Martín Caparrós e gli indignados
domenica, ottobre 16th, 2011
Non sono un indignado né per età né per condizione sociale. Sono di vent’anni più vecchio dell’indignado medio (a parte quei capipopolo nostrani che avevano già i capelli bianchi quando li vedevo in manifestazione da adolescente) e soprattutto, uno degli ultimi che hanno avuto la fortuna di trovare un lavoro non precario. Condivido con loro la consapevolezza che di fronte ai furti di ricchezza sociale che compie il capitale finanziario, non c’è difesa se non la lotta senza quartiere contro il nemico comune. In questo sì, non c’è alcuna differenza tra precari e non precari, si è tutti esposti . E quindi faccio il tifo per loro, caccio giù il fastidio che mi provoca il termine “indignato” (mi fa sempre pensare alla sciura che strabuzza gli occhi e strepita perché non trova parcheggio in centro città) e cerco di aiutare un po’ attraverso il mio mestiere che, se fatto bene, sposta leggermente ma costantemente il baricentro del senso comune.
La differenza culturale tra il sottoscritto e gli indignados (ovviamente non quella generazionale) è stata proprio colmata dal coraggio che ho visto soprattutto in Occupy Wall Street di chiamare per nome il nemico – il capitalismo finanziario – e di assediare i suoi luoghi e i suoi simboli. Mi pare li renda diversi da altri giovani “impegnati” ma meno radicali della loro stessa generazione, che prima della comparsa di temi rivoluzionari suscitava in me le stesse emozioni espresse in questo bell’estratto del libro di Martín Caparrós che sto leggendo: Non è un cambio di stagione.
Caparrós è un giornalista argentino di cui ha scritto il mio socio Chicco Elia, per cui non mi dilungo.
[nota: sta parlando di Fatima, una giovane nigeriana che emancipa se stessa e si crea una cultura unendosi a una Ong]
«Mi piace questa generazione di giovani che trovano nella rete delle ONG il modo di sentirsi utili al mondo e, contemporaneamente, a se stessi. Dico: per Fatima – per milioni di Fatima – le loro attività sono un modo per consolidare il loro posto nel mondo, di sentire che fanno qualcosa per il mondo, ma anche di entrare in questo mondo: se non fosse per la sua “militanza”, Fatima non sarebbe ancora uscita dal suo villaggio, non sarebbe arrivata fino in Inghilterra, non avrebbe richiesto il visto per partecipare a un corso di quindici giorni a Stoccolma sulla salute riproduttiva, non userebbe un computer. Ritengo non ci sia niente di male nell’ottenere vantaggi personali da queste attività. Non sono più d’accordo con le mie vecchie idee sul sacrificio personale come modo per raggiungere certi cambiamenti. Ho scritto parecchio contro questa nozione ebraico-cristiana. Tuttavia sono anche attività che si basano sul piccolo miglioramento, sul riformismo. Non pretendono di cambiare il mondo, o le idee fondamentali che lo regolano: gli interessa che sia un poco migliore, un poco più vivibile, un po’ meno ingiusto, “sostenibile”. E allora sì che sono d’accordo con le mie vecchie idee che queste siano delle mistificazioni, cerotti per una emorragia femorale, cure palliative.»
PS – caso mai ci fosse bisogno di specificarlo, il radicalismo non si esprime nel consueto esito italiota (e funzionale alla repressione) della manifestazione di Roma.
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