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Riforma dell’Hukou e critica di sinistra

giovedì, marzo 11th, 2010

Il primo marzo, 13 giornali considerati “liberali” hanno fatto appello ai maggiori organi dello stato cinese affinchè il sistema di registrazione della residenza – l’Hukou – venisse riformato. Apparentemente la misura dovrebbe rendere più liberi e tutelati i migranti cinesi.
Ma non tutti la pensano così.
A sinistra, si ritiene che l’appello rappresenti un’ulteriore passo verso la privatizzazione delle terre agricole a vantaggio degli interessi speculativi.

Secondo il sistema attualmente in vigore, i residenti rurali possono accedere alle terre comuni del proprio villaggio di residenza anche dopo molti anni trascorsi in città come migranti. Come abbiamo già sottolineato, non c’è abbastanza terra per tutti e molti dei migranti che tornano al villaggio d’origine restano disoccupati. Tuttavia, almeno a livello di principio, la terra è un diritto. Un po’ come succedeva nell’Europa moderna, prima dell’introduzione delle Enclosures agli albori dell’età contemporanea.

E proprio il riferimento alle Enclosures sembra azzeccato.
Un articolo comparso sul sito China Study Group (collegato al gruppo di China Left Review), sostiene infatti che introdurre un sistema di libero scambio della residenza rurale con quella cittadina o eliminare del tutto l’Hukou, indurrebbe molti giovani delle campagne ad abbandonare il luogo d’origine, ritrovandosi dopo anni – magari dopo una crisi economica – senza il paracadute del pezzetto di terra e dell’economia informale a cui fare ritorno. Non gli resterebbe che recitare la parte di esercito industriale di riserva che già recitano nei fatti.

L’articolo in realtà sprona la sinistra a farsi carico del problema non contrapponendosi semplicemente alla riforma “liberista”, bensì elaborando una propria proposta.
Se infatti il libero scambio di Hukou permetterebbe ai capitalisti di mettere le mani sulle terre comuni, il sistema attuale ha esiti del tutto simili: consente allo stato di requisire gli appezzamenti – a prescindere dalla volontà dei residenti – e venderli.
“L’anno scorso, nel distretto Wenjiang di Chengdu - uno dei numerosi esprimenti pilota per “armonizzare lo sviluppo urbano e quello rurale” – il 60% delle entrate del governo è arrivato dalla vendita di terre che appartenevano agli ex residenti rurali”.

La discussione sull’Hukou non è quindi che uno specchietto per le allodole.
Il vero punto nodale è come riformare il sistema di registrazione della residenza  senza creare slum come quelli di cui è costellato tutto il terzo mondo e senza favorire la privatizzazione rapace delle terre agricole.
Pare infatti che la residenza rurale stia già diventando estremamente appetibile perché, se si hanno abbastanza soldi e contatti giusti, permette di mettere le mani sui terreni.

In un commento si legge: “In molte località dei delta del Fiume delle Perle e dello Yangtze, l’Hukou rurale ha assunto più valore di quello urbano (l’anno scorso in Guangdong ho visitato di persona un villaggio del genere, dove molti ex residenti che adesso hanno l’Hukou urbano stanno cercando di riottenere qualle rurale, mentre quelli che ce l’hanno si oppongono ai loro tentativi)”.

Perché la riforma dell’Hukou non diventi “il cavallo di Troia delle privatizzazioni”, si legge in un altro commento, “il problema è quello di creare un livello sostenibile di produttività nelle campagne, di modo che i residenti rurali possano sopravvivere senza trasferirsi in città e diventare forza lavoro a poco prezzo”.
Insomma, meglio l’Hukou che la deregulation totale.

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Senza terra

lunedì, febbraio 1st, 2010

La crisi ha colpito più l’Occidente che l’Oriente. E’ questa la conclusione a cui sono giunti parecchi economisti analizzando il Prodotto interno lordo dei singoli Stati.
Non solo: c’è chi ipotizza che l’ammortizzatore sociale che riduce l’impatto della recessione sia il settore informale (leggi “economia di sussistenza“) a cui è dedita la popolazione più povera, ben più numerosa in Asia che in Occidente.

Parte dell’establishment economico ritiene insomma che la manodopera salariata espulsa dal lavoro e dalle metropoli asiatiche trovi ricovero in circuiti economici alternativi.
Come a dire: più in basso di un certo livello non si può scendere, a quel punto scatta il “fai-da-te“, un nuovo e diverso equilibrio che comunque garantisce la sopravvivenza. E quando ripartirà il ciclo economico, si assisterà a un movimento inverso di ritorno al lavoro salariato.

L’atterraggio morbido verso la “global safety net” avverrebbe in due forme.

Primo: attraverso l’economia informale.
Riciclo (specie la raccolta e rivendita dei rifiuti) e piccoli mercati di strada sono i luoghi privilegiati di questa economia alternativa.
Secondo la International Labour Organization, gli informali rappresentano circa la metà della forza lavoro in America Latina, oltre il 70% nell’Africa sub-Sahariana e più dell’80% in India; ma un rapporto del governo indiano riporta una percentuale che supera il 90%.
Il Wall Street Journal cita ad esempio la città indiana di Ahmedabad, già capitale del tessile, dove le dismissioni industriali sarebbero state riassorbite dal settore informale.

Secondo: con il ritorno alle campagne e il reimpiego nell’agricoltura di sussistenza.
Questa idea si basa sull’assunto che i lavoratori inurbati abbiano in realtà mantenuto anche l’attività in campagna: l’orticello di famiglia.
Con raccolti disponibili quasi tutto l’anno, l’attività agricola andrebbe così a costituire quell’extra che permetterà agli operai-contadini di accedere al mondo dei consumi. In tempo di crisi, l’agricoltura basta comunque a mantenere il livello di sussistenza.

Jan Breman ha confutato queste teorie sulla New Left Review. L’ha fatto sia sulla base di dati sia con una ricerca sul campo.
Innanzitutto, “se si considera la distribuzione del reddito e non il macro-calcolo del Pil, emerge che la crisi globale ha fatto pagare un prezzo sproporzionatamente più alto ai settori più vulnerabili“.

E’ chiaro inoltre che la crisi colpisce duramente anche l’economia di sussistenza.
Breman torna proprio ad Ahmedabad e scopre che il settore informale non garantisce in realtà neppure “metà della cifra che la World Bank ha stabilito come limite sotto il quale si parla di ‘estrema povertà’: un dollaro pro capite al giorno”.

Non solo: con la crisi, i prezzi dei materiali trovati nelle discariche si sono ulteriormente ridotti, colpendo i raccoglitori-rivenditori.

Quanto alle campagne, è un errore pensare che possano riassorbire la forza lavoro espulsa. I contadini sono partiti da zone rurali in cui la terra non era in grado di garantire la sussistenza per tutti. Quando vi fanno ritorno trovano la medesima situazione: anzi, talvolta le condizioni si sono ulteriormente deteriorate.
“Si erano allontanati dall’economia del villaggio soprattutto per la scarsità di terra e di altre forme di capitale. Non c’è fattoria familiare a cui fare ritorno. La partenza del senza terra e del contadino povero era stata una fuga, parte di una strategia di resistenza”.

E qui si parla anche di Cina.
Dei 120 o 150 milioni di migranti che negli ultimi 25 anni hanno intrapreso il cammino dalle zone rurali interne alle città costiere in rapida crescita, le fonti ufficiali riportano che dai 10 ai 15 milioni sono adesso disoccupati. Per queste vittime della nuova economia, non c’è alternativa al ritorno a casa, in una campagna profondamente impoverita.”

E’ così? Le campagne cinesi sono state il “safe heaven” dove milioni di contadini inurbati hanno fatto ritorno oppure ha ragione Breman?
All’inizio del 2009 una ricerca dell’ufficio nazionale di statistica riportava che solo il 6,6% dei migranti disoccupati non possedeva terra coltivabile. Ma in seguito altri dati hanno fatto dubitare dell’attendibilità di queste proiezioni.

Il 10% più ricco dei cinesi ha un reddito medio di 23 volte superiore a quello del 10% più povero. E da una ricerca svolta in 11 province, è emerso che l’80% degli intervistati reputa la società “ingiusta”.
Niu Dao, un esperto del settore immobiliare citato da China Daily che lavora per cnstock.com, stimava in 31 milioni il numero dei migranti disoccupati a ottobre 2009″.

Di sicuro – lo attestano gli stessi articoli comparsi sui media ufficiali – le autorità cinesi sono ben conscie del problema e non intendono nasconderlo.
E’ uno dei leit motiv della “società armoniosa” perseguita nell’era di Hu Jintao.
Il ritorno alla terra non basta.
La risposta? Le scuole vocazionali, dove gli ex salariati dovrebbero riqualificarsi professionalmente, e gli incentivi alla piccola impresa: da contadini a operai e poi imprenditori. Un percorso che può funzionare solo se si ampliano i consumi interni e si crea nuova domanda.
Ma qui subentra un altro problema, forse ancora più difficile da risolvere: la compatibilità ambientale.

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