Posts Tagged ‘economia’

Usa, la guerra sfora il budget

venerdì, luglio 30th, 2010

L’establishment statunitense dà ancora credito alla guerra ma i dubbi cominciano a serpeggiare, soprattutto quando si guarda al portafoglio e al futuro.
E’ quanto emerge da dichiarazioni e analisi made in Usa apparse negli ultimi mesi, fino allo stentato rifinanziamento straordinario della missione in Afghanistan passato al Congresso il 27 luglio.
In quella occasione, 102 democratici hanno votato contro il progetto di legge che sblocca 37 miliardi di dollari per fondi supplementari a sostegno delle guerre in Afghanistan e Iraq. Obama ha dovuto ricorrere ai voti repubblicani che compattamente l’hanno sostenuto (appena 12 contrari), spostando però il baricentro dell’amministrazione a destra. L’anno scorso un disegno di legge analogo aveva registrato l’ammutinamento di soli 32 democratici.

Il punto è che, proprio a causa delle spese militari, il budget federale per l’anno fiscale 2011 appare già da ora inattendibile. E va osservato che il documento economico prevede il congelamento delle spese in tutti i settori tranne uno: la difesa appunto.

Leggi l’intero articolo su PeaceReporter

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Beijing consensus

giovedì, maggio 13th, 2010

Ultimamente si sente parlare spesso di “Beijing consensus” contrapposto a “Washington consensus“, cioè in pratica di soft power.
L’esibizione di sfarzo in occasione della cerimonia di apertura dell’Expo ha indotto molti a chiedersi se il cosiddetto “modello cinese” non sia ormai in grado di rivaleggiare con quello Usa.

Va notato che di solito sono gli stessi americani, o comunque gli occidentali, a enfatizzare la crescita di Pechino in termini di appeal, mentre i cinesi evitano l’argomento. Anzi, come rivela l’Economist, i media e le autorità d’oltre Muraglia sono molto riluttanti a parlare di “modello cinese”.
Questione di cultura e strategia: non si vuole mettere la pulce nell’orecchio degli americani e proporsi come potenza concorrente; la trasformazioni “alla cinese” avvengono su tempi lunghi e secondo percorsi carsici e silenti.

Ma in cosa consisterebbe il “Beijing consensus” e soprattutto, esiste davvero?
Circa un anno fa avevamo già parlato di soft power e l’avevamo definito come “capacità di attrarre gli altri Paesi e perseguire i propri scopi senza metodi coercitivi“, bensì attraverso il potere economico e la superiorità culturale.


Se contrapposto a quello di Washington, il consenso di Pechino è fondamentalmente un modello politico-economico: il termine è stato coniato da Joshua Cooper Ramo in un saggio del 2004 per lo United Kingdom’s Foreign Policy Centre.
Si tratta in pratica di trasformare in parallelo l’economia e la società (mentre il Washington consensus – o “fondamentalismo di mercato” – tende a ridurre il fatto politico a quello economico) attraverso alcuni capisaldi: partito unico, approccio eclettico al mercato, ruolo chiave delle imprese di Stato.

Ma il soft power non è solo questo e forse, come sanno benissimo i cinesi, la Cina non è oggi (ancora?) in grado di competere con gli Usa. Manca per esempio una macchina simbolica come Hollywood, nonostante la recente grande produzione cinematografica del Dragone: si pensi, nella stessa Cina, al flop di “Confucio” contrapposto al successo di “Avatar”.
Manca insomma, la superiorità culturale.

Dopo avere rimarcato i limiti nel “modello” economico e in quello politico (instabilità, poca apertura e trasparenza), osserva giustamente Hua Sheng (华生) in “Il modello cinese che potremmo avere ma non abbiamo” (Osservatorio Economico, 2 aprile 2010):
“Possiamo dire infine lo stesso quando guardiamo a cultura e ideologia. C’è un enorme gap tra la nostra originaria ideologia dominante e la nostra realtà di oggi, economica e sociale, e queto è il motivo per cui osserviamo così tanto caos nelle idee e nella morale“.

Potremmo dire che la Cina oggi è ancora in un’ipotetica “fase 1″: alla ricerca di stabilità interna ed esterna, tranquillizza i vicini sulle proprie intenzioni e socializza parzialmente i benefici della propria crescita economica.
Conquistare i cuori appartiene ancora al futuro.

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Crescita record per l’economia cinese

giovedì, aprile 15th, 2010

La crescita dell’economia cinese ha raggiunto l’11,9% nel primo trimestre 2010 rispetto a un anno prima. Lo ha annunciato l’Ufficio nazionale di statistica del Dragone.
Nel quarto trimestre 2009, il Pil si era già attestato su un +10,7%, +8,9% in quello precedente.
Se gli investimenti pubblici e il credito facile delle banche hanno tirato la ripresa, ora la crescita sembra più equilibrata, basata sui consumi domestici e sul rilancio dell’export.

Tra l’altro, l’inflazione è cresciuta meno del previsto: 2,2% contro le previsioni del 3%. Aumentano però in maniera sostenuta i prezzi di fabbrica dei prodotti industriali: dal 5.4% al 5.9% in marzo. Segno che l’economia è sempre a rischio surriscaldamento, con gli analisti che agitano il consueto spettro della bolla immobiliare.
Si pensa quindi che le autorità cinesi dovranno rallentare le politiche di stimolo: ridurre il credito e controllare gli investimenti.

Tuttavia il governo cinese tende a inserire gli indicatori economici in un contesto più ampio, fatto anche di problemi politico-sociali.
E’ difficile per esempio che il terremoto in Qinghai non abbia ricadute.
Sappiamo quanto sia perverso il calcolo del Pil: si considera “ricchezza” anche ciò che pone rimedio ai disastri, spesso senza considerare il disastro stesso. Se per esempio la bonifica di un lago inquinato crea reddito per un’impresa di servizi ambientali, ecco che il Pil si impenna.
Ora, è probabile che gli investimenti per la ricostruzione in Qinghai saranno ingenti, stimolando ulteriormente il settore delle costruzioni e facendo segnare un’ulteriore crescita. E’ ricchezza reale?

Contestualizzando la ricchezza, le autorità cinesi hanno quindi definito “molto complessa” la ripresa.
In un rapporto emesso mercoledì (prima che giungesse notizia del terremoto) dal consiglio di Stato – organismo presieduto dal premier Wen Jiabao – ne sono elencati i rischi.
La “grave” siccità nella Cina sud-occidentale, il problema di come aumentare la produzione di grano e il reddito delle popolazioni rurali vengono citati al fianco dei timori per l’inflazione crescente, i rischi finanziari e la crescita della disoccupazione.
Per risolvere i problemi, il governo darà priorità alla conversione dell’economia in senso qualitativo: insomma, meno crescita a tutti i costi, più redistribuzione della ricchezza e innovazione.

La Cina resta, almano nella percezione dei suoi governanti, un Paese a cavallo tra primo e terzo mondo: deve pensare soprattutto a equilibrio e stabilità.
“Il governo introdurrà misure per stimolare la produzione agricola, migliorare la gestione e la regolazione finanziaria, stabilizzare i prezzi, controllare la crescita dei valori immobiliari, espandere la domanda interna, promuovere ulteriormente la ripresa economica, aumentare il risparmio energetico e il taglio delle emissioni, accrescere le politiche di apertura e migliorare la qualità della vita delle persone”.

E’ una visione complessiva nella quale non trova posto la rivalutazione dello yuan, di cui si parla tanto negli Usa e che condiziona i rapporti tra Pechino e Washington. Non significa che non ci sarà. Ma dovrà inserirsi in questo equilibrio, come da “società armoniosa” del presidente Hu Jintao.
Le ricette puramente monetarie – sembra dirci la Cina – non funzionano per la crescita di una società complessa e per i rapporti economici internazionali.

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Economia della green technology

mercoledì, marzo 17th, 2010

Basso costo del lavoro, tanti soldi che circolano, abbondanza di materie prime e un governo ambizioso e determinato: la ricetta che ha reso la Cina fabbrica del mondo“, può funzionare anche per la prossima rivoluzione industriale, quella che avrà al centro le tecnologie verdi?
C’è chi ne è assolutamente convinto e un articolo di Reuters ci narra di alcuni casi virtuosi.

Al momento, la Cina svetta già nella capacità di produrre energia eolica e solare a basso costo. E c’è molta attesa per il piano quinquiennale che verrà elaborato quest’anno, che sarà operativo dal 2011 e che dovrebbe puntare ancora più decisamente sullo sviluppo compatibile. Così investitori e imprenditori corrono verso la terra promessa.

Nella gara a sviluppare tecnologie verdi, la Cina può contare sulla sua enorme liquidità.
Alla base del boom ci sono infatti i sussidi statali che permettono di abbattere i costi dell’energia prodotta con il vento e con il sole, che dal punto di vista strettamente economico resta per ora più costosa dell’elettricità prodotta con il carbone.
I sussidi rendono l’energia alternativa competitiva, le consentono il grande salto verso l’economia di scala e quindi verso un ulteriore abbattimento dei costi che prima o poi la renderanno conveniente come il carbone. A quel punto, non ci sarà più bisogno dei sussidi. E’ un circolo virtuoso che, secondo molti analisti, dà alla Cina un notevole vantaggio su tutti i concorrenti.

I produttori cinesi stanno già cominciando a esportare turbine eoliche.
Quanto ai pannelli solari, con industrie di punta come la Yingli Green Energy e la Suntech Power, il Dragone controlla già il 50% del mercato mondiale. Il motivo è semplice: sono quelli che costano meno.

Costano meno, tra le altre cose, perché i polisilici – materia prima indispensabile ai pannelli solari – sono prodotti in Cina da altre industrie che a loro volta beneficiano di sussidi, basso costo del lavoro e ridotti costi energetici.
E quindi, se fuori dalla Cina i polisilici costano in media 60 dollari al chilo, la GCL-Poly Energy di Hong Kong – dopo aver fatto shopping di asset della Cina continentale per 3,4 miliardi di dollari – punta a venderli per 45 dollari nel 2011.

Così i pannelli cinesi costano circa il 40% in meno di quelli tedeschi o americani (1,20 euro per watt prodotto contro i 2 euro di quelli europei).
E’ chiaro che le industrie cinesi stanno svolgendo una funzione disinflattiva nel mercato globale dell’energia alternativa così come avevano già fatto con i beni di consumo: secondo Leonora Walet (Reuters) sono responsabili di un buon 40% in meno nei prezzi del fotovoltaico sul mercato internazionale.

Gli operatori cinesi di green technology beneficiano poi di altri due vantaggi: la facilità di ottenere prestiti bancari e la velocità con cui si costruiscono nuovi impianti.
Tuttavia, nonostante gli investimenti in innovazione, rimane il ritardo tecnologico da colmare rispetto all’Occidente e non solo: proprio grazie alle facilitazioni, il settore potrebbe intasarsi, determinando una crisi di sovrapproduzione e un crollo dei prezzi.
Ergo, gli investimenti in energie alternative potrebbero di colpo smettere di garantire buoni profitti.
E il mercato entrerebbe in fase recessiva. 


Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Cina-Usa, la tensione sta già scendendo

lunedì, febbraio 8th, 2010

Parla Francesco Sici: “I tempi elettorali americani non coincidono con i tempi lunghi cinesi”

Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.
Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.

  • Dall’inizio dell’anno la temperatura dello scontro tra Cina e Usa si è fatta improvvisamente alta. Proprio quando sembrava si andasse inevitabilmente verso un G2 di fatto. Lei però ritiene che le cose vadano già meglio. Perché?

La febbre si sta abbassando, diciamo che siamo attorno ai 38, 39°. Il punto è che uno scontro duro è insostenibile. Non conviene a nessuno, perché le due economie sono troppo interlacciate. Per la Cina significherebbe perdere le proprie riserve monetarie; per l’America, perdere l’unica economia disposta a comprarle il debito.
Sicuramente però gli Usa provano un sentimento di fiducia tradita. L’amministrazione Obama ha passato il primo anno scommettendo sulla Cina e ratificando l’idea di G2. La Cina doveva darle in cambio l’accordo a Copenaghen sul clima, aiuto con la Corea del Nord, L’Iran, l’Afghanistan, e la rivalutazione dello Yuan-Renminbi. Su questi dossier, Obama non ha ottenuto praticamente nulla.
L’aiuto è arrivato in un altro settore: la Cina ha continuato a comprare bond del Tesoro Usa. Le riserve cinesi hanno superato i 2.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei nouovi bond (300 miliardi) sono americani.
Poi c’è l’aiuto industriale: la Cina ha commissionato all’America molte attrezzature per il risparmio energetico. Però l’impatto economico arriverà lentamente e Obama ha scadenze elettorali.
Sui temi di politica estera – per ragioni di tradizione culturale e interesse geopolitico – la Cina è restia a interventi immediati e preferisce le pressioni dietro le quinte. Ma, per l’America, ciò che non si vede, non è spendibile elettoralmente.

  • Facciamo una ricostruzione dei momenti salienti di questa crisi.

Prima c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen.
Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu Xiaobo, il giorno di Natale, e la condanna a morte del narcotrafficante di passaporto britannico Akmal Shaikh, il 28 dicembre. La Cina ha sottovalutato l’effetto moltiplicatore di questi due casi.
A quel punto, credo che negli Usa sia scattato il semaforo verde per lo scandalo Google, che in realtà bolliva in pentola da mesi.
La vicenda ha tre aspetti. Uno riguarda la libertà di comunicazione, che in Cina non c’è, ma lo si sapeva anche prima. E Google aveva già accettato di operare in Cina sotto censura.
Poi c’è un problema di sicurezza. I cinesi entrano nei siti e nella posta altrui, ma questo lo fanno tutti i governi seri, anche quello americano. E’ ovvio che, da utente, uno si fida più di un governo democratico – che ha dei limiti visibili – che di uno autoritario.
Infine c’è il problema commerciale. Google ha una posizione minoritaria sul mercato cinese, diversamente che nel resto del mondo.
L’elemento chiave è però la politica interna americana: il 19 gennaio c’è la sconfitta elettorale in Massachusetts; il discorso di Hillary Clinton sulla libertà di internet è del 21 gennaio.
I cinesi l’hanno vissuto come un fulmine a ciel sereno perché non avevano capito che nei rapporti bilaterali bisogna considerare anche il problema della politica interna Usa. Tra l’altro, mentre Obama perdeva elettori a destra e sinistra, anche i cinesi si sono trovati in difficoltà: a Copenaghen si sono sentiti traditi.
Pensavano: annunciamo che abbattiamo unilateralmente le emissioni del 40%. Inoltre non chiediamo soldi per farlo. Credevano che questo li avrebbe messi in buona luce ed esentati dal controllo internazionale. Invece c’è stato lo scontro sul monitoraggio internazionale che per la Cina è un intrusione. Lì c’è stato l’inizio dello scollamento.

  • Quali sono invece le potenziali tappe di un riavvicinamento?

A questo punto la Cina ha capito che deve portare qualcosa al tavolo di Obama. Il primo dossier potrebbe essere la Corea del Nord.
Wang Jiarui
, capo del dipartimento Affari Internazionali, è partito per Pyongyang e dovrebbe tornare con la disponibilità di Kim Yong-Il a riprendere i colloqui a sei sul disarmo.
Il tono del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è tornato nel frattempo molto misurato anche perché nel frattempo l’America ha rincarato la dose con la faccenda della vendita delle armi a Taiwan e la questione del Dalai Lama.
La Cina si sta affrettando a produrre qualche risultato tangibile. Se questo accade, il rapporto tra Usa e Cina potrebbe uscire rafforzato e, a ben pensarci, la Cina sarebbe forse l’unico paese ad avere offerto qualcosa di realmente concreto agli Stati Uniti.
Ci sono due appuntamenti da tenere d’occhio: Il viaggio in Cina del segretario della Difesa Usa Robert Gates, previsto tra febbraio e marzo. Non è chiaro se sia stato cancellato o no. Poi c’è il vertice di Washington sul disarmo nucleare ad aprile: bisogna vedere se Hu Jintao ci andrà.
Si capirà tutto nelle prossime settimane.
Di sicuro c’è che la diplomazia cinese sta lavorando a pieno regime. Lo dimostra tra l’altro il rilascio da parte della Corea del Nord dell’attivista americano, il missionario Robert Park, che si era introdotto clandestinamente nel paese a Natale.

Su entrambi i punti non c’è disaccordo. La Cina ha già detto che rivaluterà la moneta, probabilmente del 10 per cento entro la fine di quest’anno e poi ancora in seguito.
Il problema è: quando farlo? Per Obama è un problema elettorale, per la Cina di economia interna. Significa svalutazione delle riserve, penalizzazione dell’export e arrivo di fondi speculativi che Pechino proprio non vorrebbe. Quindi la Cina sta cercando di capire quando rivalutare. Intanto sposta la data sempre un po’ più in là.
Sull’altro tema, l’America ha ormai abbassato il livello di guardia e accettato di trasferire tecnologie duali (che hanno un’applicazione sia civile sia militare, ndr). C’è ovviamente il nucleare. E’ inoltre già stato firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per un impianto solare avanzato. Poi turbine, impianti eolici.
Ma il punto è che si parla di grandi complessi industriali: la Cina costruirà 30 nuove centrali atomiche, ma ci vogliono vent’anni per farne una. Dal momento in cui si firmano i contratti a quando l’economia americana ne vedrà gli effetti, ci vorrà del tempo. Di nuovo, per Obama è un problema di scadenze elettorali.
Per la Cina è tuttavia più interessante comprare tecnologie dall’America, piuttosto che da altri, anche per ragioni politiche.

  • In che cosa Usa e Cina faticano a capirsi?

Ci sono profonde differenze culturali e paradossalmente più i due paesi si avvicinano, più le differenze vengono a galla.
Ma il problema è soprattutto di tempi, per cui le agende di Cina e Usa sono diverse.
Il tempo americano è elettorale, è stretto, anche perché c’è la stampa che ti mette sotto pressione ogni giorno.
Il tempo cinese è molto più lungo. Un presidente sta al potere dieci anni e – anche se i risultati in politica estera sono importanti anche per lui – non ha scadenze elettorali.
Questi tempi diversi creano condizionamenti folli. Su alcune questioni internazionali ci vogliono tempi lunghi, allora i cinesi tendono a porle fuori dall’agenda principale: l’Africa, l’America latina. Ma alcuni dossier – Afghanistan, Iran, Corea del Nord – sono al centro dell’attenzione e l’America chiede risultati immediati.

I cinesi sono proprietari di concessioni minerarie in Afghanistan. Come mai? Perché nessun altro voleva prenderle. La sicurezza di questi siti è garantita da esercito afghano e Nato che ora chiedono alla Cina una collaborazione.
Non solo. L’America ha chiesto alla Cina di sfruttare il suo accesso all’Afghanistan attraverso lo Xinjiang, una vecchia strada che fu già utilizzata dagli Usa per rifornire i mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Allora i rifornimenti arrivavano soprattutto dal Pakistan ma, storia poco nota, anche dalla Cina. Quindi la Cina c’è già in qualche modo implicata.

  • Qual è il sentimento diffuso nella società cinese verso l’America di Obama?

Oggi discutevo con un imprenditore cinese che mi diceva: “Ma perché gli americani ci danno così fastidio sul nulla?
L’uomo della strada se ne frega del dissidente Liu Xiaobo.
Sull’esecuzione di Shaikh è d’accordo con la condanna. Dice: “C’è la pena di morte per traffico di droga, la applicano con noi, perché non dovrebbero applicarla con uno straniero?”.
Su Copenaghen i cinesi sono d’accordo con il loro governo e su Google sono generalmente utenti di Baidu. Sanno che il governo entra nelle mail, ma non si fidano di altri governi più che del loro. Noi occidentali siamo più portati a schierarci con Google, loro sono scettici nei confronti di tutti.
Le armi a Taiwan e il Dalai Lama sono invece argomenti che infiammano il sentimento nazional-patriottico della Cina.
Il concetto è: “Gli americani sono stupidi a crearci sempre problemi. Sai che c’è? Tu vendi armi a Taiwan e io le vendo all’Iran”.
Quindi in realtà il governo è più disposto a mediare, guarda più sul lungo termine, rispetto a un’opinione pubblica già abbastanza infervorata.

Questo articolo compare anche su PeaceReporter

Vedi anche:

  • Share/Bookmark