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Singapore diventa una base navale Usa

martedì, giugno 7th, 2011

Un altro tassello nella strategia di accerchiamento della Cina

Non esistono solo le rivoluzioni colorate nelnuovo modello di governance globalemesso a punto dagli Usa. La buona, vecchia,deterrenza armi in pugno va sempre di moda. È in questo senso che vanno lette le più recenti mosse statunitensi in Estremo Oriente.
Due su tutte: l’annuncio che la Us Navy sbarcherà a Singapore; un nuovo accordo per la fornitura di dieci Boeing C-17 da trasporto tattico all’India.

Nella ridefinizione delle alleanze asiatiche, Washington risponde così all’avvicinamento tra Cina e Pakistan costruendo il proprio “filo di perle” da contrapporre a quello cinese.
Robert Gates ha annunciato nel suo ultimo viaggio in Asia da segretario alla Difesa statunitense (lascerà a carica il 30 giugno) che il Pentagono ha compiuto molti passi avanti “per assumere una posizione difensiva meglio distribuita geograficamente, più determinata dal punto di vista operativo e sostenibile politicamente nell’area dell’Asia e del Pacifico”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che questa strategia si tradurrà, tra le alte cose, nell’ancoraggio permanente di due navi da combattimento da superficie (Littoral Combat Ships) di nuova costruzione nel porto della città-Stato a sud della penisola malese. È la prima volta che succede: Singapore, di fatto, diventa una base Usa.
È interessante osservare che l’annuncio arriva proprio mentre la Cina riceve un’offerta dal Pakistan per allestire la sua prima base navale all’estero, a Gwadar: “Abbiamo chiesto ai nostri fratelli cinesi di costruire una base a Gwadar”, ha dichiarato esplicitamente il ministro della Difesa pachistano, Chaudhry Ahmad Mukhtar. Pechino non ha mai confermato, ma della base cinese sulla costa occidentale del Pakistan si vocifera da tempo. Gwadar sarebbe ilterminale ideale per le merci made in China che transitano sulla Karakoram Highway e, in senso contrario, per le materie prime che arrivano dal Golfo Persico e dalla Penisola Arabica. La strategia del filo di perle cinese non è prettamente militare, è soprattutto commerciale: serve a garantirsi risorse sul lungo periodo.

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L’imprevedibilità del monsone

martedì, aprile 27th, 2010

Le autorità cinesi hanno un passato e un presente di estrema attenzione al clima. Posto che tutte le dinastie sono crollate in concomitanza di eventi naturali catastrofici, il dissesto ambientale è uno dei lati oscuri della luminosa crescita cinese. Condiziona un’equa redistribuzione dei benefici e destabilizza il potere politico.

Ora arriva la conferma dei timori: nascita e crollo degli imperi sono legati al clima. Soprattutto in Asia.
Lo dimostra uno studio pubblicato su Science, che analizza i quattro maggiori periodi di siccità vissuti dal continente nell’ultimo millennio e li mette in relazione alla fine di imperi, come quello Khmer, o di dinastie, come i Ming.

E’ una ricerca durata 15 anni, basata sulla dendrocronologia: lo studio dei cerchi (anelli di accrescimento) degli alberi. Studiando oltre 300 foreste dalla Siberia all’Australia e dal Pakistan al Giappone, i ricercatori hanno evidenziato le quattro grandi siccità asiatiche.

La prima risale ai secoli XIV e XV: l’evento si protrasse dapprima dal 1340 al 1360 e quindi dal 1400 al 1420, intervallato da 40 anni di violente piogge monsoniche. Delle quattro siccità, questa è considerata la più violenta.
In parallelo crollò l’Impero Khmer. Le ragioni? Soprattutto il collasso del sistema di canali intorno ad Angkor, da cui dipendevano sia la coltivazione del riso, sia i trasporti e il commercio.

Nel triennio 1638-1641 fu la Cina nord-orientale – Pechino compresa – ad essere colpita da una fortissima siccità.
Fu l’epilogo di un ventennio instabile, cominciato nel 1620, contraddistinto da un iniziale abbassamento delle temperature e da successive inondazioni.
Puntualmente nel 1644 crollò la dinastia Ming, che aveva ormai perduto il “mandato del cielo” (la capacità di regolare l’equilibrio naturale) e che fu spodestata dalla dinastia Qing, l’ultima.

Fra il 1756 e il 1768 il Sud Est asiatico fu colpito da una siccità che interessò anche l’America e l’Europa, seguita poi a breve distanza da quella del 1790-96. Molti storici mettono in correlazione questo duplice evento con la Rivoluzione Francese.

L’ultimo evento è la “grande sete” che colpì buona parte dell’area tropicale dal 1868 al 1878, causando una carestia che provocò la morte di almeno 30 milioni di persone soprattutto in India, ma anche in Cina e Indonesia.
La nascita del movimento nazionalista indiano va inserita tra le conseguenze della malagestione dell’emergenza da parte del Raj Britannico.
Quanto alla Cina, dominata all’epoca dalle potenze straniere, l’evento si inserisce in quella catena di disastri che culminò nell’inondazione del fiume Giallo del 1898. Ne scaturì la rivolta dei Boxer e la definitiva destabilizzazione della dinastia, che crollò nel 1911.

Il coordinatore della ricerca, Edward Cook, parla di imprevedibilità del monsone: “I modelli climatologici globali non riescono al momento a simulare in modo adeguato il monsone asiatico e questa limitazione si ripercuote sulla nostra capacità di pianificare il futuro di fronte a cambiamenti potenzialmente inaspettati e rapidi di un mondo in via di riscaldamento”.
Lo studio dovrebbe proprio fornire modelli più accurati.

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L’Europa ansima al cospetto del G2

venerdì, febbraio 5th, 2010

Madrid -5,94%, Lisbona -4,98%, lo chiameranno crac iberico.
Da alcuni giorni, analisti e osservatori erano preoccupati per il crescente debito pubblico di Spagna e Portogallo, memori anche del precedente default greco.
L’ondata di pessimismo ha fatto crollare i listini
Nella serata di ieri, anche Wall Street ha chiuso in picchiata in un clima depresso per le condizioni dell`economia globale: -2,61% per il Dow Jones.
Lì non incide solo la paura per la situazione europea, bensì forti preoccupazioni per il mercato del lavoro interno, sempre più giù.

Di rimbalzo il malessere è arrivato a Tokio, dove la seduta di oggi si è chusa con l’indice Nikkei a -2,9% e – rieccoci in Europa – ora pure l’euro è sotto attacco, ai minimi rispetto al dollaro.
La palla è dunque tornata al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero che già ieri, da Washington, aveva garantito che il debito della Spagna resta su un livello “ragionevole” e lo status “di paese solvibile è garantito“. Purtroppo l’aveva fatto al termine del “giovedì nero”, con le borse già chiuse.

Oggi ritorna sull’argomento: “Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici“.

Darà nuova fiducia ai mercati? Comunque sia, si naviga a vista.

L’anno scorso il debito spagnolo è salito al 55,2% del Pil e arriverà al 74,3% nel 2012, mentre il deficit nel 2009 è volato all’11,4% e il governo punta a riportarlo sotto il 3% nel 2013.
Ma – è proprio questo il punto – per farlo ci sarà un bagno di sangue: taglio della spesa sociale e aumento dell’età pensionabile.

Il problema è strutturale.
Non c’è stata nessuna riforma del sistema finanziario internazionale e nella situazione “tutti in ordine sparso” l’Europa sembra avere il respiro corto rispetto alla ripresa che verrà (forse) e sta scontando una graduale emerginazione dai giri che contano.
Le previsioni di crescita per Eurozona sono deprimenti se paragonate a quelle dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale: il capo dei liberali al parlamento europeo Guy Verhofstadt, citato da Repubblica, prevede per il 2010 un +0.9%, insignificante rispetto al +10 cinese, al +7 indiano, al +4,8 brasiliano e perfino al +4,4% Usa.

“Nel 2050 il G7 non sarà più composto da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Canada, bens’ da Cina, India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia e Usa“.
Tre Paesi asiatici, tre americani, uno a cavallo tra Vecchio Continente e Asia, del tutto eccentrico rispetto alla nostra “casa comune europea”.
Allarmismo? Di fatto, nonostante le recenti tensioni, il nuovo ordine mondiale sembra sempre più una faccenda tra Usa e Cina: il G2.

Sul Wall Street Journal, un’opinione di George Gilder – membro del think-tank “Discovery Institute – ci illusta bene in che direzione guardino gli americani:
“La rivitalizzazione del capitalismo asiatico compiuta dalla Cina resta l’evento mondiale positivo più importante degli ultimi 30 anni. Non solo ha liberato un miliardo di persone dalla penuria e dall’oppressione, ma ha anche trasformato la Cina da un nemico comunista degli Usa in un nuovo responsabile partner capitalista“.

Europa: non pervenuta.
Così anche i mercati non ci credono più, all’Europa.

Che fare? Tutti concordano nell’indicare la necessità di una maggiore integrazione continentale, la creazione di un”sistema Europa” che sappia rispondere coeso sia alle sollecitazioni dei mercati, sia a quelle politiche. Purtroppo nulla del genere si intravede all’orizzonte.

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