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Cina-Usa, la tensione sta già scendendo

lunedì, febbraio 8th, 2010

Parla Francesco Sici: “I tempi elettorali americani non coincidono con i tempi lunghi cinesi”

Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.
Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.

  • Dall’inizio dell’anno la temperatura dello scontro tra Cina e Usa si è fatta improvvisamente alta. Proprio quando sembrava si andasse inevitabilmente verso un G2 di fatto. Lei però ritiene che le cose vadano già meglio. Perché?

La febbre si sta abbassando, diciamo che siamo attorno ai 38, 39°. Il punto è che uno scontro duro è insostenibile. Non conviene a nessuno, perché le due economie sono troppo interlacciate. Per la Cina significherebbe perdere le proprie riserve monetarie; per l’America, perdere l’unica economia disposta a comprarle il debito.
Sicuramente però gli Usa provano un sentimento di fiducia tradita. L’amministrazione Obama ha passato il primo anno scommettendo sulla Cina e ratificando l’idea di G2. La Cina doveva darle in cambio l’accordo a Copenaghen sul clima, aiuto con la Corea del Nord, L’Iran, l’Afghanistan, e la rivalutazione dello Yuan-Renminbi. Su questi dossier, Obama non ha ottenuto praticamente nulla.
L’aiuto è arrivato in un altro settore: la Cina ha continuato a comprare bond del Tesoro Usa. Le riserve cinesi hanno superato i 2.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei nouovi bond (300 miliardi) sono americani.
Poi c’è l’aiuto industriale: la Cina ha commissionato all’America molte attrezzature per il risparmio energetico. Però l’impatto economico arriverà lentamente e Obama ha scadenze elettorali.
Sui temi di politica estera – per ragioni di tradizione culturale e interesse geopolitico – la Cina è restia a interventi immediati e preferisce le pressioni dietro le quinte. Ma, per l’America, ciò che non si vede, non è spendibile elettoralmente.

  • Facciamo una ricostruzione dei momenti salienti di questa crisi.

Prima c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen.
Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu Xiaobo, il giorno di Natale, e la condanna a morte del narcotrafficante di passaporto britannico Akmal Shaikh, il 28 dicembre. La Cina ha sottovalutato l’effetto moltiplicatore di questi due casi.
A quel punto, credo che negli Usa sia scattato il semaforo verde per lo scandalo Google, che in realtà bolliva in pentola da mesi.
La vicenda ha tre aspetti. Uno riguarda la libertà di comunicazione, che in Cina non c’è, ma lo si sapeva anche prima. E Google aveva già accettato di operare in Cina sotto censura.
Poi c’è un problema di sicurezza. I cinesi entrano nei siti e nella posta altrui, ma questo lo fanno tutti i governi seri, anche quello americano. E’ ovvio che, da utente, uno si fida più di un governo democratico – che ha dei limiti visibili – che di uno autoritario.
Infine c’è il problema commerciale. Google ha una posizione minoritaria sul mercato cinese, diversamente che nel resto del mondo.
L’elemento chiave è però la politica interna americana: il 19 gennaio c’è la sconfitta elettorale in Massachusetts; il discorso di Hillary Clinton sulla libertà di internet è del 21 gennaio.
I cinesi l’hanno vissuto come un fulmine a ciel sereno perché non avevano capito che nei rapporti bilaterali bisogna considerare anche il problema della politica interna Usa. Tra l’altro, mentre Obama perdeva elettori a destra e sinistra, anche i cinesi si sono trovati in difficoltà: a Copenaghen si sono sentiti traditi.
Pensavano: annunciamo che abbattiamo unilateralmente le emissioni del 40%. Inoltre non chiediamo soldi per farlo. Credevano che questo li avrebbe messi in buona luce ed esentati dal controllo internazionale. Invece c’è stato lo scontro sul monitoraggio internazionale che per la Cina è un intrusione. Lì c’è stato l’inizio dello scollamento.

  • Quali sono invece le potenziali tappe di un riavvicinamento?

A questo punto la Cina ha capito che deve portare qualcosa al tavolo di Obama. Il primo dossier potrebbe essere la Corea del Nord.
Wang Jiarui
, capo del dipartimento Affari Internazionali, è partito per Pyongyang e dovrebbe tornare con la disponibilità di Kim Yong-Il a riprendere i colloqui a sei sul disarmo.
Il tono del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è tornato nel frattempo molto misurato anche perché nel frattempo l’America ha rincarato la dose con la faccenda della vendita delle armi a Taiwan e la questione del Dalai Lama.
La Cina si sta affrettando a produrre qualche risultato tangibile. Se questo accade, il rapporto tra Usa e Cina potrebbe uscire rafforzato e, a ben pensarci, la Cina sarebbe forse l’unico paese ad avere offerto qualcosa di realmente concreto agli Stati Uniti.
Ci sono due appuntamenti da tenere d’occhio: Il viaggio in Cina del segretario della Difesa Usa Robert Gates, previsto tra febbraio e marzo. Non è chiaro se sia stato cancellato o no. Poi c’è il vertice di Washington sul disarmo nucleare ad aprile: bisogna vedere se Hu Jintao ci andrà.
Si capirà tutto nelle prossime settimane.
Di sicuro c’è che la diplomazia cinese sta lavorando a pieno regime. Lo dimostra tra l’altro il rilascio da parte della Corea del Nord dell’attivista americano, il missionario Robert Park, che si era introdotto clandestinamente nel paese a Natale.

Su entrambi i punti non c’è disaccordo. La Cina ha già detto che rivaluterà la moneta, probabilmente del 10 per cento entro la fine di quest’anno e poi ancora in seguito.
Il problema è: quando farlo? Per Obama è un problema elettorale, per la Cina di economia interna. Significa svalutazione delle riserve, penalizzazione dell’export e arrivo di fondi speculativi che Pechino proprio non vorrebbe. Quindi la Cina sta cercando di capire quando rivalutare. Intanto sposta la data sempre un po’ più in là.
Sull’altro tema, l’America ha ormai abbassato il livello di guardia e accettato di trasferire tecnologie duali (che hanno un’applicazione sia civile sia militare, ndr). C’è ovviamente il nucleare. E’ inoltre già stato firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per un impianto solare avanzato. Poi turbine, impianti eolici.
Ma il punto è che si parla di grandi complessi industriali: la Cina costruirà 30 nuove centrali atomiche, ma ci vogliono vent’anni per farne una. Dal momento in cui si firmano i contratti a quando l’economia americana ne vedrà gli effetti, ci vorrà del tempo. Di nuovo, per Obama è un problema di scadenze elettorali.
Per la Cina è tuttavia più interessante comprare tecnologie dall’America, piuttosto che da altri, anche per ragioni politiche.

  • In che cosa Usa e Cina faticano a capirsi?

Ci sono profonde differenze culturali e paradossalmente più i due paesi si avvicinano, più le differenze vengono a galla.
Ma il problema è soprattutto di tempi, per cui le agende di Cina e Usa sono diverse.
Il tempo americano è elettorale, è stretto, anche perché c’è la stampa che ti mette sotto pressione ogni giorno.
Il tempo cinese è molto più lungo. Un presidente sta al potere dieci anni e – anche se i risultati in politica estera sono importanti anche per lui – non ha scadenze elettorali.
Questi tempi diversi creano condizionamenti folli. Su alcune questioni internazionali ci vogliono tempi lunghi, allora i cinesi tendono a porle fuori dall’agenda principale: l’Africa, l’America latina. Ma alcuni dossier – Afghanistan, Iran, Corea del Nord – sono al centro dell’attenzione e l’America chiede risultati immediati.

I cinesi sono proprietari di concessioni minerarie in Afghanistan. Come mai? Perché nessun altro voleva prenderle. La sicurezza di questi siti è garantita da esercito afghano e Nato che ora chiedono alla Cina una collaborazione.
Non solo. L’America ha chiesto alla Cina di sfruttare il suo accesso all’Afghanistan attraverso lo Xinjiang, una vecchia strada che fu già utilizzata dagli Usa per rifornire i mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Allora i rifornimenti arrivavano soprattutto dal Pakistan ma, storia poco nota, anche dalla Cina. Quindi la Cina c’è già in qualche modo implicata.

  • Qual è il sentimento diffuso nella società cinese verso l’America di Obama?

Oggi discutevo con un imprenditore cinese che mi diceva: “Ma perché gli americani ci danno così fastidio sul nulla?
L’uomo della strada se ne frega del dissidente Liu Xiaobo.
Sull’esecuzione di Shaikh è d’accordo con la condanna. Dice: “C’è la pena di morte per traffico di droga, la applicano con noi, perché non dovrebbero applicarla con uno straniero?”.
Su Copenaghen i cinesi sono d’accordo con il loro governo e su Google sono generalmente utenti di Baidu. Sanno che il governo entra nelle mail, ma non si fidano di altri governi più che del loro. Noi occidentali siamo più portati a schierarci con Google, loro sono scettici nei confronti di tutti.
Le armi a Taiwan e il Dalai Lama sono invece argomenti che infiammano il sentimento nazional-patriottico della Cina.
Il concetto è: “Gli americani sono stupidi a crearci sempre problemi. Sai che c’è? Tu vendi armi a Taiwan e io le vendo all’Iran”.
Quindi in realtà il governo è più disposto a mediare, guarda più sul lungo termine, rispetto a un’opinione pubblica già abbastanza infervorata.

Questo articolo compare anche su PeaceReporter

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Cina-Usa: il dossier delle tensioni

lunedì, febbraio 8th, 2010

Sto curando per PeaceReporter, in collaborazione con Enrico Piovesana, un dossier su tensioni & distensioni tra Cina e Stato Uniti.
L’idea è di proseguire con diverse puntate e sviscerare la vicenda in tutti i suoi aspetti: geopolitici, economici, di politica interna, ma anche culturali.

Il dossier è iniziato con un suo editoriale molto documentato: Perché gli Usa provocano la Cina?
Inquadra i termini della questione e, come fa intuire il titolo, è già un’ipotesi di lavoro:
gli Usa, ex potenza egemone, stanno alzando il livello dello scontro per reagire allo spostamento verso Oriente dell’egemonia globale.

In arrivo da parte mia (cioè più sul lato cinese), c’è un’intervista con Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, che intravede invece un riavvicinamento già in corso tra i due Paesi.
Ho già in mente un paio di altri interventi.
I miei pezzi compariranno anche su questo blog.
Beh, che posso aggiungere: leggeteci!

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Il sorpasso Cina-Giappone

giovedì, gennaio 21st, 2010

Tutti i media hanno dato grande enfasi alla notizia che la Cina, sorpassando il Giappone, è diventata la seconda economia mondiale dopo gli Usa. Secondo Goldman Sachs, il Dragone dovrebbe sopravanzare gli americani entro il 2027 conquistando il top della classifica.

Cosa significa? Che con una crescita dell’8.7% nel 2009 (10.7% nell’ultimo trimestre, oltre le aspettative degli stessi funzionari di Pechino) il Pil cinese ha raggiunto i 33,53 trilioni di yuan (circa 4.91 trilioni di dollari Usa), cioè le dimensioni dell’economia giapponese nel 2008. I dati provenienti da Tokio saranno resi noti il mese prossimo ma, dato che si prevede una contrazione del 6%, il sorpasso è di fatto già avvenuto.

Questo in numeri assoluti. Visto però che la popolazione giapponese è circa un decimo di quella cinese, i sudditi del Sol Levante rimangono infinitamente più ricchi dei dirimpettai sul continente. La stessa Cina continua a definirsi “un Paese in via di sviluppo“, concetto ribadito da Ma Jiantang, capo dell’ufficio nazionale di statistica: “In base agli standard Onu – un reddito di almeno un dollaro al giorno – da noi ci sono ancora 150 milioni di poveri. Questa è la realtà cinese.”

Quello che però non è in discussione è la traiettoria delle due economie: quella del Dragone cresce, quella nipponica si contrae.
Proprio il confronto con il Giappone, sucita però più di un’inquietudine.
Il boom giapponese degli anni Settanta e Ottanta si tradusse in una grande bolla immobiliare che alla fine scoppiò, così come è poi avvenuto negli Usa all’inizio della crisi odierna.
Oggi anche in Cina si intravede un’eccessiva crescita dei prezzi immobiliari, favorita dal pacchetto di stimoli varato dal governo di Pechino che ha messo in circolazione un fiume di valuta che, a sua volta, si traduce in prestiti facili per chi vuole investire nel mattone.

La Cina sarà un nuovo Giappone che si gonfia come un pallone per poi scoppiare?
Senza scadere in eccessivi tecnicismi, basterà dire che la situazione dei due Paesi è molto diversa: in Giappone la bolla era gonfiata dagli immobili commerciali e i prezzi salivano più del Pil. In Cina, la crescita dei prezzi (12%) è compatibile con quella dell’economia (10%) e si vendono soprattutto immobili residenziali.
Il boom immobiliare rivela quindi una sostanziale crescita del Paese stesso: i cinesi diventano gradualmente più ricchi e comprano casa.
Tuttavia, il governo ha in via precauzionale posto un limite ai “prestiti facili”.

Ci sono però altri problemi.
Il pacchetto di stimoli funziona, ma ha le gambe corte se l’economia rimane eccessivamente legata all’export. In pratica, quando finirà l’effetto della pioggia di soldi che crea posti di lavoro nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nei lavori pubblici, la Cina si troverà di nuovo di fronte al problema fin qui posposto: a chi vendo le merci che produco? L’Occidente non promette bene, uscirà dalla crisi un po’ più povero e predisposto al risparmio. E poi, perché continuare a dipendere dai consumi occidentali?

Proprio su questo punto, il mondo (e quindi anche noi) focalizza il proprio interesse. Da più parti si sostiene che prima o poi Pechino finirà per rivalutare lo yuan per dare più potere d’acquisto ai cinesi e creare un mercato interno all’altezza delle dimensioni del Paese. Su quel nuovo mercato che si intravede, ma che è ancora in parte immaginario, competeranno le produzioni locali e quelle globali.

Dopo tutto erano queste le speranze dell’Occidente quando nel 2001 la Cina entrò nel Wto: un enorme mercato di sbocco per le merci che non riuscivamo più a vendere in casa nostra.
E’ andata diversamente: è stato il Dragone a diventare “fabbrica del mondo” e a invadere i mercati di prodotti a basso costo che, detto per inciso, hanno contribuito a mantenere i prezzi bassi (cioè a rivalutare i nostri salari).
Ora, forse, sta per cominciare un’altra storia.

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