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L’Italia vista da Pechino

lunedì, ottobre 17th, 2011

Soprassedendo sul sabato romano, ho scritto un pezzo sui timori che l’Italia riesce a suscitare perfino in Cina.
Ecco dunque L’Italia vista da Pechino.

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L’euro è reversibile? Parla Paul Krugman

giovedì, aprile 29th, 2010

Paul Krugman, economista premio Nobel nel 2008 ed editorialista del New York Times, dice la sua sulla crisi greca che mette a dura prova gli equilibri economici europei in un articolo comparso sul suo blog, che qui traduciamo.

Per molto tempo ho pensato che probabilmente l’euro fosse stato un errore. Ma pensavo anche che il passato ormai è passato: non si può cambiarlo. Ero fortemente influenzato dall’idea espressa da Barry Eichengreen in un ormai classico articolo del 2007 (anche se avevo sentito quelle ragioni – forse proprio da Barry? – molto prima della sua pubblicazione): come sosteneva lui, ogni tentativo di abbandonare l’euro avrebbe richiesto tempo e preparazione, e durante il periodo di transizione si sarebbero verificati dei devastanti assalti agli sportelli. Quindi l’idea di una dissoluzione dell’euro era una non-possibilità.

Ma ora ci sto ripensando per una ragione semplice: le motivazioni di Eichengreen sono una buona ragione per non pianificare l’abbandono dell’euro, ma che succede se la corsa agli sportelli e la crisi finanziaria si verificano lo stesso? In tal caso, i costi marginali dell’abbandono si riducono drasticamente e la decisione sarebbe di fatto tolta dalle mani dei policymaker.

Effettivamente l’abbandono della convertibilità da parte dell’Argentina fu qualcosa di simile. Una scelta deliberata di cambiare la legge avrebbe provocato una crisi bancaria; ma nel 2001 una tale crisi erà già del tutto in corso, così come le restrizioni d’emergenza sui prelievi bancari. E quindi il non fattibile divenne fattibile.

Pensatela a questo modo: il governo greco non può annunciare una politica di abbandono dell’euro e sono sicuro che non abbia nessuna intenzione di farlo. Ma a questo punto è troppo facile immaginare che non riuscirà a pagare il debito, provocando una crisi di fiducia che costringerà il governo a imporre una “vacanza bancaria“. E a quel punto, succeda quel che succeda, la logica di restare agganciati alla moneta comune diventerà molto meno convincente.

E se la Grecia sarà costretta a uscire dall’euro cosa succederà agli altri membri traballanti?
Penso che adesso andrò a ripararmi sotto a un tavolo.

Paul Krugman
Copyright 2010 The New York Times Company

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L’Europa ansima al cospetto del G2

venerdì, febbraio 5th, 2010

Madrid -5,94%, Lisbona -4,98%, lo chiameranno crac iberico.
Da alcuni giorni, analisti e osservatori erano preoccupati per il crescente debito pubblico di Spagna e Portogallo, memori anche del precedente default greco.
L’ondata di pessimismo ha fatto crollare i listini
Nella serata di ieri, anche Wall Street ha chiuso in picchiata in un clima depresso per le condizioni dell`economia globale: -2,61% per il Dow Jones.
Lì non incide solo la paura per la situazione europea, bensì forti preoccupazioni per il mercato del lavoro interno, sempre più giù.

Di rimbalzo il malessere è arrivato a Tokio, dove la seduta di oggi si è chusa con l’indice Nikkei a -2,9% e – rieccoci in Europa – ora pure l’euro è sotto attacco, ai minimi rispetto al dollaro.
La palla è dunque tornata al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero che già ieri, da Washington, aveva garantito che il debito della Spagna resta su un livello “ragionevole” e lo status “di paese solvibile è garantito“. Purtroppo l’aveva fatto al termine del “giovedì nero”, con le borse già chiuse.

Oggi ritorna sull’argomento: “Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici“.

Darà nuova fiducia ai mercati? Comunque sia, si naviga a vista.

L’anno scorso il debito spagnolo è salito al 55,2% del Pil e arriverà al 74,3% nel 2012, mentre il deficit nel 2009 è volato all’11,4% e il governo punta a riportarlo sotto il 3% nel 2013.
Ma – è proprio questo il punto – per farlo ci sarà un bagno di sangue: taglio della spesa sociale e aumento dell’età pensionabile.

Il problema è strutturale.
Non c’è stata nessuna riforma del sistema finanziario internazionale e nella situazione “tutti in ordine sparso” l’Europa sembra avere il respiro corto rispetto alla ripresa che verrà (forse) e sta scontando una graduale emerginazione dai giri che contano.
Le previsioni di crescita per Eurozona sono deprimenti se paragonate a quelle dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale: il capo dei liberali al parlamento europeo Guy Verhofstadt, citato da Repubblica, prevede per il 2010 un +0.9%, insignificante rispetto al +10 cinese, al +7 indiano, al +4,8 brasiliano e perfino al +4,4% Usa.

“Nel 2050 il G7 non sarà più composto da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Canada, bens’ da Cina, India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia e Usa“.
Tre Paesi asiatici, tre americani, uno a cavallo tra Vecchio Continente e Asia, del tutto eccentrico rispetto alla nostra “casa comune europea”.
Allarmismo? Di fatto, nonostante le recenti tensioni, il nuovo ordine mondiale sembra sempre più una faccenda tra Usa e Cina: il G2.

Sul Wall Street Journal, un’opinione di George Gilder – membro del think-tank “Discovery Institute – ci illusta bene in che direzione guardino gli americani:
“La rivitalizzazione del capitalismo asiatico compiuta dalla Cina resta l’evento mondiale positivo più importante degli ultimi 30 anni. Non solo ha liberato un miliardo di persone dalla penuria e dall’oppressione, ma ha anche trasformato la Cina da un nemico comunista degli Usa in un nuovo responsabile partner capitalista“.

Europa: non pervenuta.
Così anche i mercati non ci credono più, all’Europa.

Che fare? Tutti concordano nell’indicare la necessità di una maggiore integrazione continentale, la creazione di un”sistema Europa” che sappia rispondere coeso sia alle sollecitazioni dei mercati, sia a quelle politiche. Purtroppo nulla del genere si intravede all’orizzonte.

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Senza terra

lunedì, febbraio 1st, 2010

La crisi ha colpito più l’Occidente che l’Oriente. E’ questa la conclusione a cui sono giunti parecchi economisti analizzando il Prodotto interno lordo dei singoli Stati.
Non solo: c’è chi ipotizza che l’ammortizzatore sociale che riduce l’impatto della recessione sia il settore informale (leggi “economia di sussistenza“) a cui è dedita la popolazione più povera, ben più numerosa in Asia che in Occidente.

Parte dell’establishment economico ritiene insomma che la manodopera salariata espulsa dal lavoro e dalle metropoli asiatiche trovi ricovero in circuiti economici alternativi.
Come a dire: più in basso di un certo livello non si può scendere, a quel punto scatta il “fai-da-te“, un nuovo e diverso equilibrio che comunque garantisce la sopravvivenza. E quando ripartirà il ciclo economico, si assisterà a un movimento inverso di ritorno al lavoro salariato.

L’atterraggio morbido verso la “global safety net” avverrebbe in due forme.

Primo: attraverso l’economia informale.
Riciclo (specie la raccolta e rivendita dei rifiuti) e piccoli mercati di strada sono i luoghi privilegiati di questa economia alternativa.
Secondo la International Labour Organization, gli informali rappresentano circa la metà della forza lavoro in America Latina, oltre il 70% nell’Africa sub-Sahariana e più dell’80% in India; ma un rapporto del governo indiano riporta una percentuale che supera il 90%.
Il Wall Street Journal cita ad esempio la città indiana di Ahmedabad, già capitale del tessile, dove le dismissioni industriali sarebbero state riassorbite dal settore informale.

Secondo: con il ritorno alle campagne e il reimpiego nell’agricoltura di sussistenza.
Questa idea si basa sull’assunto che i lavoratori inurbati abbiano in realtà mantenuto anche l’attività in campagna: l’orticello di famiglia.
Con raccolti disponibili quasi tutto l’anno, l’attività agricola andrebbe così a costituire quell’extra che permetterà agli operai-contadini di accedere al mondo dei consumi. In tempo di crisi, l’agricoltura basta comunque a mantenere il livello di sussistenza.

Jan Breman ha confutato queste teorie sulla New Left Review. L’ha fatto sia sulla base di dati sia con una ricerca sul campo.
Innanzitutto, “se si considera la distribuzione del reddito e non il macro-calcolo del Pil, emerge che la crisi globale ha fatto pagare un prezzo sproporzionatamente più alto ai settori più vulnerabili“.

E’ chiaro inoltre che la crisi colpisce duramente anche l’economia di sussistenza.
Breman torna proprio ad Ahmedabad e scopre che il settore informale non garantisce in realtà neppure “metà della cifra che la World Bank ha stabilito come limite sotto il quale si parla di ‘estrema povertà’: un dollaro pro capite al giorno”.

Non solo: con la crisi, i prezzi dei materiali trovati nelle discariche si sono ulteriormente ridotti, colpendo i raccoglitori-rivenditori.

Quanto alle campagne, è un errore pensare che possano riassorbire la forza lavoro espulsa. I contadini sono partiti da zone rurali in cui la terra non era in grado di garantire la sussistenza per tutti. Quando vi fanno ritorno trovano la medesima situazione: anzi, talvolta le condizioni si sono ulteriormente deteriorate.
“Si erano allontanati dall’economia del villaggio soprattutto per la scarsità di terra e di altre forme di capitale. Non c’è fattoria familiare a cui fare ritorno. La partenza del senza terra e del contadino povero era stata una fuga, parte di una strategia di resistenza”.

E qui si parla anche di Cina.
Dei 120 o 150 milioni di migranti che negli ultimi 25 anni hanno intrapreso il cammino dalle zone rurali interne alle città costiere in rapida crescita, le fonti ufficiali riportano che dai 10 ai 15 milioni sono adesso disoccupati. Per queste vittime della nuova economia, non c’è alternativa al ritorno a casa, in una campagna profondamente impoverita.”

E’ così? Le campagne cinesi sono state il “safe heaven” dove milioni di contadini inurbati hanno fatto ritorno oppure ha ragione Breman?
All’inizio del 2009 una ricerca dell’ufficio nazionale di statistica riportava che solo il 6,6% dei migranti disoccupati non possedeva terra coltivabile. Ma in seguito altri dati hanno fatto dubitare dell’attendibilità di queste proiezioni.

Il 10% più ricco dei cinesi ha un reddito medio di 23 volte superiore a quello del 10% più povero. E da una ricerca svolta in 11 province, è emerso che l’80% degli intervistati reputa la società “ingiusta”.
Niu Dao, un esperto del settore immobiliare citato da China Daily che lavora per cnstock.com, stimava in 31 milioni il numero dei migranti disoccupati a ottobre 2009″.

Di sicuro – lo attestano gli stessi articoli comparsi sui media ufficiali – le autorità cinesi sono ben conscie del problema e non intendono nasconderlo.
E’ uno dei leit motiv della “società armoniosa” perseguita nell’era di Hu Jintao.
Il ritorno alla terra non basta.
La risposta? Le scuole vocazionali, dove gli ex salariati dovrebbero riqualificarsi professionalmente, e gli incentivi alla piccola impresa: da contadini a operai e poi imprenditori. Un percorso che può funzionare solo se si ampliano i consumi interni e si crea nuova domanda.
Ma qui subentra un altro problema, forse ancora più difficile da risolvere: la compatibilità ambientale.

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Davos: riforma della finanza e proposta cinese

venerdì, gennaio 29th, 2010

Non si possono far fallire le banche perché sono troppo grosse: ci sono in ballo troppi interessi.
Fu questo ciò che disse Barack Obama quando gli toccò giustificare il pacchetto di salvataggio per gli istituti finanziari travolti dalla crisi.
In cambio, lasciava intendere una regolamentazione più stretta dei mercati, una riforma del sistema finanziario che non permettesse più usi e abusi della “finanza creativa“.

Ne sono scaturite 2 proposte.
La prima, più populista, è la cosiddetta  “tassa di responsabilità per la crisi finanziaria“: un “ridateci i soldi” più che una riforma vera e propria.
La seconda fa discutere: si tratterebbe di impedire alle banche commerciali (quelle che offrono i normali servizi al cittadino) di comportarsi da banche d’investimento (o banche d’affari, quelle che speculano sui mercati) in modo da scongiurare che eventuali default nelle attività speculative ripercuotano sul risparmio dei cittadini. Non solo: alle banche d’affari verrebbe proibito di investire cifre superiori al proprio capitale.
Si punta quindi a un ridimensionamento degli istituti finanziari, di modo che, in futuro, non possano più essere considerati “too big to fail“.

Ora i venti di Washington sono arrivati fino a Davos, Svizzera, dove i gotha della politica e della finanza mondiali si incontrano ogni anno per decidere le macropolitiche che governano la globalizzazione. L’amministrazione Usa vuole infatti che il nuovo regolamento bancario abbia una ratifica internazionale, altrimenti non può funzionare: se, poniamo caso, le banche svizzere continuassero a fare investimenti scoperti in hedge fund, i divieti in america servirebbero solo a spostare i capitali al di qua dell’Oceano.

In Europa, il modello in voga è quello della “banca universale“, che unisce in sé le funzioni commerciali e d’investimento.
Favorevoli alla proposta di Obama appaiono finora la Francia e i conservatori britannici, mentre il governo di Londra è contrario e i tedeschi ci pensano su. Dopo tutto, sono loro ad avere inventato e a percorrere tutt’ora il gigantismo bancario, con l’Italia che li segue a ruota.

Ma è sull’altra proposta – quella di limitare i bonus dei manager - che gli animi si accendono: forse perché è meno strutturale.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha cavalcato sia questa proposta sia l’idea di tassare le transazioni finanziarie, mentre David Cameron – leader dei conservatori Uk – ha sposato la proposta di farsi restituire i soldi dei salvataggi bancari.
Il punto è quanto regolamentare e come. Se i fautori della “mano invisibile del mercato” restano decisamente contrari a ogni intromissione statale, Nouriel Roubini – indiscusso guru dell’economia planetaria da quando prevedette la crisi mondiale con un anno d’anticipo – è di parere esattamente opposto: ci vuole una buona dose di regole: “I compensi [dei manager, ndr] stanno diventando osceni. Stiamo tornando alle vecchie abitudini.”

Sulla stessa lunghezza d’onda si trova Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, che ha chiesto alle banche di usare i profitti per offrire credito alle imprese e non per retribuire i top manager.

Le banche dovrebbero “fare tutto il necessario per conseguire i propri veri scopi, cioè per finanziare l’economia reale“, ha dichiarato.

E mentre l’Occidente discute di come e quanto farla pagare a banchieri e top manager, la Cina conquista ancora terreno nella sua scalata ai vertici dell’economia mondiale e mette le carte in tavola.
Il vicepremier Li Keqiang, intervenuto a Davos, ha dichiarato che il Dragone diventerà sempre più un mercato aperto alle merci occidentali, anzi il mercato del futuro. Ma attenzione, guai all’Occidente se chiude i propri, di mercati.

L’anno scorso, il premier Wen Jiabao aveva promesso che nel 2009 la Cina sarebbe cresciuta dell’8%. Nessuno ci credeva e invece l’obiettivo è stato ottenuto con gli interessi: +8,7%.
Forte di questi numeri, Li ha esposto in 5 punti la ricetta cinese per continuare la ripresa: cooperazione economica internazionale; apertura dei mercati; sviluppo equilibrato (considerando i diversi stadi a cui sono giunte le varie economie); collaborazione di fronte alle sfide del clima, della sicurezza alimentare, della salute pubblica e delle forniture energetiche; sviluppo della global governance.
Tradotta in pratica, la via cinese alla crescita prevede più spazio per i Paesi emergenti (di cui la Cina si considera capofila) nelle istituzioni politico-economiche mondiali e maggiori trasferimenti tecnologici dall’Occidente al Celeste Impero.
In cambio, benvenuti nel mercato più grande del mondo.

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