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Obama-Hu, un accordo si troverà

mercoledì, gennaio 19th, 2011

Molta economia sul piatto, dopo l’annus horribilis delle relazioni Cina-Usa

I temi sul tavolo ha cercato di anticiparli il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, dichiarando alla stampa che gli Usa chiedono una maggiore cooperazione cinese per risolvere la questione del nucleare nord-coreano e “l’atteggiamento provocatorio” del regime di Pyongyang, aggiungendo che gli Usa sono pronti anche a “sanzioni unilaterali” contro l’Iran.
Fonti americane hanno anche anticipato un accordo di cooperazione sulla sicurezza nucleare, mentre il Washington Post ha pronosticato che la politica del sorriso di Obama verso il Dragone è ormai storia passata. Da oggi, a causa delle incomprensioni e dei mancati passi avanti (in termini di interessi Usa) del 2010, sarà fermezza.
Fatto sta che il vertice di Washington tra Barack Obama e Hu Jintao mette a confronto le due superpotenze soprattutto su temi economici, quelli che davvero contano.
Lo stile diplomatico è assai diverso: al fuoco di sbarramento delle dichiarazioni statunitensi fa da contraltare la strategia dei mutamenti sottili (e quasi sottaciuti) della delegazione cinese.

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Hu-Obama: oltre il 90°

martedì, aprile 13th, 2010

Un incontro di 90 minuti, un incontro che ai più è apparso interlocutorio.
Hu Jintao e Barack Obama si sono incontrati a margine del summit di Washington sulla sicurezza nucleare, per la prima volta da quando il clima tra Cina e Usa si è fatto teso.
Molti gli argomenti sul tavolo, nessun chiaro impegno, ma molte sensazioni e probabili “dietro le quinte” che fanno sbizzarrire analisti e commentatori.
Ecco le interpretazioni più significative.

  • Il presidente Obama ha avuto assicurazioni” da Hu che la Cina discuterà di nuove sanzioni all’Iran, ma la Cina non conferma. (New York Times)
  • I 5 punti proposti da Hu per rafforzare i legami Cina-Usa. Tra questi, spicca la richiesta agli Usa di “trattare con cura” le questioni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina: Tibet e Taiwan. (China Daily)
  • Hu si dice intenzionato a “riformare” lo yuan, dando la sensazione che si muoverà in quella direzione a piccoli passi. (Reuters)
  • Hu Jintao resiste agli appelli di Obama sulla rivalutazione dello yuan. (Bbc)
  • Hu: “Cina e Usa perseguono lo stesso scopo generale sul tema del nucleare Iraniano“. (Xinhua)
  • La Cina sostiene che le sanzioni non possono risolvere la questione nucleare iraniana. (People’s Daily)
  • La Cina intende creare un “centro d’eccellenza” sulla sicurezza nucleare ma non si capisce con quali Paesi. (China Daily)

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Nucleare e yuan, destini incrociati

giovedì, aprile 8th, 2010

Obama e Medvedev hanno siglato a Praga lo Start-2 – il trattato che riduce a un massimo di 1550 le testate nucleari di Usa e Urss – e intanto il segretario al Tesoro Timothy Geithner vola a Pechino per dicutere di rivalutazione dello yuan.
Grande attivismo della diplomazia Usa sull’asse Russia-Cina in vista del summit sulla sicurezza nucleare in programma a Washington la prossima settimana.

La Cina conferma la presenza di Hu Jintao negli Usa mentre un editoriale di China Daily fa le pulci alla svolta “antinucleare” di Obama che era già stata annunciata lunedì e che contiene due elementi forti: la rinuncia a sviluppare nuove armi nucleari; l’impegno a non utilizzare quelle già disponibili contro Stati che abbiano aderito al trattato di non proliferazione, anche qualora questi ultimi aggredissero gli Usa con armi chimiche, batteriologiche o con un attacco informatico.

La Cina è una delle potenze atomiche “riconosciute” oltre a Usa e Russia. Le altre sono Francia e Gran Bretagna. Poi ci sono Israele, India e Pakistan che sono “Paesi nucleari” di fatto.
L’Iran, che nello scacchiere mediorientale-centroasiatico è di fatto l’unico Stato senza bomba, è il dossier aperto, dato che sta dotandosi di impianti per l’arricchimento dell’uranio. Nell’ambito dell’accordo Usa-Urss se ne è parlato molto e Medvedev ha preso le distanze dall’ex protegé, sposando la linea dura Usa.

Il Dragone è anche l’economia a più rapida crescita e a detta di molti il futuro antagonista globale degli Stati Uniti. Anche Pechino sta facendo pressioni sull’Iran, ma in via riservata, secondo la propria tradizione diplomatica.
Ultimamente, tra Cina e Stati Uniti non sono mancate le tensioni: mancato accordo sul clima, caso Google, continue schermaglie sul commercio internazionale, diversi approcci delle due diplomazie proprio verso l’Iran, armi Usa a Taiwan.

I destini incrociati di armi (nucleari) e soldi (lo yuan) vanno visti in questo quadro così complesso, in cui una concessione su un certo dossier non può che avere ripercussioni altrove.

L’editoriale (“Le armi nucleari sono sempre pronte all’uso“), scritto su China Daily da Hu Yumin – ricercatore presso l’associazione cinese per il controllo degli armamenti e il disarmo – tende di fatto a limitare l’importanza dell’accordo Start-2: la politica degli annunci di Obama non determina sostanziali cambiamenti nello scenario nucleare. Usa e Russia possiedono il 90% dell’arsenale complessivo e le armi nucleari continuano a essere parte fondamentale delle rispettive strategie di difesa.
E altrove, si definisce meramente “simbolico” il nuovo corso.

Hu Yimin insiste sul fatto che la “stabilità” – parola chiave per comprendere l’attuale politica cinese – si ottiene solo cedendo alle Nazioni Unite il controllo del disarmo, che deve comunque essere più accentuato.
Insomma, la svolta di Obama e Start-2 non significano stabilità.
Ma tale stabilità deve essere anche economica, in un rapporto dialettico vincente con la sfera politica: meno tensioni permettono più crescita, che a sua volta consente di ridurre ulteriori tensioni.

E infatti altri articoli commentano il viaggio di Geithner dal punto di vista della ritrovata armonia nei rapporti economici Usa-Cina, accennando solo di sfuggita al tema spinoso della rivalutazione dello yuan e ribadendo la posizione cinese.

A cosa punta Pechino?
Probabilmente a fare qualche concessione agli Usa senza destabilizzare (appunto) la ricetta del proprio boom economico.
Rivalutare lo yuan penalizzerebbe infatti tutto il settore legato all’export e attirerebbe speculazioni. Sì, in prospettiva crescerebbe la domanda interna, ma questo è un processo più lungo. Ci vorranno infatti almeno 10 anni prima che il mercato domestico possa rimpiazzare i mancati ricavi delle esportazioni.

La Cina ha bisogno di acque calme per nuotarci dentro.
Probabilmente, secondo molti analisti, prima o poi rivaluterà. Ma non vuole farlo su pressione Usa o, quanto meno, non vuole che così appaia. In cambio, si aspetta più potere nella stanza dei bottoni.
Dal punto di vista cinese, anche l’accordo Start-2 rientra in questo tourbillon diplomatico di più ampio respiro.

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