Pyongyang vuole partecipare al meccanismo dei crediti carbonio: meno Co2 in cambio di risorse economiche
Soldi per non inquinare. È la logica del sistema di scambio delle emissioni – o cap-and-trade – secondo cui chi manda in circolo meno Co2 può “vendere” le proprie quote risparmiate a chi invece sfora il limite. Così, secondo gli adepti del mercato come ricetta buona a tutto, la “mano invisibile” salverebbe il pianeta.
La faccenda si complica quando nel “giro” vuole entrarci anche qualche partner imbarazzante, in questo caso la Corea del Nord.
Pyongyang ritiene infatti di avere diritto a ottenere crediti carbonio grazie all’energia “pulita” prodotta dalle proprie centrali idroelettriche ed equivalente a sette-otto megawatt l’anno. Ha incaricato la tedesca Hanns Seidel Foundation – una Ong legata alla Unione Cristiano-Sociale di Baviera – di sottoporre la propria istanza alle Nazioni Unite, istituzione competente per la concessione dei crediti: soldi in cambio di Co2 risparmiata e centrali nordcoreane iscritte d’ufficio al Clean Development Mechanism(Cdm). Data la capacità degli impianti, si parla di milioni di euro all’anno.
È inutile sottolineare che il flusso di denaro fresco sarebbe vitale per un Paese alla fame, periodicamente afflitto dalla carestia, in grado di sostenere un programma nucleare ma non di nutrire i propri cittadini.
Mentre gli Usa tirano il freno a mano, il Dragone inserisce lo scambio dei crediti carbonio nel prossimo piano quinquennale
Quest’estate, proprio mentre gli Usa rinunciavano a varare entro il 2010 un progetto di legge sull’abbattimento di emissioni di Co2, la Cina discuteva di come inserire nel prossimo piano quinquennale (2011-2015, è il dodicesimo) un sistema “cap-and-trade“, cioè un programma di scambio dei crediti carbonio.
Il piano quinquennale è lo strumento con cui il Dragone delinea le strategie fondamentali della propria crescita economica. Inserirci il mercato delle emissioni, significa rendere quest’ultimo vincolante.
Il progetto è nell’aria da almeno un anno e la lunga gestazione dimostra che non è per niente facile metterlo nero su bianco. Ciò nonostante, da più parti si osserva che nell’ideale gara tra le due economie più inquinanti del pianeta verso gli obiettivi verdi, la Cina abbia ormai superato gli Usa.
E’ così? Quali sono i problemi di Pechino?
Cosa possono vendere gli Usa alla Cina?
La domanda non è banale, visto che la vecchia “Chain Gang Economics” che ha retto il mondo è stata spazzata via dalla crisi. Gli Usa compravano, i cinesi vendevano, i prezzi restavano bassi in Occidente e il Dragone accumulava riserve valutarie, ricomprando poi il debito Usa.
Ora a Washington e dintorni si chiede a Pechino di rivalutare il renminbi un giorno sì e l’altro pure, in modo che i cinesi possano comprare merci americane e che gli americani trovino un po’ meno conveniente comprare quelle cinesi.
Ma, di nuovo, che cosa possono vendere gli Usa alla Cina?
La recente vicenda Google e i precedenti flop di eBay e Yahoo dimostrano che in Cina non si vende l’Information Technology e il web made in Usa. Ovviamente, sposo qui la tesi che quelli di Mountain View abbiano montato il polverone degli hackers perché tanto non riescono a sfondare oltre Muraglia: portiamo via la mobilia e già che ci siamo facciamo anche un po’ di marketing tra le anime belle d’Occidente.
Commercialmente, funzionano invece le catene commerciali che creano uno “stile di vita” attraverso il consumo più immediato: McDonald’s, Kentucky Fried Chicken, Starbucks, Pizza Hut per gli alimentari, Nike per l’abbigliamento.
Ma già sorgono i corrispettivi cinesi e, in quanto a produzioni “semplici”, nessuno ha da insegnare qualcosa ai sudditi del Celeste Impero.
E dunque? Ovvio: gli Usa possono vendere alla Cina tecnologie verdi.
Ma non lo fanno, perché c’è un problema di brevetti, che gli americani hanno paura di farsi soffiare, e soprattutto perché si tratta spesso di tecnologie “duali” (adatte anche allo sviluppo degli armamenti).
“Tra queste c’è ovviamente la tecnologia nucleare, ma anche quella dell’eolico, dove alcune tecnologie possono avere applicazioni militari nell’aeronautica, o meccanismi che possono essere utilizzati per i motori dei camion o dei carri armati.” (Francesco Sisci, “Il no della Cina sull’ambiente“)
La Cina ha da anni imboccato la strada dell’innovazione in materia ambientale (si veda a questo proposito, OECD, 2009, “Eco-Innovation Policies in The People’s Republic of China”, Environment Directorate, OECD), secondo le linee guida di “approccio scientifico allo sviluppo”, “società armoniosa”, “produzioni pulite”, “economia circolare”, “risparmio energetico” e “riduzione dell’inquinamento”.
Oltre dalle pressioni occidentali, la svolta è stata impressa da una sincera consapevolezza dell’emergenza. La Banca Mondiale ha già calcolato in 750mila il numero annuale dei morti cinesi a causa dell’inquinamento. Inoltre, il dissesto ambientale (fiumi e falde inquinati, scioglimento dei ghiacciai himalayani, etc) fa pensare che ciò che è oggi boom economico, domani potrebbe trasformarsi in costi economici.
Anche il pacchetto di stimoli anticrisi enfatizza “risparmio energetico, riduzione delle emissioni, sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e veicoli a basse emissioni”.
Tra il 1998 e il 2005 sono stati depositati in cina 1.237 brevetti di tecnologie ambientali, c’è da pensare che nel periodo successivo siano stati molti di più.
Le tecnologie disponibili a oggi spaziano dai motori ibridi alle tecniche per ridurre le fughe di metano nel settore minerario, passando per i fertilizzanti più eco-friendly in agricoltura e il riscaldamento solare nelle costruzioni.
“Nel settore delle energie alternative (solare, eolico, biomasse e nucleare), la Cina sta profondendo un impegno particolare, con investimenti fino a 293 miliardi di dollari. Alla soglia del 2020, la quota di energia alternativa dovrebbe toccare il 15%, puntando in particolare sull’eolicoe sul solare. già nell’ultimo anno la Cina ha raddoppiato la sua capacità in questo campo, pari al 73% dell’energia eolica prodotta in Asia, un terzo di quella prodotta globalmente. Ed è già leader nel solare, avendo scavalcato gli Usa anche grazie a progetti attuati con compagnie americane (come la Westinghouse nella Mongolia Interna)”.
(Margherita Paolini, “Il Drago verde”, in Il clima del G2, quaderno speciale di Limes, dicembre 2009)
Tuttavia non basta. La dipendenza dal carbonecontinua a essere il problema principale. Oggi il 68,4% della produzione energetica cinese dipende dal carbone “sporco”; nel 2020 si prevede che tale percentuale si abbassi al 62,3%. E’ comunque troppo, considerando che in numeri assoluti il consumo di carbone (e le relative emissioni) aumenterà, perché crescerà il fabbisogno energetico.
Per inciso, su questo tema un processo tecnologico avanzato come il Ccs (carbon capture and storage) sta dando risultati deludenti anche negli Usa (altro Paese parecchio “carbonifero”).
Ed è proprio interesse congiunto Usa-Cina quello di innovare nel ciclo del carbone e di trovare al contempo alternative energetiche.
Non si scappa. E’ solo da questa cooperazione sul piano della ricerca e del trasferimento di tecnologia che può ripartire il cosiddetto G2, in un senso che soddisfi entrambi gli attori in campo: la più grande economia avanzata (che potrebbe riequilibrare il proprio deficit di bilancio) e la più grande economia emergente (che potrebbe continuare il proprio sviluppo accelerato riducendone l’impatto ambientale).
E ne trarrebbe beneficio tutto il pianeta, in una nuova “Chain Gang Economics” un po’ meno da “galeotti incatenati” e un po’ più da partner virtuosi.