L’Italia vista da Pechino
lunedì, ottobre 17th, 2011
Soprassedendo sul sabato romano, ho scritto un pezzo sui timori che l’Italia riesce a suscitare perfino in Cina.
Ecco dunque L’Italia vista da Pechino.
Cina Mondo Globalizzazione
Soprassedendo sul sabato romano, ho scritto un pezzo sui timori che l’Italia riesce a suscitare perfino in Cina.
Ecco dunque L’Italia vista da Pechino.

Nello Zhejiang, cioè praticamente nella Brianza o Triveneto cinese, c’è una crisi di liquidità. Il governo ha imposto alle banche di stringere i cordoni del prestito per raffreddare l’inflazione e la speculazione immobiliare e, come risultato, ha tarpato le ali alle piccole manifatture votate all’export. Gli industrialotti locali, presi dal panico, scappano letteralmente. Le maestranze restano senza salario.
Questo dimostra come il cosiddetto “modello cinese“, in cui la politica può agire in tempo reale per correggere l’economia, sia costretto a fare i conti con una complessità che gli sfugge.
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Entra in vigore il primo luglio, ma già scatena polemiche: è la legge di sicurezza sociale cinese, approvata lo scorso ottobre. Per le autorità di Pechino è un passo verso l’integrazione con i Paesi sviluppati d’Occidente, nel segno del welfare, dei diritti e dei doveri. Ma per chi ha puntato sulla Cina come paradiso del business senza vincoli, è una sciagura.
La legge è il primo tentativo organico di trovare risorse per finanziare lo stato sociale. In estrema sintesi, prevede che sia imprese sia dipendenti che operano e risiedono in Cina paghino le tasse che andranno poi a finanziare pensioni, sistema sanitario, sussidi di disoccupazione, infortuni sul lavoro e maternità.
Si applica anche agli stranieri che da più di sei mesi lavorano in Cina, e qui sorgono i problemi. Se autorità e commentatori locali sono infatti concordi nel sostenere che la legge “assicurerà ai dipendenti stranieri gli stessi benefici dei cinesi” (nonché i doveri), il Wall Street Journal e alcune imprenditori occidentali si sono già affrettati a sottolineare come Pechino intenda far pagare ai cosiddetti expat il proprio welfare.
I circa seicentomila stranieri che lavorano in Cina, di fatto, pagheranno le tasse e potranno accedere ai servizi previsti dalla legge. Nulla di strano: giusto per fare un esempio, anche un italiano che vive e risiede in Svezia paga tasse e contributi previdenziali che poi gli ritorneranno sotto forma di cure sanitarie e pensione d’anzianità.
Nel malcelato fastidio espresso dal capitalismo occidentale c’è sicuramente un aspetto ideologico: la salute non è un diritto, ma una merce che si paga; e per la pensione ci sono le assicurazioni private. Ma il problema sembra risiedere soprattutto nella traduzione nel particolare contesto cinese di un principio condiviso dai più e della conseguente norma di legge.

Qualche anno fa, le foto di piazza Tiananmen offuscata da una nebbia arancione fecero il giro del mondo. Filtri fotografici o post-produzione digitale non c’entravano nulla. Ormai, quando a primavera l’aria di Pechino si satura di giallo-arancio e l’aria si fa irrespirabile, tutti sanno che è in corso una tempesta di sabbia. Il vento arriva da nord-ovest e porta con sé la polvere del Gobi, il deserto che la Cina condivide con la Mongolia, ma anche quella di pianure che un tempo furono pascoli stepposi: ora non più.
La zona da cui arrivano le tempeste di sabbia è la Mongolia Interna cinese. In questi giorni se ne parla per via delle manifestazioni che la popolazione di etnia mongola, ormai minoranza, sta inscenando dopo la morte di un pastore rimasto schiacciato da un camion che trasportava carbone. Non è azzardato dire che alla base del malessere diffuso ci siano anche ragioni ambientali. A creare problemi, è il contrasto tra lo stile di vita tradizionale, nomade-pastorale, e la globalizzazione che, via Pechino, arriva dal mondo stanziale.

10 maggio. Prefettura di Xinlingol, Mongolia Interna, Cina. Un camion che trasporta carbone travolge e uccide un pastore nomade che cercava di opporsi al passaggio del veicolo su un pascolo. La vittima, Mergen, è di etnia mongola. Alla guida del camion, un autista han.
C’è anche un’altra versione che circola in rete: il pastore starebbe stato ucciso volontariamente dopo una disputa non risolta con funzionari della compagnia mineraria Spring City Group sul valore dell’indennizzo per alcune terre requisite. Gli stessi funzionari avrebbero poi ordinato ai camionisti di passare sul cadavere. Alcuni agenti di polizia avrebbero assistito alla scena senza intervenire. Questa versione non è confermata, le autorità stanno indagando.
Quale sia la verità, è questa la scintilla che incendia la Mongolia interna, regione nella quale, nonostante il nome, i mongoli sono solo il venti per cento circa della popolazione complessiva (24 milioni di abitanti in un territorio più grande di Italia, Germania e Spagna messe insieme): l’80 per cento degli abitanti è di etnia han, quella maggioritaria in Cina.