Il fallo del popolo
lunedì, marzo 8th, 2010
Milano, mostra di Steve McCurry: bambini afghani, yemeniti, cingalesi o tamil guardano l’obiettivo e stringono in mano, tengono in grembo o al proprio fianco, sempre lo stesso oggetto.
E’ un Ak47 o 56 o 74, oppure una delle innumerevoli imitazioni del fucile d’assalto più famoso del pianeta.
Forse queste foto hanno colpito solo me. Ma se è successo, è perché ho appena finito di leggere un libro: “Kalashnikov, il fucile del popolo“, di Michael Hodges.
L’avevo comprato a inizio 2009, appena pubblicato, poi l’ho cercato a più riprese nel caos casalingo fino a ritrovarlo in uno scatolone sotto il letto.
E’ la storia di un’arma che, nei suoi 60 e più anni di vita non è mai stata “solo” un’arma: il Kalashnikov è un simbolo o, meglio, è stato diversi simboli, sempre al passo con i tempi.
Hodges è un giornalista di scuola anglosassone nel bene e nel male.
Da un lato, sa raccontare storie: è proprio una sequenza di avvincenti vicende singolari a descrivere la parabola del Kalashnikov.
D’altra parte, dal testo emerge ogni tanto quel “noi e “loro” che ci restituisce una visione del mondo eccessivamente semplificata (e anglocentrica). Anche quando Hodges prende le parti dell’”altro”.
Ma l’appeal del libro è comunque indubbio.
1944: i tedeschi in ritirata creano il Sturmgewehr 44 (Stg44) il primo fucile d’assalto moderno. E’ un’arma che adotta una pallottola intermedia, da 7,9 mm, e che ha una potenza di fuoco capace di trasformare un singolo uomo armato in una macchina di morte.
Non fa in tempo a cambiare le sorti della guerra, ma i russi pensano che il prossimo conflitto convenzionale si combatterà tra le macerie della vecchia Europa e che un’arma del genere è l’ideale per vincerlo.
Indicono un concorso per il migliore progetto di fucile d’assalto e, nel 1947, il semi sconosciuto Michail Kalashnikov – un ex capo carro ferito in guerra – lo vince con un’arma facilissima da usare (e da montare-smontare), che non si inceppa mai: l’Ak47 (Avtomat Kalashnikova 47), appunto.
Vietnam: l’Ak47 – già Ak56, di produzione cinese – diventa l’arma dei vietcong e simbolo di liberazione. E’ la fionda con cui David stende Golia. Una fionda così efficiente che anche i soldati americani prendono l’abitudine di gettare alle ortiche i propri M16 e adottare gli Ak dei nemici uccisi.
Poi, 1972, la svolta. Il fucile che significa libertà e rivoluzione è l’arma del commando di Settembre nero che fa strage tra gli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco. Diventa un simbolo di genere diverso: ora significa terrorismo.
Da allora, l’Ak si trasforma nella Coca cola delle armi, inondando tutte le periferie del mondo: merce a buon mercato e immediatamente riconoscibile per la sua silhouette resa caratteristica dal caricatore ricurvo.
E’ di nuovo il fucile di David che affronta Golia in Palestina: ma questa volta, David non è ebreo e soprattutto non vince.
E’ il “giocattolo” di bambini-soldato africani che di giocare non hanno tempo e possibilità.
E’ il simbolo della Jihad globalizzata, tra i quartieri dormitorio britannici e i campi d’addestramento in Pakistan.
Poi, via film di Rambo, riconquista l’America della middle-class sovrappeso e dei ghetti neri urbani. Ed ecco le stragi della porta accanto, tanto più inquietanti quanto inspiegabili.
Torniamo alle foto di McCurry.
Cos’è oggi, soprattutto, il Kalashnikov?
Un bambino yemenita mi guarda. Ha il vestito buono e un Jambia – il coltello tradizionale – nel decoratissimo fodero infilato nella cintura.
E’ maschio, è la sua foto importante, come in occasione di una cerimonia iniziatica. Da noi potrebbe essere la prima comunione.
In grembo, il Kalashnikov.
L’Ak47 è il simbolo della virilità maschile nel sud globale, come l’automobile è la protesi fallica nel nord arrogante.
L’Ak è il pisello del popolo.
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione