la foto che sarebbe all’origine della nuova incriminazione di Ai Weiwei.
Si intitola “Una tigre, otto seni” (一虎八奶图 – One Tiger Eight Breasts).
Fa parte di una serie.
Ai ha commentato: “I netizen vengono per fare delle foto con me, noi diciamo loro ‘perché non facciamo foto di nudo?’ e loro accettano. Così le abbiamo fatte e poi pubblicate su internet, e questo è tutto, ce ne siamo perfino dimenticati”.

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国进民退- Guó Jìn Mín Tuì

domenica, novembre 20th, 2011

Sull’onda delle vicende di Wenzhou e sulla situazione del sistema bancario (e delle imprese) cinese, ho imparato questa nuovo modo di dire: 国进民退- Guó Jìn Mín Tuì, cioè praticamente, “se lo Stato avanza, la gente si ritira“.
Di quello che sta accadendo, abbiamo dato ampio resoconto su PeaceReporter e su Chinafiles (dico “abbiamo” non perché parli di me in pluralis majestatis, ma perché c’è di mezzo anche Simone Pieranni). Per chi volesse ricostruire le vicende, ecco alcuni articoli in ordine cronologico (dal primo all’ultimo):

Qui mi interessa segnalare un commento di Patrick Chovanec (professore di Economia e Management alla Tsinghua di Pechino), che nell’agosto 2010 ci dava una visione più estesa di quel modo di dire (“The rough ambiguity of the characters could also suggest ‘the nation advances, but the people fall behind’”) e, riprendendo un articolo del NYT, ricordava che in risposta alla crisi economica globale, lo Stato cinese aveva iniziato un processo di rinazionalizzazione dell’economia, favorendo le imprese di Stato a scapito di quelle private.
Oggi, la parziale liberalizzazione del credito cominciata a Wenzhou inaugura una fase nuova, in cui si cerca di riaprire i cordoni della borsa per i privati.  Per un quadro complessivo, segnalo anche questo articolo di Antoaneta Becker.

Ideologie l’un contro l’altra armata? Di qui i buoni e di là i cattivi? Niente affatto. Noi occidentali siamo ancora legati alle guerre di religione tra ultraliberisti e statalisti. Dato che il liberismo è la dottrina (proprio nel senso religioso del termine, cioè come qualcosa che non si può spiegare rezionalmente ma che richiede un atto di fede) che ci viene trapanata nel cervello come “naturale” da almeno un trentennio, tendiamo a considerare vecchio e inefficiente tutto ciò che puzza di Stato. Dimenticando spesso le sciagure prodotte dal liberismo, che esporta guerre e crisi economiche e, ultimo trend, impone i propri uomini alla politica, affinché il capitalismo finanziario continui ad accumulare risorse sui cadaveri del welfare e della convivenza sociale (senza però disdegnare una incidentale virata “statalista” quando le banche, attraverso le proprie lobby politiche, impongono alla collettività di salvarle mettendoci le mani in tasca).
Per la Cina si tratta di successivi aggiustamenti in corso d’opera, tenendo ben presente il fine ultimo: crescere evitando il disordine. Quindi, fasi liberiste e stataliste si alternano e compenetrano.
Che questo movimento yin & yang dell’economia continui a funzionare, è la scommessa del futuro. Forse l’unico, vero “modello cinese“.

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Tutti nudi

sabato, novembre 19th, 2011

La notizia è di ieri e la leggete qui: Ai Weiwei, l’artista-attivista ormai da tempo nel mirino del sistema giudiziario cinese, è stato accusato anche di pornografia (oltre che di evasione fiscale) per alcune foto di nudo comparse tempo fa su Internet.

Da oggi, su Twitter, Ai e i suoi follower stanno postando a raffica autoscatti molto ironici (anche nei commenti) e molto nudi.
Ecco alcuni esempi: 123456
Se volete seguire tutta la faccenda, diventate follower di Ai Weiwei (che, per inciso, avrebbe pure il divieto di postare su Twitter) qui: @aiww

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Ordine

venerdì, novembre 18th, 2011

Di nuovo sul tema “cultura” (dominante) e di nuovo Caparrós.

«Vorrei capire come si afferma un’idea di “ordine”. Ordine nel senso più immediato: che un tale cammini per una strada qualsiasi e pensi, ah, si vede che qui c’è un ordine. Perché mi viene da pensare che la cultura che impone la sua forma di ordine è la cultura dominante di un’epoca: le altre sono errori, variazioni più o meno accentuate che dovrebbero correggersi.
O, addirittura, che per dominare un’epoca, una cultura debba imporre il suo senso di ordine, uova e galline.
Adesso l’idea egemonica dell’ordine è nordeuropea: un ordine, per cominciare, arrivato dal freddo, dalla vita tra quattro mura, strade la cui funzione è trasportarti da un posto all’altro. E allora non ci sono luoghi d’incontro – mercati, piazze, angoli – non ci sono grida, non c’è spazzatura, non ci sono odori.

Un ordine di individui:
Un ordine di mormorii.
Un ordine di colori soavi.
Un ordine di silenzi rispettosi.
Un ordine di movimenti controllati, moderati.
Un ordine dove il lavoro è molto di più dell’ozio.
Un ordine dove le regole appaiono chiare, e sono fatte per essere rispettate.
Un ordine dove l’onestà dovrebbe comandare senza che nessuno lo comandi, per pura convinzione di ciascuno.
Un ordine protestante, casto, che non vuole ostentare ma detesta l’idea di nascondere.
Un ordine che tollera due o tre eccessi – amori, sbornie – sempre che accadano nel luogo e nel tempo tollerati.
Un ordine che crede soprattutto in se stesso.
Come sarà, quando arriverà, l’ordine cinese, di grida e spintoni, di moltitudine, di mascheramenti e tranelli, di ori e di rossi?»

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Un cammello sulla via della Seta

mercoledì, novembre 16th, 2011

In questi giorni, sto chiedendo a  chiunque intervisti per lavoro, o anche a quelli con cui faccio quattro chiacchiere, come possa la Cina esportare la propria cultura e, soprattutto, di che cultura stiamo parlando. E’ la missione del futuro, quella indicata dal presidente Hu Jintao come eredità politica del suo mandato. Raccolgo risposte disparate, le archivio con cura e un giorno spero di metterle insieme come in un puzzle.
La risposta più sorprendente mi è arrivata da un’amica: “Ma non capisci che sta già succedendo?
“Oddio – le ho detto – ma non è la vostra merce abbia la stessa forza di Hollywood.”
Pensavo ai film di cappa e spada cinesi, con gente che vola e roba del genere. Fondamentalmente cretinate che fanno sorridere e rafforzano una certa idea di Cina “freak”.
Sei tu – ha incalzato lei – che porti la cultura cinese nel mondo. Tu e gli stranieri come te: venite qui magari per business, poi tornate a casa ed esportate la Cina.”

Rivelazione. Mi stava dicendo che non è tanto con la merce culturale (film, libri, news, soap operas) che la Cina esporterà il proprio soft power, ma con il nostro (mio e degli altri, sempre più numerosi, che qui vengono e fanno avanti indietro con il proprio Paese) riempirci di polline cinese per poi fecondare le nostre terre. Siamo infetti di Cina.
Torniamo a casa e parliamo di Cina, diventiamo oggetto d’interesse semplicemente perché siamo stati in Cina (“L’ha vist’ chel lì, sciura, l’è el fioeu della sciura Mariuccia ch’el va semper in Cina”), abituiamo amici e parenti all’idea di Cina, sia che ne parliamo bene, sia che ne parliamo male.
La Cina adesso c’è. E’ nelle teste dell’Occidente. Trenta, venti, dieci anni fa non era così.

Mi sono sentito un cammello sulla via della Seta, un animale ignaro che trasporta in groppa quelle spezie di cui ora l’Occidente non può più fare a meno. Ho pensato al té che è così naturalmente e ovviamente “mio”.

“Hu Jintao – ha concluso la mia amica – ha semplicemente preso atto di questo processo e adesso vuole valorizzarlo. Potenziarlo. Magari rallenteremo un po’ l’esportazione dell’economia e velocizzaremo quella della cultura. Va bene, io sono d’accordo.”
Ma a quel punto, i film di Zhāng Yìmóu e notiziari di Xinhua in Africa Subsahariana non mi sembravano già più la cosa essenziale: anzi, mi apparivano un astuto diversivo.

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