Posts Tagged ‘europa’

Ordine

venerdì, novembre 18th, 2011

Di nuovo sul tema “cultura” (dominante) e di nuovo Caparrós.

«Vorrei capire come si afferma un’idea di “ordine”. Ordine nel senso più immediato: che un tale cammini per una strada qualsiasi e pensi, ah, si vede che qui c’è un ordine. Perché mi viene da pensare che la cultura che impone la sua forma di ordine è la cultura dominante di un’epoca: le altre sono errori, variazioni più o meno accentuate che dovrebbero correggersi.
O, addirittura, che per dominare un’epoca, una cultura debba imporre il suo senso di ordine, uova e galline.
Adesso l’idea egemonica dell’ordine è nordeuropea: un ordine, per cominciare, arrivato dal freddo, dalla vita tra quattro mura, strade la cui funzione è trasportarti da un posto all’altro. E allora non ci sono luoghi d’incontro – mercati, piazze, angoli – non ci sono grida, non c’è spazzatura, non ci sono odori.

Un ordine di individui:
Un ordine di mormorii.
Un ordine di colori soavi.
Un ordine di silenzi rispettosi.
Un ordine di movimenti controllati, moderati.
Un ordine dove il lavoro è molto di più dell’ozio.
Un ordine dove le regole appaiono chiare, e sono fatte per essere rispettate.
Un ordine dove l’onestà dovrebbe comandare senza che nessuno lo comandi, per pura convinzione di ciascuno.
Un ordine protestante, casto, che non vuole ostentare ma detesta l’idea di nascondere.
Un ordine che tollera due o tre eccessi – amori, sbornie – sempre che accadano nel luogo e nel tempo tollerati.
Un ordine che crede soprattutto in se stesso.
Come sarà, quando arriverà, l’ordine cinese, di grida e spintoni, di moltitudine, di mascheramenti e tranelli, di ori e di rossi?»

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2010, quando i BRICS salvarono i PIIGS

martedì, maggio 11th, 2010

Eurolandia salva? Niente affatto. I 750 miliardi (720 per altri) del piano salva-euro o anti-speculatori, come è stato ribattezzato, salveranno semplicemente la faccia – e non solo quella – dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) a scapito di altri partner Ue più virtuosi, Germania su tutti. E così facendo, riprodurranno errori e incongruenze di un’Europa nata male e fragile. Fino alla prossima crisi.
Ma non solo: i voracissimi PIIGS parassitari riescono a mettere le mani in tasca perfino ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), le economie emergenti più dinamiche, per interposto Fondo Monetario Internazionale.
Che disastro. Meglio rinunciare alla moneta unica e sancire un’Europa a doppia velocità, con i “cinque porcellini” messi di fronte alle loro responsabilità: che si arrangino.

La tesi provocatoria non viene da un tedesco, da un americano o da un cinese, bensì da un italiano: Michele Boldrin, che scrive su noisefromamerika.org e di mestiere fa l’economista alla Washington University.
In buona sostanza, l’Europa “stabile” decide di prestare soldi a quella “instabile“. Come? Attraverso il prelievo fiscale nei singoli Paesi.
Così un contribuente “virtuoso” di Berlino, Amsterdam, Copenaghen, Parigi (Londra no, i britannici si sono già chiamati fuori), pagherà di fatto per la scarsa virtù (in termini economici) di un contribuente di Lisbona, Roma, Dublino, Atene o Madrid.
La Bce emetterà anche titoli di debito pubblico “europei” sempre per finanziare i PIIGS: si creerà di fatto un ministero del Tesoro europeo, qualcosa che va molto al di là del trattato di Lisbona. Ed è stato tutto deciso in un week-end.

Ma il punto che riguarda più da vicino questo blog è che tra i vari soldi raccolti “vi sono 250 (220 in altre versioni) miliardi di euro di provenienza FMI. Questa è una cifra alta, a naso mio, per il Fondo quindi suppongo che sia possibile solo con un’approvazione (di fatto) del G-20: BRICS rescuing PIIGS, non male come svolta storica e segnale che il mondo è cambiato!”
E sì, il cambio è epocale: il baricentro economico si sposta dal Mediterraneo verso Oriente e verso l’emisfero australe. Noi, inventori del capitalismo finanziario, facciamo la questua presso nuovi player che ora ci danno lezioni di efficienza economica.

I meccanismi di finanziamento del Fmi sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento. Già durante il G-20 di Washington del novembre 2008 – il G-20 della crisi - i Paesi del G-7 chiesero ai BRICS di contribuire di più al Fondo Monetario Internazionale e al Financial Stability Forum. In pratica, gli Stati Uniti chiesero alla Cina di aprire il portafoglio. Ma dall’altra parte si rispose che era per prima cosa necessario riformare il sistema finanziario e i processi decisionali in seno al Fmi.
In sostanza i BRICS chiedono più potere decisionale nelle sedi che contano. La crisi del sogno europeo realizzerà il loro?
Intanto, Wen Jiabao si è già espresso a favore del piano europeo.

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L’euro è reversibile? Parla Paul Krugman

giovedì, aprile 29th, 2010

Paul Krugman, economista premio Nobel nel 2008 ed editorialista del New York Times, dice la sua sulla crisi greca che mette a dura prova gli equilibri economici europei in un articolo comparso sul suo blog, che qui traduciamo.

Per molto tempo ho pensato che probabilmente l’euro fosse stato un errore. Ma pensavo anche che il passato ormai è passato: non si può cambiarlo. Ero fortemente influenzato dall’idea espressa da Barry Eichengreen in un ormai classico articolo del 2007 (anche se avevo sentito quelle ragioni – forse proprio da Barry? – molto prima della sua pubblicazione): come sosteneva lui, ogni tentativo di abbandonare l’euro avrebbe richiesto tempo e preparazione, e durante il periodo di transizione si sarebbero verificati dei devastanti assalti agli sportelli. Quindi l’idea di una dissoluzione dell’euro era una non-possibilità.

Ma ora ci sto ripensando per una ragione semplice: le motivazioni di Eichengreen sono una buona ragione per non pianificare l’abbandono dell’euro, ma che succede se la corsa agli sportelli e la crisi finanziaria si verificano lo stesso? In tal caso, i costi marginali dell’abbandono si riducono drasticamente e la decisione sarebbe di fatto tolta dalle mani dei policymaker.

Effettivamente l’abbandono della convertibilità da parte dell’Argentina fu qualcosa di simile. Una scelta deliberata di cambiare la legge avrebbe provocato una crisi bancaria; ma nel 2001 una tale crisi erà già del tutto in corso, così come le restrizioni d’emergenza sui prelievi bancari. E quindi il non fattibile divenne fattibile.

Pensatela a questo modo: il governo greco non può annunciare una politica di abbandono dell’euro e sono sicuro che non abbia nessuna intenzione di farlo. Ma a questo punto è troppo facile immaginare che non riuscirà a pagare il debito, provocando una crisi di fiducia che costringerà il governo a imporre una “vacanza bancaria“. E a quel punto, succeda quel che succeda, la logica di restare agganciati alla moneta comune diventerà molto meno convincente.

E se la Grecia sarà costretta a uscire dall’euro cosa succederà agli altri membri traballanti?
Penso che adesso andrò a ripararmi sotto a un tavolo.

Paul Krugman
Copyright 2010 The New York Times Company

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Il trEmonto della ragione

sabato, febbraio 6th, 2010

Seconda puntata sul tema “crisi dell’Europa al cospetto del G2“.

Segnalo un libro: “Tremonti: istruzioni per il disuso“, scritto dal Collettivo noiseFromAmeriKa: Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, e Giulio Zanella (Edizioni Ancora del Mediterraneo, 2010).

Perché lo segnalo? Beh, ma perché Tremonti, il nostro ministro dell’Economia, c’entra con la Cina, eccome.
E’ l’esempio di un’Europa che non sa fare i conti con il “secolo cinese” e di un’Italia che, presa dalle beghe interne, osserva la storia – e quasi ogni flusso d’intelligenza – scorrere a nord delle Alpi. Con la stessa espressione della famosa mucca che guarda passare il treno.

Tremonti è uno che lo perde, il treno, e lo fa perdere a tutti (almeno finché resterà ministro).
Leggere per credere il paragrafo “sindrome cinese“, che fa parte del capitolo introduttivo del libro.
[l'ho uploadato sul mio sito per isolarlo meglio, spero non ci sia problema]

In «Cina versus Italia», decimo capitolo di una sua imperdibile opera (“Rischi fatali“), Voltremont (così lo chiamano i 5 autori) vuole dimostrare come “la Cina costituisca il grande e fatale rischio che incombe sull’Italia“.
Qundi, con la Cina, non bisogna avere nulla a che fare (meno che mai commerciare).
E’ un’idea purtroppo diffusa, basata fondamentalmente su alcuni stereotipi:

  • i cinesi sono troppi
  • i cinesi ci fanno concorrenza sleale
  • i cinesi ci tolgono ciò che ci spetta di diritto

Tremonti cerca di avvalorare questi luoghi comuni con numeri snocciolati senza citare le fonti, dati irrilevanti o parziali, affermazioni tra il vittimista e lo strampalato.

Gli esempi:

  • la Cina è tra le venti e le venticinque volte più grande di noi (quindi fa paura). Ma allora, osservano gli autori, come hanno fatto il Lussemburgo, Andorra e San Marino a trovare una loro collocazione, proprio attraverso il commercio, in mezzo ai “giganti” (per loro) europei?
  • I cinesi producono le stesse merci italiane (e quindi ci tolgono fette di mercato).
    Balle: anche l’export italiano, non solo di merci ma anche di servizi, è aumentato (magari perfino esportando oltre Muraglia) da quando la Cina si è aperta alla globalizzazione.
  • Ok, ma se non ci fossero stati i cinesi, avremmo potuto esportare di più.
    In effetti, “se nessuno producesse nulla e ci fossimo solo noi italiani a produrre, allora potremmo vendere all’intera Europa tutto quanto vogliamo”. Ma “se gli altri non producessero e non vendessero un beato piffero, con quali soldi pagherebbero le mille cose che noi, e solo noi, potremmo così produrre?”

Leggete come il Collettivo noiseFromAmeriKa smaschera e sbeffeggia il ministro dell’Economia. Farete un passo avanti. E magari lo farete fare anche alla coscienza nazionale.

PS
Di recente, Tremonti ha parlato nientepopodimeno che di fronte alla platea della scuola del Partito comunista cinese.
L’ha fatto – cito il Sole 24Ore – “usando sapientemente tutti gli ingredienti della dialettica geopolitica che piacciono ai cinesi: il multilateralismo, la democrazia occidentale non esportabile, il principio della non ingerenza, le peculiarità del socialismo cinese, aggiungendo anche un pizzico di terzomondismo che a Pechino non guasta mai”.
Ha attaccato quelle banche che non finanziano le imprese ma speculano. Ha auspicato che il G2 diventi un G3 con l’Europa come “terza gamba” del tavolo.
Discorso interessante, ma molto tardivo.

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L’Europa ansima al cospetto del G2

venerdì, febbraio 5th, 2010

Madrid -5,94%, Lisbona -4,98%, lo chiameranno crac iberico.
Da alcuni giorni, analisti e osservatori erano preoccupati per il crescente debito pubblico di Spagna e Portogallo, memori anche del precedente default greco.
L’ondata di pessimismo ha fatto crollare i listini
Nella serata di ieri, anche Wall Street ha chiuso in picchiata in un clima depresso per le condizioni dell`economia globale: -2,61% per il Dow Jones.
Lì non incide solo la paura per la situazione europea, bensì forti preoccupazioni per il mercato del lavoro interno, sempre più giù.

Di rimbalzo il malessere è arrivato a Tokio, dove la seduta di oggi si è chusa con l’indice Nikkei a -2,9% e – rieccoci in Europa – ora pure l’euro è sotto attacco, ai minimi rispetto al dollaro.
La palla è dunque tornata al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero che già ieri, da Washington, aveva garantito che il debito della Spagna resta su un livello “ragionevole” e lo status “di paese solvibile è garantito“. Purtroppo l’aveva fatto al termine del “giovedì nero”, con le borse già chiuse.

Oggi ritorna sull’argomento: “Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici“.

Darà nuova fiducia ai mercati? Comunque sia, si naviga a vista.

L’anno scorso il debito spagnolo è salito al 55,2% del Pil e arriverà al 74,3% nel 2012, mentre il deficit nel 2009 è volato all’11,4% e il governo punta a riportarlo sotto il 3% nel 2013.
Ma – è proprio questo il punto – per farlo ci sarà un bagno di sangue: taglio della spesa sociale e aumento dell’età pensionabile.

Il problema è strutturale.
Non c’è stata nessuna riforma del sistema finanziario internazionale e nella situazione “tutti in ordine sparso” l’Europa sembra avere il respiro corto rispetto alla ripresa che verrà (forse) e sta scontando una graduale emerginazione dai giri che contano.
Le previsioni di crescita per Eurozona sono deprimenti se paragonate a quelle dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale: il capo dei liberali al parlamento europeo Guy Verhofstadt, citato da Repubblica, prevede per il 2010 un +0.9%, insignificante rispetto al +10 cinese, al +7 indiano, al +4,8 brasiliano e perfino al +4,4% Usa.

“Nel 2050 il G7 non sarà più composto da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Canada, bens’ da Cina, India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia e Usa“.
Tre Paesi asiatici, tre americani, uno a cavallo tra Vecchio Continente e Asia, del tutto eccentrico rispetto alla nostra “casa comune europea”.
Allarmismo? Di fatto, nonostante le recenti tensioni, il nuovo ordine mondiale sembra sempre più una faccenda tra Usa e Cina: il G2.

Sul Wall Street Journal, un’opinione di George Gilder – membro del think-tank “Discovery Institute – ci illusta bene in che direzione guardino gli americani:
“La rivitalizzazione del capitalismo asiatico compiuta dalla Cina resta l’evento mondiale positivo più importante degli ultimi 30 anni. Non solo ha liberato un miliardo di persone dalla penuria e dall’oppressione, ma ha anche trasformato la Cina da un nemico comunista degli Usa in un nuovo responsabile partner capitalista“.

Europa: non pervenuta.
Così anche i mercati non ci credono più, all’Europa.

Che fare? Tutti concordano nell’indicare la necessità di una maggiore integrazione continentale, la creazione di un”sistema Europa” che sappia rispondere coeso sia alle sollecitazioni dei mercati, sia a quelle politiche. Purtroppo nulla del genere si intravede all’orizzonte.

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