Archive for the ‘Reportage’ Category

Dongbei (东北) on the road

giovedì, luglio 16th, 2009

Le fotolo slideshow

Al mio fianco, gente abbronzata di provincia, forse lavoratori migranti, qualcuno dorme, uno russa pesantemente, un altro si è appena svuotato il naso sulla moquette in corridoio.
Il capo scompartimento passa tra i sedili, vi si arrampica sopra e sistema le borse che secondo lui non sono disposte in maniera consona sul portabagagli. Il mio vicino di posto si sveglia, per prima cosa si lucida le scarpe poi mi offre delle fave secche. Mentre scrivo tutti sbirciano il mio taccuino, anche se non capiscono.

L’amico del mio vicino di posto spara musica dal suo cellulare-lettore mp3, un altro si lamenta con il controllore perché non c’è aria condizionata. Tutti mi chiedono da dove vengo, dove vado, perché non sono sposato e quanto guadagno al mese. Una ragazza mi dà il suo numero di telefono.

Poi mi offrono la testa di un’oca del Jiangsu – piccantissima, con tanto di occhio e materia cerebrale – un cetriolo, un wurstel di maiale e pollo, confezionato, che va per la maggiore su tutti i treni, dei bastoncini piccanti che contengono, tra le altre cose, farina, glutammato, spezie, sale e pepe rosso. Mi arriva anche una birra Qingdao.
Tutti scatarrano e sputacchiano, così il Qi torna a circolare.
E’ un vero scompartimento cinese, mi sento a mio agio.

Dongbei on the road, viaggi in treno o pullman di 5, 7, 10, 21 ore a tappa.
E’ l’ex Manciuria, una delle terre più guerreggiate del pianeta, poi “rust belt” industriale della Cina di Mao. Se l’Impero di Mezzo ha la forma di una gallina, il Dongbei è la sua testa e, vedi sopra, la testa di pollo (o di oca) è una delle prelibatezze locali.
Ciminiere. Sono la dominante del paesaggio urbano e rurale. Di mattoni rossi, sbucano dietro i palazzi così come in mezzo alla campagna. Nel 1959, il Grande Timoniere lanciò il Grande Balzo in avanti, ogni famiglia, ogni comunità doveva diventare un piccolo stabilimento siderurgico. Oggi ne restano le tracce.

Haerbin, capoluogo dell’Heilongjiang, dove Russia e Cina si incontrano. In realtà la Cina sembra avere ingoiato e ruminato la Russia. C’è la chiesa ortodossa di Santa Sofia, il quartiere Daoliqu, la sinagoga vecchia e quella nuova, ma tutto porta il segno del Dragone che avanza.
Di fronte a Santa Sofia coppiette cinesi si fanno fotografare in abiti nuziali (c’è anche un gazebo di quelli che organizzano matrimoni a Milano) e ritrattisti locali vendono la faccia di Putin.
La sinagoga vecchia ospita un ostello della gioventù, una pizzeria take away, un caffè in stile indiano. La “nuova” è un museo che racconta la storia dei 20mila ebrei che a inizio secolo vivevano qui.
Quanto a Daoliqu, il vecchio quartiere russo, è oggi attraversato dalla pavimentata Zhongyang Dajie, una via commerciale dove commessi ragazzini attirano l’attenzione mettendosi sulla porta e battendo le mani a ritmo.
Alla sera, sul lungofiume, migliaia di persone assistono allo spettacolo che apre la stagione turistica. Su un palco gigantesco, si alternano ballerine vestite da hostess Air China e cori russi. Ogni performance rappresenta uno sponsor.

Poi giù a sudest, verso il confine con la Corea del Nord.
La campagna è verde e rigogliosa, sembra la pianura padana quando si approssima alle colline dell’Oltrepò: prati e dossi, qua e là intervallati da villaggi per nulla degradati.

Mudanjiang, Yanji: città sovradimensionate, brutte, con il culo nell’antichità rurale e la testa nell’ipermodernità tutta neon, luminarie e musica ad alto volume per attirare la gente nei negozi. E’ quella che gli expats residenti oltre Muraglia definiscono “real China experience“, così come lo splendido girovagare senza meta nei mercati di strada, a caccia di cibo: 2 focacce calde e appena sfornate per 2,5 yuan, un piacere economico oltre che alimentare.

A Chang Bai Shan, la “montagna sempre bianca” divisa a metà tra Cina e Corea del Nord, i coniugi Lee, sudcoreani, mi raccontano dell’itinerario grottesco che il loro aereo ha dovuto fare per venire da queste parti, a cinquecento chilometri in linea d’aria da casa loro: Seul, Pechino, Changchun, Yanji. Tre scali per arrivare nella prefettura autonoma del Jilin, zona bilingue, biculturale, dove ogni cartello e insegna è sia in cinese sia in coreano e si mangia cibo “fusion”. Ci ridono su, ironia da Guerra Fredda fuori tempo massimo.

Ultima tappa, Dàlian, la San Francisco della Cina o, se si preferisce, una Genova da 2.700.000 abitanti.
Anche qui segni di presenza russa e giapponese, costruzioni di inizio secolo, anche residenziali, che rimandano a un pezzo d’Europa. Mare, spiagge, un urbanistica rispettosa della qualità della vita, un grande “parco del lavoro“.
Non c’è da stupirsi che molti occidentali e quei fighetti della Lonely Planet la considerino la città più “vivibile” della Cina.

Le fotolo slideshow

Vedi anche: Sul confine

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Sul confine (versione integrale)

mercoledì, luglio 8th, 2009

A Urumqi continuano i disordini  etnici (ecco il mio commento pubblicato su il manifesto) e a questo punto pare che gli han siano passati all’offensiva contro gli uyghuri che, in quella città, sono minoritari.

Intanto mi sposto di 4000 chilometri (ma resto in Cina) e segnalo che su Peacereporter è uscita, in due parti, la versione integrale del mio reportage dal confine Cina-Corea del Nord.

C’è anche parte della fotogallery che si vede al completo su Flickr.

Resto in attesa di notizie dallo Xinjiang ma in questo momento le comunicazioni sono piuttosto difficoltose

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Mongolia

lunedì, giugno 29th, 2009

Le foto | lo slideshow

Quando arriviamo alla sua gher (yurta) dopo una cavalcata al freddo e al gelo, lui non c’è. Dalban è partito di buona mattina seguendo le tracce nella neve. Poi ha trovato la tana, con i cuccioli, e li ha uccisi tutti. Mamma lupa aveva ammazzato alcune sue capre proprio per nutrire i piccoli, lui ha dovuto farlo. Ma la storia, probabilmente non finirà qui. La lupa farà altri cuccioli e insidierà ancora il gregge di Dalban.

Questa è la Mongolia, dove l’ancestrale lotta uomo-lupo continua nel rispetto reciproco e con le spietate regole del gioco. E’ un’economia del riciclo realizzata, dove nulla si spreca: dai cavalli (ce ne sono trenta per ogni essere umano), che diventano carne quando sono troppo vecchi per cavalcare, alla merda, buona per il falò e altri usi.

Ulaanbaatar, la capitale, ha vissuto come tutti centri urbani un processo di urbanizzazione: dei 2 milioni e 600mila mongoli, più di un milione ormai vive lì. Ma restano nomadi: si costruiscono la casetta di legno in una periferia che è già prateria e ci piazzano di fianco la gher dove, si capisce, passano la maggior parte del tempo.

Eppure anche qui la terra chiama. Khuu, la mia guida che sogna di insegnare inglese in un villaggio, indica un torrente e mi dice che l’anno scorso c’era più acqua. Però – aggiunge – lo stile di vita dei mongoli è una garanzia, qualcosa che potrebbe insegnare molto a tutto il pianeta. L’urbanizzazione sta già lasciando il posto a un movimento inverso, di ritorno alla vita nomade e alla steppa. Si mettono via due soldi a Ulaanbaatar – se si riesce – e poi si investono in cavalli, yak e capre da pascolare altrove. E pochi chilometri fuori dalla capitale le strade sono già sterrate. E’ già prateria.

Siamo nei giorni delle elezioni presidenziali e chi vincerà dovrà occuparsi anche di questo: come dare sviluppo alla Mongolia rispettando l’ambiente? il Partito della rivoluzione (MAXH, ex comunista) e quello democratico si sfidano nelle persone di Nambariin Enkhbayar e Tsakhiagiin Elbegdorj.
In giro non si trovano alcolici.
Il fatto è che l’anno scorso, dopo la vittoria dei comunisti, Elbegdorj ha accusato i rivali di brogli. E’ scoppiata così la “rivolta della vodka“, in cui i suoi sostenitori hanno devastato le sedi del MAXH dopo essersi fatti coraggio con abbondanti libagioni: cinque morti tra i manifestanti e stato d’assedio. Quest’anno è meglio non correre rischi.

Un reportage più ampio comparirà prossimamente su altri media

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Sul confine

venerdì, giugno 26th, 2009

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Esce all’improvviso da dietro un albero, carica il lancio con un movimento rabbioso ma il sasso cade in acqua piuttosto lontano dalla barca. “Biè paizhao!“, non fotografare, mi urla il barcaiolo, mentre sto cercando di scattare la seconda.
E’ questo il momento più teso di un week-end con vista sul Paese dei reietti.
I soldati nordcoreani sono sbucati dal terrapieno a quindici metri da noi, nel punto più vicino alla rete che divide il loro Paese dalla Cina. Il barcaiolo cinese mi ordina di fotografare solo “Zhongguo“, alla nostra destra, la Corea del Nord è meglio lasciarla perdere.

Queste foto sono state scattate tra Dandong, l’ultima città cinese prima della Corea del Nord, e Hushan Changcheng, lo spezzone più orientale della Grande Muraglia dove il fiume Yalu, che divide i due Paesi, è largo in alcuni punti non più di dieci metri.
Siamo nei giorni di giugno in cui il regime di Pyongyang ha riproposto la sua sfida al mondo: un test nucleare e il lancio di alcuni missili balistici, con le minacce di rito alla Corea del Sud. Il “caro leader” Kim Jong-il, indebolito da un ictus, ha anche scelto il proprio erede, il terzogenito Kim Jong-un.

Due Paesi “fratelli” ma due mondi contrapposti. Da un lato la scoppiettante esuberanza tutta neon, business e musica assordante della nuova Cina; dall’altro il silenzio, la vita rurale, l’isolamento, simboleggiati da una ruota panoramica che nessuno ha mai visto girare.
E i cinesi, intraprendenti, costruiscono il loro business sul “turismo della tensione“.

Un reportage più ampio comparirà prossimamente su altri media

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Foto: sparsi Orienti

lunedì, maggio 4th, 2009

Navigando su e giù per la Rete, sono incappato in un reportage di The Big Picture sulla Corea del Nord. Foto fatte “al di qua” del confine (dalla parte cinese), una prospettiva limitata ma interessante.

Un intervento tra i commenti, mi ha poi rimandato alle foto su Flickr di Eric Lafforgue, fotografo freelance con numerose collaborazioni all’attivo, dal National Geographic alla Bbc, passando per Lonely Planet e Cnn Traveller .

Consiglio di vedere i set in sequenza: quello sulla Corea del Nord è più unico che raro; quanto a quello sulla Cina… beh, alla faccia di chi la considera ancora un monolite, qui c’è tutta la biodiversità del Celeste Impero.
E ne cito solo due tra una sessantina circa, l’ultimo dal Laos.
Le pagine di Flickr a sua volta mi rimandavano al sito del reporter francese, e via con altre foto e suggestioni.
Insomma, tante immagini da vedere e un po’ d’invidia (tanta) da parte mia.

Vedi anche:

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