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L’Ici del Dragone

mercoledì, maggio 5th, 2010

Tra le misure atte a sgonfiare la bolla immobiliare, le autorità cinesi potrebbero introdurre una tassa sugli immobili, una vera e propria Ici d’oltre Muraglia.
Secondo informazioni raccolte da The Economic Observer, tale imposta sarà introdotta in via sperimentale entro la fine dell’anno nelle quattro maggiori città cinesi – Pechino, Shanghai, Chongqing e Shenzhen - per poi essere estesa al resto del Paese.

Più che una tassa sulla proprietà semplice (物业税 o wùyèshuì, “property tax” in inglese), dovebbe trattarsi di un’imposta sui beni immobili (房产税 o fángchǎnshuì, “real estate tax“), dovrebbe cioè colpire le proprietà immesse sul mercato immobiliare e non la casa di residenza del proprietario: paghi ciò su cui speculi, non il luogo dove abiti.
Ma è probabile che la tassa sarà estesa anche a particolari tipologie abitative, come le residenze di lusso.

C’è già chi pensa che una imposizione fiscale del genere potrebbe spingere molte coppie a divorziare e a spartirsi più “prime case” per aggirare l’erario. [vedi video]

Ma di fatto, a che serve?
Proprio come l’Ici, la tassa dovrebbe soprattutto riempire le casse di governi locali, fornendo loro una fonte costante e stabile di introito.

Il punto è capire se possa essere efficace anche per sgonfiare la bolla.
In teoria, se un immobile in cui non si risiede viene tassato duramente, il proprietario è spinto a venderlo e quindi, con l’ampliamento dell’offerta, i prezzi calano.
Tuttavia, gli esempi che vengono dall’estero non sono incoraggianti: in Italia l’Ici, giusto per dire, non ha certo impedito che i prezzi immobiliari crescessero molto più dei salari.
Anche negli Usa, l’esistenza di una “property tax” non ha evitato la crescita a dismisura della bolla immobiliare.

Lo spostamento dall’iniziale progetto di tassa sulla proprietà a quella sui beni immobili sembra di fatto motivato anche da ragioni burocratiche: pare infatti che una legge sulla proprietà dovrebbe passare per il Congresso Nazionale del Popolo e avrebbe un iter più lungo, mentre quella sui beni immobili sarebbe la revisione di una legge già esistente e dovrebbe passare solo per il Consiglio di Stato, in un processo più snello.
Un altro vantaggio della tassa sui beni immobili è il fatto che non tassa i terreni edificabili, già sottoposti ad altre imposte. La tassazione della nuda proprietà avrebbe invece comportato la necessità di accorpare balzelli di diversa natura, un’ulteriore complicazione.

In definitiva, è probabile che l’imposta sui beni immobili abbia un effetto di breve durata sui prezzi, ma non c’è prova che possa stabilizzarli verso il basso sul lungo periodo, consentendo un più facile accesso all’abitazione per tutti.
La tassa si confermerebbe quindi una fonte di reddito per i governi locali, in crisi di liquidità dopo gli iniziali benefici del pacchetto di stimoli anticrisi.

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Come ti sgonfio la bolla

venerdì, aprile 30th, 2010

Bolla immobiliare? E io te la sgonfio politicamente.
Il Comune di Pechino ha varato un pacchetto di misure per frenare la corse dei prezzi delle case.
Tra le altre cose, autorizzerà un solo acquisto immobiliare per famiglia e imporrà alle banche di “sospendere i mutui immobiliari a coloro che intendono acquistare il terzo immobile o ulteriore, così come a quelle persone che non siano residenti a Pechino o che non possano provare di aver pagato tasse e contributi al comune da almeno un anno”.

Lo rende noto l’agenzia di Stato Xinhua, che definisce “dure restrizioni per frenare i prezzi immobiliari alle stelle” le nuove regole.

La decisione rivela che il controllo politico dell’economia potrebbe funzionare meglio della mano invisibile del mercato quando si viaggia sullo spartiacque tra crescita e crisi. Rivela anche che il problema esiste ed è percepito come urgente, dato il carattere piuttosto drastico del pacchetto di misure.

Molti osservatori occidentali prevedono una crisi prossima ventura guardando proprio a Oriente e puntando il dito verso la bolla immobiliare.
Ma, come abbiamo osservato altrove, il mercato della casa cinese è ben diverso da quello giapponese degli anni Ottanta, quando i metri quadri nel centro di Tokyo erano i più costosi del pianeta.
In sintesi, la bolla giapponese fu gonfiata dagli immobili commerciali e i prezzi salirono più del Pil. In Cina, la domanda è invece trainata ancora dagli immobili residenziali – cioè la gente cerca casa – e i prezzi crescono più o meno in linea con il Pil.

Queste sono le differenze economiche di non poco conto.
Ma dove non arriva la ben nota mano invisibile, può arrivare la direzione politica, peculiarità della crescita cinese negli ultimi trent’anni.
Le autorità hanno già messo all’opera alcune misure:

  • la regola per cui prestiti e mutui concessi dalle banche non possono  superare il 50% del valore immobiliare
  • l’immissione di terreno demaniale sul mercato, per aumentare l’offerta e diminuire quindi i prezzi
  • per le ditte di costruzioni, il limite temporale di un anno dopo l’aggiudicazione di un contratto per iniziare i nuovi progetti immobiliari, di modo che non possano aspettare che i prezzi salgano

E’ la particolare via cinese al capitalismo che ci consiglia di non dare troppo per scontata una imminente esplosione della cosiddetta bolla immobiliare cinese.
Ho scritto una mail esprimendo gli stessi contenuti a Paul Mason, editorialista economico della Bbc.
All’International Journalism Festival di Perugia ho assistito alla presentazione del suo “Meltdown: The End of the Age of Greed” e mi è parso che lui, collegato in videoconferenza, prevedesse con eccessiva sicurezza lo “sboom” a Pechino e dintorni.
Attendo una sua risposta.

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Il sorpasso Cina-Giappone

giovedì, gennaio 21st, 2010

Tutti i media hanno dato grande enfasi alla notizia che la Cina, sorpassando il Giappone, è diventata la seconda economia mondiale dopo gli Usa. Secondo Goldman Sachs, il Dragone dovrebbe sopravanzare gli americani entro il 2027 conquistando il top della classifica.

Cosa significa? Che con una crescita dell’8.7% nel 2009 (10.7% nell’ultimo trimestre, oltre le aspettative degli stessi funzionari di Pechino) il Pil cinese ha raggiunto i 33,53 trilioni di yuan (circa 4.91 trilioni di dollari Usa), cioè le dimensioni dell’economia giapponese nel 2008. I dati provenienti da Tokio saranno resi noti il mese prossimo ma, dato che si prevede una contrazione del 6%, il sorpasso è di fatto già avvenuto.

Questo in numeri assoluti. Visto però che la popolazione giapponese è circa un decimo di quella cinese, i sudditi del Sol Levante rimangono infinitamente più ricchi dei dirimpettai sul continente. La stessa Cina continua a definirsi “un Paese in via di sviluppo“, concetto ribadito da Ma Jiantang, capo dell’ufficio nazionale di statistica: “In base agli standard Onu – un reddito di almeno un dollaro al giorno – da noi ci sono ancora 150 milioni di poveri. Questa è la realtà cinese.”

Quello che però non è in discussione è la traiettoria delle due economie: quella del Dragone cresce, quella nipponica si contrae.
Proprio il confronto con il Giappone, sucita però più di un’inquietudine.
Il boom giapponese degli anni Settanta e Ottanta si tradusse in una grande bolla immobiliare che alla fine scoppiò, così come è poi avvenuto negli Usa all’inizio della crisi odierna.
Oggi anche in Cina si intravede un’eccessiva crescita dei prezzi immobiliari, favorita dal pacchetto di stimoli varato dal governo di Pechino che ha messo in circolazione un fiume di valuta che, a sua volta, si traduce in prestiti facili per chi vuole investire nel mattone.

La Cina sarà un nuovo Giappone che si gonfia come un pallone per poi scoppiare?
Senza scadere in eccessivi tecnicismi, basterà dire che la situazione dei due Paesi è molto diversa: in Giappone la bolla era gonfiata dagli immobili commerciali e i prezzi salivano più del Pil. In Cina, la crescita dei prezzi (12%) è compatibile con quella dell’economia (10%) e si vendono soprattutto immobili residenziali.
Il boom immobiliare rivela quindi una sostanziale crescita del Paese stesso: i cinesi diventano gradualmente più ricchi e comprano casa.
Tuttavia, il governo ha in via precauzionale posto un limite ai “prestiti facili”.

Ci sono però altri problemi.
Il pacchetto di stimoli funziona, ma ha le gambe corte se l’economia rimane eccessivamente legata all’export. In pratica, quando finirà l’effetto della pioggia di soldi che crea posti di lavoro nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nei lavori pubblici, la Cina si troverà di nuovo di fronte al problema fin qui posposto: a chi vendo le merci che produco? L’Occidente non promette bene, uscirà dalla crisi un po’ più povero e predisposto al risparmio. E poi, perché continuare a dipendere dai consumi occidentali?

Proprio su questo punto, il mondo (e quindi anche noi) focalizza il proprio interesse. Da più parti si sostiene che prima o poi Pechino finirà per rivalutare lo yuan per dare più potere d’acquisto ai cinesi e creare un mercato interno all’altezza delle dimensioni del Paese. Su quel nuovo mercato che si intravede, ma che è ancora in parte immaginario, competeranno le produzioni locali e quelle globali.

Dopo tutto erano queste le speranze dell’Occidente quando nel 2001 la Cina entrò nel Wto: un enorme mercato di sbocco per le merci che non riuscivamo più a vendere in casa nostra.
E’ andata diversamente: è stato il Dragone a diventare “fabbrica del mondo” e a invadere i mercati di prodotti a basso costo che, detto per inciso, hanno contribuito a mantenere i prezzi bassi (cioè a rivalutare i nostri salari).
Ora, forse, sta per cominciare un’altra storia.

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