Archive for the ‘Reportage’ Category

Cina e Mongolia su Peacereporter di fine anno

domenica, dicembre 26th, 2010

Alcune segnalazioni.

  1. Sulla rivista PeaceReporter di dicembre (ora in libreria) c’è il mio “portfolio” fotografico sugli Tsaatan, una sorta di fotoreportage.
  2. Il reportage “Ninja, gli abusivi dell’oro” (di cui cliccando sull’immagine sopra potete vedere lo slideshow), comparso sul numero di settembre della medesima rivista, adesso è anche online. Lo trovate qui.
  3. Sul sito di PeaceReporter ci sono anche due pezzi riassuntivi di fine anno su:
    Cina, Nobel, censura, tra nervi scoperti e propaganda occidentale
    Mongolia, la difficile modernità tra miniere e natura
    Contengono i link agli articoli in cui ho sviluppato i due argomenti nel corso dell’anno. Diciamo che sono due itinerari tematici.
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Un campo da calcio di nome Mongolia

lunedì, giugno 14th, 2010

La Mongolia è il luogo perfetto per dimenticare il calcio.
Lo dico da milanista fazioso, feroce, tanto antiberlusconiano quanto anti-interista, reduce da un anno calcistico rovinoso, sciagurato, assurdo e doloroso.

Il Paese è 179esimo nel ranking Fifa (su 203 iscritti), al pari del Belize, giusto un po’ meglio delle Isole Cook ma drammaticamente sotto le Seychelles e Samoa.
La Mongolian Football Federation è stata fondata nel 1958, ma dal 1960 al 1998 la nazionale non ha giocato nessuna partita ufficiale.
Poi si è affiliata alla Federazione Internazionale e da allora ha vinto solo sette volte contro tre sole squadre: Guam, Macao e le Isole Marianne Settentrionali.

Non solo: contro la nazionale di Guam è riuscita pure a perdere una volta. Per la cronaca, Guam è l’isola del Pacifico dove nel 1972 venne ritrovato un soldato giapponese ignaro della fine della seconda guerra mondiale: 178mila abitanti e 195esima posizione nel ranking Fifa.

Eppure – incoraggiato forse dal fatto che gli unici due bambini che ho visto sotto casa mia a Ulan Bator con una maglia di calcio indossavano quella rossonera – due calci al pallone li ho pure tirati.
Nulla di strano: la Mongolia “è” un gigantesco campo di football. Da occidente a oriente, un prato infinito che farebbe la gioia di qualsiasi ragazzino delle nostre parti.

C’è solo un piccolo “ma”: qui del calcio non gliene frega niente a nessuno.
Perché?
Ariukaa, una amica della capitale, tira in ballo l’individualismo della sua gente.
“Ai mongoli non piacciono gli sport di squadra. Ci interessano solo quelli di forza, destrezza e soprattutto individuali.”
E già. Qui vanno per la maggiore la lotta, il tiro con l’arco e la corsa dei cavalli. Vedere per credere il Naadam, il festival di luglio che coinvolge l’intera nazione.
E in questo genere di sport, gli eredi di Gengis riescono pure ad uscire dai confini: lo sapete per esempio che alcuni dei migliori campioni di sumo - la tradizionale lotta fra “ciccioni” giapponesi – sono mongoli?

Anche nello sport c’è quindi una linea di demarcazione tra nomadi e stanziali. “Noi” – abituati alle fatiche collettive dell’agricoltura, dell’irrigazione e poi dell’industria – vediamo un prato verde come qualcosa su cui produrre attraverso il lavoro di squadra; “loro” – figli dell’allevamento estensivo, con la densità di popolazione minore al mondo (1.75 ab./km²) – come uno spazio da percorrere o su cui operare in perfetta solitudine.

Ma torniamo alla mia partita, notevole perché avvenuta nel posto forse più assurdo al mondo. Siamo nella taiga al confine tra il Khövsgöl Aimag – la provincia più settentrionale del Paese – e la repubblica russa di Tuva. Siamo a circa mille chilometri e quattro giorni di viaggio (pullman, jeep e poi cavallo) dalla capitale, in uno degli accampamenti primaverili degli tsaatan, il popolo di nomadi allevatori di renne: 200 persone o giù di lì, a 2mila metri d’altezza.

Qui, i giovani del villaggio hanno costruito un canestro di legno. Giocano a basket uno contro uno (al massimo due) con le seguenti regole: chi ha il pallone non è tenuto a farlo rimbalzare, sgomita e spinge fin sotto il canestro e poi prova a cacciarlo dentro. Vince il più grosso o il più alto.
Oggi gli è venuta voglia di farlo con i piedi. Mettono i pali di sassi e ceppi di legno e si comincia, con il sottoscritto ospite d’onore. Giochiamo in ciabatte.

Capisco subito che sono i calciatori più scarsi del mondo. Il pallone (semisgonfio) schizza impazzito da tutte le parti perché chi se lo trova tra i piedi gli tira un calcione nella direzione in cui più o meno sta la porta avversaria e buona notte.
Il paròn Rocco si sarebbe commosso: “Tuto quel che se movi su l’erba daghe, se xe ‘l balon pazienza”.
Provo un lancio filtrante ma niente da fare. Il mio compagno di squadra proprio non se l’aspetta, non capisce come mai non punti dritto come un fuso verso la porta travolgendo tutto quello che trovo e sperando che la palla filtri.
Allora decido di fare da solo. Basta una finta e quelli vanno a farfalle, se poi fai un dribbling e riesci a evitare il calcione fuori tempo, la via del gol è spalancata. Sono pure piccoletti e magri, ’sti tsaatan (i mongoli no, quelli sono dei tronchi d’albero), se proteggo il pallone con il mio corpo mi rimbalzano addosso e si sfracellano al suolo.

Si arriva ai dieci, vinciamo, facciamo pure la rivincita, vinciamo ancora. Segno sette gol nella prima e credo sei nella seconda. Alla fine, preso dal delirio di onnipotenza, mi fermo in campo per insegnare ai ragazzini come si fa il colpo di testa: “Con la fronte! No, non con la nuca… tieni giù le mani, legatele dietro alla schiena!”

Poi riguardo le foto che Zaya ci ha scattato mentre schivavamo sassi, ceppi di legno, arbusti e cacche di renna. L’unico con lo sguardo assassino di Pippo Inzaghi sono io, degli altri si vedono solo i denti: ridono, ridono e ancora ridono. In effetti, ora che ci penso, la colonna sonora della partita è stata un’unica lunga sghignazzata. Si sono divertiti da pazzi, ridevano mentre tiravano calcioni senza senso, ridevano mentre prendevano un gol. Vuoi vedere che quello ridicolo alla fine ero io, preso nell’orgasmo agonistico e ultracompetitivo?

Ritorno a Ulan Bator, sono con Ariukaa all’Irish pub. I Mondiali sono iniziati e tutti i locali del centro hanno gli schermi piatti accesi. I camerieri girano tra i tavoli con i colori dei diversi Paesi pitturati sulle guance, qua e là qualche maglietta delle nazionali.
Oddio – penso – ecco la globalizzazione che avanza, il luogo in cui i nomadi perdono la loro identità e diventano stanziali, complice l’infame baraccone calcistico e la sindrome da bar sport. Fine della biodiversità, sciagura, la narrazione unica che avanza.
“Sono contenta di essere rimasta in città – dice lei – succedono tante cose e poi ci sono i Mondiali“.
Tracollo: “Ma scusa, chettenefrega a te dei Mondiali?”, faccio indispettito.
“Assolutamente niente, però è un evento. E’ una cosa divertente“.

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Economia della renna

domenica, giugno 13th, 2010



«La renna che allevo è molto graziosa
ma anche la mia mamma è molto graziosa

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano»

Ashag, pluripremiato cantante della taiga, canta “La mia renna“, canzone che sintetizza perfettamente il mondo degli tsaatan, il popolo di circa 200 anime che vive al confine tra Mongolia e Russia allevando quegli animali.
Questo video è un’anteprima della mostra video-fotografica su cui sto lavorando.

Parlo di “popolo” perché gli tsaatan sono nomadi Dukha dell’ex Uriankhai, l’attuale Tuva, che si sono spostati in Mongolia negli anni ‘40-’50 e hanno vissuto secondo proprie tradizioni diverse da altre etnie mongole (tra di loro parlano il tuvano).
In realtà “tsaatan” (tsaat=renna) è il nome chi gli hanno dato i mongoli (non è dispregiativo comunque), loro preferiscono chiamarsi “taigiin humus” (“popolo della taiga”, in mongolo) oppure “dukha lar” (“gente di Tuva”, in tuvano).

Sono stato 15 giorni con loro.
Gambat, laureato in veterinaria nel 1983, mi ha spiegato che quest’anno a settembre, dopo l’epidemia di brucellosi che ha sterminato gli animali qualche hanno fa, si supererà di nuovo il numero di mille capi. Festeggiamenti previsti per il festival della renna di settembre.

In realtà, l’economia della renna è pura sussistenza. Non si mangia o commercializza la carne, solo gli esemplari vecchi vengono macellati. Si utilizzano i prodotti dell’animale vivo, cioè il latte e la forza lavoro per i trasporti e gli spostamenti nomadici.
Il latte è poco, si munge solo da maggio a ottobre, quando le femmine ce l’hanno per i cuccioli appena nati, e ad agosto bisogna già cominciare a stoccarne una parte (congelato) per il fabbisogno invernale.
Quindi non c’è un surplus da vendere, solo qualcosa da offrire agli ospiti.

Per il resto, gli tsaatan vanno a caccia (unico modo per soddisfare la necessità di carne) o aspettano “regali” dal mondo esterno (anche io ho fatto shopping prima di salire nella taiga: farina, riso, pasta, patate, carote, caramelle per i bambini, etc).

Ora questo non basta più, perché per non restare tagliati fuori dalla modernità devono poter investire sul futuro: far studiare i ragazzi come Ashag e accedere a nuovi consumi, pur senza perdere la propria identità.

Altrimenti tutto precipita verso emarginazione e alcolismo, come già fu per altri popoli. Valga per tutti l’esempio degli indiani d’America, che condividono con gli tsaatan e altri popoli siberiani la tipologia abitativa: il teepee, che qui si chiama “urts“.

Teoricamente si potrebbe aumentare esponenzialmente il numero delle renne, ma questo sconvolgerebbe gli equilibri ecologici e la stessa vita nomade.
Avere più renne pro capite significherebbe spostamenti più frequenti alla ricerca di nuovi pascoli in un ecosistema fragile come quello della taiga. Non solo: la comunità si dovrebbe spezzettare affinché renne e allevatori non entrino in competizione per un medesimo pascolo.

Secondo tutti gli tsaatan con cui ho parlato, l’economia “alternativa” per camminare con le proprie gambe e senza sussidi elemosinati dal governo mongolo è il turismo. In linea teorica, potrebbe soddisfare l’esigenza del “popolo della taiga” di continuare con il proprio stile di vita, nei propri luoghi.

Finora però i tentativi sono andati male perché il turismo è gestito da esterni (tour operator mongoli e Ong varie) e nulla resta in mano loro: i turisti arrivano, scattano foto come se fossero allo zoo e se ne vanno.
Per uscire dalla loro “Shangri-La” simile a un ghetto, gli tsaatan devono autogestirsi un turismo consapevole, ecosostenibile e parecchio rispettoso.
In questo senso va il progetto di mostra a cui sto lavorando: portare “fuori” il messaggio degli tsaatan (il canto di Ashag si sommerà ad altre voci); raccogliere risorse perché possano creare una propria associazione che li rappresenti e, se possibile, far studiare Ashag e quelli come lui.

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Uno sciamano al volante

venerdì, giugno 11th, 2010

Che l’alcolismo in Mongolia fosse un problema si era capito. Io l’ho toccato con mano in un viaggio allucinante tra Tsagaannuur e Mörön, nel Khövsgöl Aimag, la provincia più settentrionale del Paese.

Sono con Annie, una ragazza del Quebec in vacanza con il fidanzato che, dopo dieci giorni a cavallo e non potendone più, si è momentaneamente separata da lui con la reciproca promessa di ritrovarsi a Khatgal. Io ho un aereo che mi aspetta a Mörön, le propongo di rientrare con me per dividere le spese. Accetta.

Zaya e Ultsan - i miei amici – ci hanno trovato un passaggio per l’indomani: “E’ uno sciamano molto rispettato, vi porta a Mörön per 100mila tögrög (circa 55 euro) in tutto. Vuole partire alle 7:00 puntuale (‘no Mongolian time’) perché deve essere là presto.”

La mattina dopo ci svegliamo alle 6:00 e alle 7:00 siamo prontissimi. Non arriva nessuno.
Alle 7:30, io, Ultsan e Zaya andiamo dallo sciamano (“vedi che bella casa ha? La gente viene anche da lontano per consultarlo”) e troviamo solo moglie e bambini assonnati: lui è uscito presto per andare da suo zio.
Si va dallo zio che, come molti a Tsagaannuur, è alle prese con seghe e tronchi di legno per costruirsi la sua bella dependance (il governo locale sta assegnando terreni gratis).
Ma lui manco l’ha visto.

Zaya con nonchalance mi butta lì: “Sì, a volte beve, ma rispetta sempre gli impegni”.
A questo punto, io e Ultsan decidiamo di cercare la sua jeep bianca in giro per il paese.
Dopo alcuni falsi avvistamenti, vedo in lontananza una Toyota parcheggiata di fianco a una ger (la casa-tenda che noi chiamiano “yurta“), fuori dall’abitato. E’ lei.
Avvicinandoci sentiamo un vociare dall’interno e Ultsan si gira verso di me sconsolato: “VODKA!”
Entriamo e mi trovo di fronte alla seguente scena: otto persone (tra cui due donne) di varie età, chiaramente ubriache, si stanno passando il bicchierino nel solito rito per cui uno versa e offre a tutti; prima di bere, ognuno intinge l’anulare e schizza qualche goccia nelle quattro direzioni, in forma di benedizione.
Ultsan mi indica un tipo spaparanzato con le gambe larghe, lo sguardo annebbiato e il bicchierino in mano: è lo sciamano, cioè il mio autista.

Il mio cervello prende a girare vorticosamente: meglio 271 chilometri su piste e sentieri di montagna con un ubriaco al volante o rischiare di non partire, perdendo il mio aereo per Ulaanbaatar? Ovviamente prendo la decisione sbagliata e punto sull’ubriaco.
Lui mi guarda sgranando gli occhi e in russo mi fa: “Skol’ko casov?” (che ora è?)
“Vosem’ tridt’sat’” (8:30), sibilo tra i denti: sono le tipiche situazioni in cui mi si serra la mascella.
Dopo un ultimo giro di vodka – ci mancherebbe – si trascina fuori e ci fa salire sulla jeep. Torniamo zigzagando fino alla nostra ger e spiego ad Annie la situazione. Sembra divertita anche se un po’ perplessa.
Intanto, gli amici mongoli sono alle prese con lo sciamano-autista.
Dico che finché lui non si riprende voglio guidare io, basta che lui tenga gli occhi aperti e mi indichi la strada, ma quello si impettisce e fa: “Conosco bene le leggi, io, non si guida senza patente”, agitando pure il ditino come per darmi la lezione.
Mi spiegano che c’è anche un altro autista e che adesso si va a prenderlo. Lo fanno con quel tono che lascia intendere: “Su coraggio, passerà anche questa”.
Mi fido, salutiamo tutti e partiamo.

Lo sciamano si presenta come Mokha o qualcosa del genere, e dirige la jeep ballonzolante tra rocce e buche fino a una ger fuori dall’abitato. Ma l’altro autista non c’è. Beviamo senza nessuna voglia il consueto tè al latte che ci viene offerto nella yurta e torniamo in paese con molto stress addosso.
Qui, trasportato su una motocicletta cinese spunta l’altro “driver”. Mokha lo spedisce a comprare qualcosa mentre noi ripassiamo da casa, visto che ha dimenticato la patente. Avutala dalla moglie, che lo guarda sconsolata e con parecchia vergogna, me la mostra con ostentazione (visto che sono un autista qualificato? Mica come te che non hai uno straccio di patente mongola!) e si riparte.
Raccogliamo per strada l’altro tipo. Sotto il giubbotto ha una bottiglia di vodka appena acquistata.
Dico a Mokha che deve guidare il suo socio, che mi pare sobrio. Lui mi sventola di nuovo la patente sotto il naso biascicando qualcosa e, con lo sguardo pesto, si piazza irremovibile al volante.

Sono quasi le 10:00 e ci si mette in viaggio con un ubriaco alla guida, una bottiglia di vodka nel cassetto sotto il cruscotto, molta tensione e un gran puzza di alito alcolico che invade tutto l’abitacolo.
Il sedicente sciamano si mette a cantare le solite canzoni folk mongole – per altro benino, voce impastata a parte – e Annie lo asseconda canticchiando pure lei. Io decido di non peggiorare la situazione e me ne sto tranquillo per modo di dire, la mascella sempre più serrata.
La guida di Mokha è in realtà molto prudente, fin troppo, ogni sasso e ogni buca che possano scalfire la sua preziosissima Toyota sono aggirati con più circospezione di quanta ce ne avrebbe messa Gengis Khan nel conquistare una città, e si ballonzola così per una decina di chilometri, tra scenari stupendi che non riesco a godermi.

Arriviamo a un gruppo di ger e Mokha, tutto eccitato, ci dice: “Amici!
Si ferma, entra, e l’altro lo segue con la vodka. Mi metto di mezzo: “No! Vodka no!”, ma quello mi fa segno che è per gli “amici” (ci mancherebbe, un regalo!) e mi sfila davanti.
Mi sento offeso, mortificato, incazzato, deriso. Entro nella ger e partecipo anche io al fottuto rito del bicchierino con spruzzo del dito anulare.
Intanto Annie si fa rapire da una giovane discretamente carina – mi pare di avere anche intravisto una minigonna – che se la porta in un’altra ger a bere il maledetto tè con il latte. A metà bottiglia di vodka trascino i due “autisti” fuori dalla ger e chiamo a gran voce Annie, che schizza all’aperto mentre la ragazza graziosa la insegue con una scodella fumante.

Si parte? Neanche per sogno. Si attraversa la strada (cioè la pista sterrata) perché bisogna fare “benzin!“,
Non ci credo e pedino Mokha fin dentro la cabina di legno del suo ennesimo amico che però sembra un tipo a posto: niente vodka ed effettivamente ci dà una tanica di benzina. Al momento di andarcene, l’uomo mi guarda tra il divertito e il comprensivo e mi dice in russo: “Moi drug” (è un mio amico), indicando Mokha. Ho la sensazione che invece mi stia dicendo: “Auguri, ora sono tutti cazzi tuoi”.

Partiamo e dopo dieci metri prendiamo una buca, l’autista patentato sbanda e inforca pericolosamente la via del greto di un torrente. A questo punto, Annie ha un attacco di panico e si mette a urlare: “STOP!-STOP!-I’M-SURE-YOU-UNDERSTAND-THIS-WORD-STOP!-STOP!-STOP!”, e Mokha, invece di correggere la traettoria, si gira a guardarla con aria stralunata. Miracolosamente l’auto si inchioda, io e Annie saltiamo fuori, balzo verso la portiera dell’autista, lo trascino fuori per la collottola mentre l’amico dall’altra parte mi fa capire a gesti che sì, per carità, adesso guida lui.
Giro attorno alla macchina, apro il cruscotto e sequestro la mezza bottiglia di vodka. Mokha, un po’ spaventato e un po’ sorpreso, si offre allora di stare dietro con Annie lasciando a me il posto davanti. Lei mi sibila: “Non ho nessuna intenzione di averlo qui vicino”. Lo sospingo nel posto di fianco al guidatore e si riparte.

Proseguiamo per un’altra decina di chilometri con noialtri due, dietro, che commentiamo divertiti il nostro exploit e loro due davanti che fanno il verso ad Annie – “Stop! Stop! Stop!” – e ridacchiano. Ogni tanto lo sciamano si gira verso di me e truce, a denti stretti, mi dice qualcosa che potrebbe essere benissimo: “Appena-mi-capita-l’occasione-ti-taglio-la-gola”.
Poi crolla sul sedile e comincia a russare, biascicando qua e là qualcosa nel sonno. A un certo punto si riversa indietro con la testa capovolta e ci russa in faccia il suo alito puzzolente.
Intanto l’amico va letteralmente a quattro chilometri l’ora, ci mancherebbe che facesse un graffio alla Toyota del suo socio. Ogni pietra è la scalata del K2, ogni buca un tuffo nell’ignoto.
Dopo un paio d’ore e circa dieci chilometri, lo sciamano automunito si sveglia mentre l’altro è paralizzato davanti a un torrente che non sa come attraversare. Con imperiosi comandi istruisce il suo co-pilota e il fiumiciattolo è superato.

Stop, si scende. Mokha recupera un beauty-case dal cassetto, si lava la faccia e i denti nel torrente, si pettina con la riga di lato, poi mi chiede un pezzo di carta igienica e caga in un prato. Intanto chiacchiero (più o meno) con l’altro e apprendo che loro due hanno entrambi 35 anni: ne avrei dati 50 a lui e 45 almeno (portati malissimo) allo sciamano.
Si riparte, ho perso il senso del tempo e dello spazio ma so che resteranno almeno 230-240 chilometri da fare (su 270), sono già esausto e però stranamente fiducioso nella guida dello sciamano sobrio, anche se ha la faccia frollata come se fosse passata sotto il pestacarne.

Incontriamo il primo centro abitato dopo la partenza. Lui devia e si dirige verso uno spaccio: “Delguur!” (negozio). Ho un sospetto e lo seguo dentro. In effetti compra del tè freddo e delle gomme da masticare. Poi, furtivo, si procaccia l’ennesima bottiglia di vodka.
Non ne posso più. Mi paro davanti e lo imploro in russo: “Per favore Mokha, per favore, la bevi a Mörön, non prima, d’accordo?”
Assume un’aria un po’ allibita (“per chi mi ha preso questo qui?”) e con ostentazione mi consegna la bottiglia dicendo qualcosa in mongolo che non capisco.

In effetti si procede più spediti, almeno all’inizio. Poi, dopo una salita estenuante e lentissima su una mulattiera, arriviamo a un passo dove alcuni cartelli ci indicano le distanze: Tsagaannuur 110 Km, Mörön 159 Km. Siamo a meno della metà.
Visto che ci sono alcuni Ovoo (i cumuli votivi), Mokha si ricorda delle sue prerogative da sciamano e mi chiede la vodka. Penso sia meglio farla finita, prendo la bottiglia piena e lui mi concede perfino l’onore di eseguire il solito rito dell’anulare, con lancio finale dell’avanzo di bicchiere verso i cumuli. Poi, con fare solenne, mi fa segno di tenere la bottiglia come a dire: “Visto che non ne ho bisogno? Sono uno sciamano, io!”

Proseguiamo e per strada incrociamo diversi Uaz Purgan, jeep, motociclette. Lui ovviamente conosce tutti e con tutti si ferma a parlare. E il tempo scorre.
Si arriva stancamente a Ulaan Uul (la “montagna rossa”), cioè a metà percorso.
E’ tempo di fermarsi a mangiare in una locanda. Mentre aspettiamo la zuppa bevendo tè, lui sgattaiola fuori e sento che apre il portellone della jeep. So già cosa sta facendo. Infatti lo vedo che si infila con il suo socio e due altri tipi dietro una casetta di legno. Mi alzo, li seguo, e sono lì seduti e pacifici: bottiglia, bicchierino e dito anulare spruzzante.
Rassegnato, gli faccio segno che si mangia (cioè NON si beve) e lui, con l’aria sfatta ma arzillo, mezzo in mongolo e mezzo in russo: “Sa Sa, Mörön, poidiom” (sì sì, Mörön, ci andiamo). Consumiamo in fretta tagliatelle con brodo di carne di pecora e saltiamo in macchina.
Ma attenzione, è arrivato il suo amico guidatore di Uaz Purgan. Stop e altro giro di vodka.
Provo a oppormi ma lui sgrana gli occhi e mi indica il nuovo venuto come a dire: “Ma scherzi? Come si può non celebrare questo momento?”
L’amico, un omone rubicondo e sorridente, offre anche a me. Naturalmente.

Per fortuna la cosa dura poco. Sono le quattro passate, abbiamo fatto 130-140 chilometri in sette ore e ne mancano altrettanti.
La candida Annie osserva che se alla mattina era piuttosto divertita, adesso è molto stanca e arrabbiata. Se facciamo tardi alla guesthouse di Mörön e buttiamo giù dal letto il proprietario, lei gli farà notare che è tutta colpa di “quest’uomo”.
Le do corda senza credere minimamente che possa servire a qualcosa e nel frattempo scrivo un sms da spedire a Zaya quando ci sarà “campo” (in città), un po’ per sfogarmi e un po’ sperando che serva a sputtanare Mokha a Tsagaannuur: “The so called shaman is an alcoholic and a motherfucker. Really a bastard. Tell all the people, please”.

In realtà sento che sto entrando nella logica di quel “bastardo”. Dopo tutto, lui a Mörön ti ci sta portando, per 100mila tögrög come convenuto. In un viaggio che ti prende comunque tutta la giornata, che te ne frega se ci metti otto o dodici ore? Lui è ubriaco? Fidati. Tanto sulle piste sterrate si va piano, mica può sbandare a 150 Km/h e farci sfracellare contro un guardrail o invadere l’altra corsia provocando un bel frontale.
Il punto è che mi sento preso in ostaggio dei suoi porci comodi, privato della mia libertà di scelta e di conseguenza nelle mani di un uomo inaffidabile che, chissà, potrebbe rapinarci e magari abusare di Annie. Qualcosa di molto occidentale. Misuro il conflitto di civiltà.
Provo a immedesimarmi in lui e penso che il suo essere benvoluto da tutti quelli che incontra e quasi personaggio pubblico a Tsagaannuur sia una sorta di garanzia.

Io e Annie ci mettiamo a parlare dei fatti nostri italo-québécois mentre i due davanti chiacchierano e ridacchiano.
Arriviamo a Mörön dopo 13 ore di viaggio senza esserci troppo piaciuti, noi occidentali e lo “sciamano” con galoppino al seguito. Forse ci siamo conosciuti un po’.

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Radio reportage: Dongbei on the road

mercoledì, marzo 3rd, 2010

Il mio radio reportage “Dongbei on the road” verrà trasmesso da RSI Rete 2, la radio della Svizzera italiana,
VENERDI’ 5 MARZO
alle 9:00 e in replica alle 22:00

Per ascoltarlo, andate nella hp del sito di RSI Rete 2 e cliccate in alto a destra su “Ascolta la radio“.
Oppure andate direttamente al player.

Il radio reportage è un viaggio nelle tre province del nord est cinese, l’ex Manciuria, e si conclude ai confini con la Corea del Nord.
Se volete che suoni e parole siano accompagnati da foto e racconti scritti, fate riferimento a questi due reportage:

e al reportage esteso su PeaceReporter.

In sintesi

  • Laser – RSI Rete 2
  • venerdì 5 marzo 2010
  • ore 09:00 (replica alle ore 22:00)
  • ascolta qui
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