Archive for the ‘Video’ Category

Economia della renna

domenica, giugno 13th, 2010



«La renna che allevo è molto graziosa
ma anche la mia mamma è molto graziosa

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano»

Ashag, pluripremiato cantante della taiga, canta “La mia renna“, canzone che sintetizza perfettamente il mondo degli tsaatan, il popolo di circa 200 anime che vive al confine tra Mongolia e Russia allevando quegli animali.
Questo video è un’anteprima della mostra video-fotografica su cui sto lavorando.

Parlo di “popolo” perché gli tsaatan sono nomadi Dukha dell’ex Uriankhai, l’attuale Tuva, che si sono spostati in Mongolia negli anni ‘40-’50 e hanno vissuto secondo proprie tradizioni diverse da altre etnie mongole (tra di loro parlano il tuvano).
In realtà “tsaatan” (tsaat=renna) è il nome chi gli hanno dato i mongoli (non è dispregiativo comunque), loro preferiscono chiamarsi “taigiin humus” (“popolo della taiga”, in mongolo) oppure “dukha lar” (“gente di Tuva”, in tuvano).

Sono stato 15 giorni con loro.
Gambat, laureato in veterinaria nel 1983, mi ha spiegato che quest’anno a settembre, dopo l’epidemia di brucellosi che ha sterminato gli animali qualche hanno fa, si supererà di nuovo il numero di mille capi. Festeggiamenti previsti per il festival della renna di settembre.

In realtà, l’economia della renna è pura sussistenza. Non si mangia o commercializza la carne, solo gli esemplari vecchi vengono macellati. Si utilizzano i prodotti dell’animale vivo, cioè il latte e la forza lavoro per i trasporti e gli spostamenti nomadici.
Il latte è poco, si munge solo da maggio a ottobre, quando le femmine ce l’hanno per i cuccioli appena nati, e ad agosto bisogna già cominciare a stoccarne una parte (congelato) per il fabbisogno invernale.
Quindi non c’è un surplus da vendere, solo qualcosa da offrire agli ospiti.

Per il resto, gli tsaatan vanno a caccia (unico modo per soddisfare la necessità di carne) o aspettano “regali” dal mondo esterno (anche io ho fatto shopping prima di salire nella taiga: farina, riso, pasta, patate, carote, caramelle per i bambini, etc).

Ora questo non basta più, perché per non restare tagliati fuori dalla modernità devono poter investire sul futuro: far studiare i ragazzi come Ashag e accedere a nuovi consumi, pur senza perdere la propria identità.

Altrimenti tutto precipita verso emarginazione e alcolismo, come già fu per altri popoli. Valga per tutti l’esempio degli indiani d’America, che condividono con gli tsaatan e altri popoli siberiani la tipologia abitativa: il teepee, che qui si chiama “urts“.

Teoricamente si potrebbe aumentare esponenzialmente il numero delle renne, ma questo sconvolgerebbe gli equilibri ecologici e la stessa vita nomade.
Avere più renne pro capite significherebbe spostamenti più frequenti alla ricerca di nuovi pascoli in un ecosistema fragile come quello della taiga. Non solo: la comunità si dovrebbe spezzettare affinché renne e allevatori non entrino in competizione per un medesimo pascolo.

Secondo tutti gli tsaatan con cui ho parlato, l’economia “alternativa” per camminare con le proprie gambe e senza sussidi elemosinati dal governo mongolo è il turismo. In linea teorica, potrebbe soddisfare l’esigenza del “popolo della taiga” di continuare con il proprio stile di vita, nei propri luoghi.

Finora però i tentativi sono andati male perché il turismo è gestito da esterni (tour operator mongoli e Ong varie) e nulla resta in mano loro: i turisti arrivano, scattano foto come se fossero allo zoo e se ne vanno.
Per uscire dalla loro “Shangri-La” simile a un ghetto, gli tsaatan devono autogestirsi un turismo consapevole, ecosostenibile e parecchio rispettoso.
In questo senso va il progetto di mostra a cui sto lavorando: portare “fuori” il messaggio degli tsaatan (il canto di Ashag si sommerà ad altre voci); raccogliere risorse perché possano creare una propria associazione che li rappresenti e, se possibile, far studiare Ashag e quelli come lui.

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Beijing consensus

giovedì, maggio 13th, 2010

Ultimamente si sente parlare spesso di “Beijing consensus” contrapposto a “Washington consensus“, cioè in pratica di soft power.
L’esibizione di sfarzo in occasione della cerimonia di apertura dell’Expo ha indotto molti a chiedersi se il cosiddetto “modello cinese” non sia ormai in grado di rivaleggiare con quello Usa.

Va notato che di solito sono gli stessi americani, o comunque gli occidentali, a enfatizzare la crescita di Pechino in termini di appeal, mentre i cinesi evitano l’argomento. Anzi, come rivela l’Economist, i media e le autorità d’oltre Muraglia sono molto riluttanti a parlare di “modello cinese”.
Questione di cultura e strategia: non si vuole mettere la pulce nell’orecchio degli americani e proporsi come potenza concorrente; la trasformazioni “alla cinese” avvengono su tempi lunghi e secondo percorsi carsici e silenti.

Ma in cosa consisterebbe il “Beijing consensus” e soprattutto, esiste davvero?
Circa un anno fa avevamo già parlato di soft power e l’avevamo definito come “capacità di attrarre gli altri Paesi e perseguire i propri scopi senza metodi coercitivi“, bensì attraverso il potere economico e la superiorità culturale.


Se contrapposto a quello di Washington, il consenso di Pechino è fondamentalmente un modello politico-economico: il termine è stato coniato da Joshua Cooper Ramo in un saggio del 2004 per lo United Kingdom’s Foreign Policy Centre.
Si tratta in pratica di trasformare in parallelo l’economia e la società (mentre il Washington consensus – o “fondamentalismo di mercato” – tende a ridurre il fatto politico a quello economico) attraverso alcuni capisaldi: partito unico, approccio eclettico al mercato, ruolo chiave delle imprese di Stato.

Ma il soft power non è solo questo e forse, come sanno benissimo i cinesi, la Cina non è oggi (ancora?) in grado di competere con gli Usa. Manca per esempio una macchina simbolica come Hollywood, nonostante la recente grande produzione cinematografica del Dragone: si pensi, nella stessa Cina, al flop di “Confucio” contrapposto al successo di “Avatar”.
Manca insomma, la superiorità culturale.

Dopo avere rimarcato i limiti nel “modello” economico e in quello politico (instabilità, poca apertura e trasparenza), osserva giustamente Hua Sheng (华生) in “Il modello cinese che potremmo avere ma non abbiamo” (Osservatorio Economico, 2 aprile 2010):
“Possiamo dire infine lo stesso quando guardiamo a cultura e ideologia. C’è un enorme gap tra la nostra originaria ideologia dominante e la nostra realtà di oggi, economica e sociale, e queto è il motivo per cui osserviamo così tanto caos nelle idee e nella morale“.

Potremmo dire che la Cina oggi è ancora in un’ipotetica “fase 1″: alla ricerca di stabilità interna ed esterna, tranquillizza i vicini sulle proprie intenzioni e socializza parzialmente i benefici della propria crescita economica.
Conquistare i cuori appartiene ancora al futuro.

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2010, quando i BRICS salvarono i PIIGS

martedì, maggio 11th, 2010

Eurolandia salva? Niente affatto. I 750 miliardi (720 per altri) del piano salva-euro o anti-speculatori, come è stato ribattezzato, salveranno semplicemente la faccia – e non solo quella – dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) a scapito di altri partner Ue più virtuosi, Germania su tutti. E così facendo, riprodurranno errori e incongruenze di un’Europa nata male e fragile. Fino alla prossima crisi.
Ma non solo: i voracissimi PIIGS parassitari riescono a mettere le mani in tasca perfino ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), le economie emergenti più dinamiche, per interposto Fondo Monetario Internazionale.
Che disastro. Meglio rinunciare alla moneta unica e sancire un’Europa a doppia velocità, con i “cinque porcellini” messi di fronte alle loro responsabilità: che si arrangino.

La tesi provocatoria non viene da un tedesco, da un americano o da un cinese, bensì da un italiano: Michele Boldrin, che scrive su noisefromamerika.org e di mestiere fa l’economista alla Washington University.
In buona sostanza, l’Europa “stabile” decide di prestare soldi a quella “instabile“. Come? Attraverso il prelievo fiscale nei singoli Paesi.
Così un contribuente “virtuoso” di Berlino, Amsterdam, Copenaghen, Parigi (Londra no, i britannici si sono già chiamati fuori), pagherà di fatto per la scarsa virtù (in termini economici) di un contribuente di Lisbona, Roma, Dublino, Atene o Madrid.
La Bce emetterà anche titoli di debito pubblico “europei” sempre per finanziare i PIIGS: si creerà di fatto un ministero del Tesoro europeo, qualcosa che va molto al di là del trattato di Lisbona. Ed è stato tutto deciso in un week-end.

Ma il punto che riguarda più da vicino questo blog è che tra i vari soldi raccolti “vi sono 250 (220 in altre versioni) miliardi di euro di provenienza FMI. Questa è una cifra alta, a naso mio, per il Fondo quindi suppongo che sia possibile solo con un’approvazione (di fatto) del G-20: BRICS rescuing PIIGS, non male come svolta storica e segnale che il mondo è cambiato!”
E sì, il cambio è epocale: il baricentro economico si sposta dal Mediterraneo verso Oriente e verso l’emisfero australe. Noi, inventori del capitalismo finanziario, facciamo la questua presso nuovi player che ora ci danno lezioni di efficienza economica.

I meccanismi di finanziamento del Fmi sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento. Già durante il G-20 di Washington del novembre 2008 – il G-20 della crisi - i Paesi del G-7 chiesero ai BRICS di contribuire di più al Fondo Monetario Internazionale e al Financial Stability Forum. In pratica, gli Stati Uniti chiesero alla Cina di aprire il portafoglio. Ma dall’altra parte si rispose che era per prima cosa necessario riformare il sistema finanziario e i processi decisionali in seno al Fmi.
In sostanza i BRICS chiedono più potere decisionale nelle sedi che contano. La crisi del sogno europeo realizzerà il loro?
Intanto, Wen Jiabao si è già espresso a favore del piano europeo.

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Stato vs mercato

martedì, maggio 11th, 2010

Come cambia la competizione economica in un contesto come quello cinese, dove lo Stato è attore ben presente nella sfera economica, dove questo Stato non è una democrazia occidentale e dove pur tuttavia la ripresa è stata più incisiva e rapida che altrove?

Prova a rispondere Ian Bremmer, autore di “The End of the Free Market: Who Wins the War Between States and Corporations?”, in una videointervista per McKinsey Quarterly.

Lo Stato, non il mercato, guida gli investimenti e stabilisce le regole. Questa è la maggiore distinzione tra la Cina e l’Occidente.

Per cui, l’avveduto amministratore delegato di una multinazionale occidentale che opera in Cina deve porsi le seguenti domande:

“[...] a oggi ci sono concorrenti locali? Sono in grado di produrre economie di scala? Ce ne saranno tra tre o quattro anni? Hai da offrire qualcosa di indispensabile non solo oggi ma anche domani, con sui lo Stato non sia in grado di competere, che non possa espropriarti, a cui non possa rinunciare grazie a imprese locali o statali in grado di farti fuori?”

Si noti che i primi tre quesiti sono quelli tipici per un’economia capitalista nel quadro del sistema liberaldemocratico, dove comanda la “mano invisibile del mercato” e lo Stato si limita a correggere le storture peggiori (salvo poi rimediare agli errori della finanza con i soldi dei contribuenti, è storia di questi giorni in Europa e degli ultimi due anni in tutto il mondo).
Sono domande standard – quasi da business plan – che ogni imprenditore deve porsi per agire non solo all’estero ma anche sul mercato domestico.
L’ultima domanda (in realtà più domande in una) ha invece a che fare con il ruolo decisivo dello Stato e con la situazione particolare cinese.
Il punto – aggiunge Bremmer – è che i tuoi vantaggi competitivi di oggi potrebbero non essere tali domani semplicemente perché lo Stato ha deciso così. E’ la politica che detta e cambia le regole e che investe direttamente o indirettamente a seconda dell’interesse del Paese.
Prendiamo il caso Google: non se ne è andato per problemi di censura, ma perché Baidu era appoggiato dal governo cinese per diventare il motore di ricerca numero uno.

E quindi cosa vuole oggi il potere politico cinese?
Semplice: tecnologia.

Attenzione, non è stato sempre così: prima voleva denaro. Ed è sull’onda degli investimenti nelle manifatture cinesi che il business occidentale è entrato nella futura “fabbrica del mondo“. Questo è un modello superato ma non tutti i Ceo l’hanno compreso. Oggi la Cina non ha più bisogno di liquidità, ha bisogno di tecnologie.
Ma le corporations occidentali sono restie a cederle, per via della scarsa protezione del copyright e dei problemi di cybersecurity.
Questa è la contraddizione del momento – secondo Bremmer – perché quando sia la crescita cinese sia la disoccupazione Usa sono al 10%, la Cina non può essere ignorata.
Bisogna farsene una ragione: il Paese che cresce di più è un capitalismo di Stato dove è la politica ad avere l’ultima parola.

Il ragionamento di Bremmer non fa una grinza. Se è vero che il capitalismo di Stato può dare luogo a sacche di inefficienza e a fenomeni di corruzione, alla resa dei conti oggi sembra un modello più solido.
Guardando a Oriente ma anche a Occidente dove, senza Stato (o super-Stato europeo), non si esce dalla crisi.

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L’Ici del Dragone

mercoledì, maggio 5th, 2010

Tra le misure atte a sgonfiare la bolla immobiliare, le autorità cinesi potrebbero introdurre una tassa sugli immobili, una vera e propria Ici d’oltre Muraglia.
Secondo informazioni raccolte da The Economic Observer, tale imposta sarà introdotta in via sperimentale entro la fine dell’anno nelle quattro maggiori città cinesi – Pechino, Shanghai, Chongqing e Shenzhen - per poi essere estesa al resto del Paese.

Più che una tassa sulla proprietà semplice (物业税 o wùyèshuì, “property tax” in inglese), dovebbe trattarsi di un’imposta sui beni immobili (房产税 o fángchǎnshuì, “real estate tax“), dovrebbe cioè colpire le proprietà immesse sul mercato immobiliare e non la casa di residenza del proprietario: paghi ciò su cui speculi, non il luogo dove abiti.
Ma è probabile che la tassa sarà estesa anche a particolari tipologie abitative, come le residenze di lusso.

C’è già chi pensa che una imposizione fiscale del genere potrebbe spingere molte coppie a divorziare e a spartirsi più “prime case” per aggirare l’erario. [vedi video]

Ma di fatto, a che serve?
Proprio come l’Ici, la tassa dovrebbe soprattutto riempire le casse di governi locali, fornendo loro una fonte costante e stabile di introito.

Il punto è capire se possa essere efficace anche per sgonfiare la bolla.
In teoria, se un immobile in cui non si risiede viene tassato duramente, il proprietario è spinto a venderlo e quindi, con l’ampliamento dell’offerta, i prezzi calano.
Tuttavia, gli esempi che vengono dall’estero non sono incoraggianti: in Italia l’Ici, giusto per dire, non ha certo impedito che i prezzi immobiliari crescessero molto più dei salari.
Anche negli Usa, l’esistenza di una “property tax” non ha evitato la crescita a dismisura della bolla immobiliare.

Lo spostamento dall’iniziale progetto di tassa sulla proprietà a quella sui beni immobili sembra di fatto motivato anche da ragioni burocratiche: pare infatti che una legge sulla proprietà dovrebbe passare per il Congresso Nazionale del Popolo e avrebbe un iter più lungo, mentre quella sui beni immobili sarebbe la revisione di una legge già esistente e dovrebbe passare solo per il Consiglio di Stato, in un processo più snello.
Un altro vantaggio della tassa sui beni immobili è il fatto che non tassa i terreni edificabili, già sottoposti ad altre imposte. La tassazione della nuda proprietà avrebbe invece comportato la necessità di accorpare balzelli di diversa natura, un’ulteriore complicazione.

In definitiva, è probabile che l’imposta sui beni immobili abbia un effetto di breve durata sui prezzi, ma non c’è prova che possa stabilizzarli verso il basso sul lungo periodo, consentendo un più facile accesso all’abitazione per tutti.
La tassa si confermerebbe quindi una fonte di reddito per i governi locali, in crisi di liquidità dopo gli iniziali benefici del pacchetto di stimoli anticrisi.

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