Conflitti sociali collegati alla speculazione immobiliare. Un blogger li mette su Google
Ha voluto restare anonimo, di lui si sa solo che ha 35 anni ed è di Pechino. E’ il blogger cinese che ha creato su Google, la “mappa del sangue” dei conflitti per gli espropri di terre e proprietà. Nella pagina, su una cartina della Cina, sono al momento segnalatiottantasei casi di sfratti e demolizioni forzosi sfociati in atti di violenza, dal 2008 in poi. Il numero cresce di ora in ora, perché il sito ha già registrato circa novantamila accessi e viene costantemente aggiornato con nuove segnalazioni.
“È necessario trovare un nuovo modo per esprimere la preoccupazione della gente su questi temi – ha detto il blogger all’agenzia Nuova Cina – per cercare di contenere il problema”.
I conflitti per i terreni potenzialmente edificabili sono strettamente connessi al boom del settore immobiliare, una delle locomotive che traina la crescita economica cinese. Nelpacchetto di stimoli varato nel 2008 per contrastare la crisi globale - 4mila miliardi diyuan (cioè 460 miliardi di euro) – Pechino scelse di puntare con forza sulle costruzioni. Il settore ha il pregio di assorbire rapidamente forza lavoro e di corrispondere alle esigenze del nuovo ceto medio cinese, che sempre più cerca nell’abitazione la conferma del proprio status. E così, un po’ ovunque il mercato si gonfia. Dopo le città di prima fascia, come Pechino e Shanghai, il fenomeno si è allargato a quelle di secondo – Wuhan, Chongqing, Suzhou – e quindi alle province.
L’affaireCina vs Google sembra giunto al capolinea e, per chi ne volesse ancora, circola abbastanza letteratura al riguardo.
L’enfasi mediatica data alla vicenda ha però contibuito ad animare il dibattito su questioni più generali e importanti.
Il tema che le riassume tutte è probabilmente quello della censura. Si è saputo per esempio che alcuni netizen cinesi hanno scritto una lettera aperta a “i ministri competenti del governo cinese e Google Inc.” in cui chiedono di essere meglio informati sui retroscena legali del conflitto tra Pechino e Mountain View.
Non si sa chi e quanti siano i firmatari, se siano rappresentativi di qualcosa di più che di loro stessi, ma si tratta senz’altro dell’ennesima prova che la rete cinese produce critica e complessità.
L’aspetto più interessante della lettera è tuttavia il fatto che i suoi autori la mettano proprio sul piano legale.
In sintesi: quali leggi sono state violate da Google? La censura che si chiede di applicare ai risultati della search, è costituzionale?
Per poi concludere
“Noi sosteniamo la necessaria censura di contenuti e comunicazioni su Internet, sia per Google sia per ogni altra compagnia straniera o domestica. Ma ci auguriamo che tale censura sia condotta come segue:
* Deve essere fondata su leggi chiare, le relative regole e procedure di censura non devono violare la costituzione e le leggi cinesi. Criteri di censura indeterminati si traducono in un’attività ultra-censoria e rendono impossibile autocensurarsi.
* La censura preventiva non deve essere attuata, perché la libertà d’espressione è garantita dalla costituzione cinese e le leggi non devono essere violate.
* Le procedure devono essere trasparenti, con processi e gradi di censura chiari e distinti. La censura deve essere applicata da un dipartimento di governo specifico. Non dev’essere così indeterminata da venire attuata da “dipartimenti competenti” che il pubblico non può identificare.
* Ci deve essere un canale per gli appelli dei netizen e delle aziende, così chiunque obietti a un particolare atto di censura può presentare un reclamo e ottenere la revisione del caso. Gli organismi legali cinesi devono identificare chiaramente modalità di indennizzo.
* L’attenzione e le discussioni dei cinesi su temi di interesse pubblico non devono essere ostacolate. Il diritto del pubblico allo studio, alla ricerca scientifica, alla comunicazione e all’attività commerciale, non deve essere inibito.”
Non è una difesa di Google. E’ una tutela di sé in quanto internet user. E’ richiesta di trasparenza legale per sapere come muoversi.
In Cina non si critica tanto la severità di una legge. Si critica l’arbitrio.
Una delle grandi tradizioni culturali, al pari di confucianesimoe taoismo, è infatti il legismo, che vedeva nel potere coercitivo della legge lo strumento per ordinare il mondo. Secondo alcuni studiosi, il comunismo cinese si rifà più a questa tradizione che a quella confuciana basata sull’educazione. Di sicuro è un retaggio culturale che, con gli altri, popola la testa dei cinesi.
Da sempre, la giustizia è quasi esclusivamente penale, connessa cioè alla pena intesa come atto che mette ordine nel caos del mondo. Distribuire pene è un attributo della sovranità, un simbolo del potere statale di rettifica.
Quando il mondo critica la Cina per l’applicazione estesa della pena di morte (anche a crimini che non implicano atti di violenza), la Cina risponde che la maggioranza della popolazione la vuole.
Ma è lo stesso partito che, nella sua storia, ha prodotto eccezioni per alcune categorie di persone: alcune più punibili (“nemici del popolo”, “controrivoluzionari”, “proprietari terrieri”, “elementi di destra”, etc) altre meno.
Con le riforme di Deng e l’ingresso nel mercato, la società cinese si è fatta più complessa e il partito ha gradualmente ceduto parte del controllo sociale ad altre sfere: il governo, il mondo dell’economia.
Una grande stagione legislativa si è aperta con Jiang Zemin, che ha lanciato lo slogan di “Stato socialista di diritto” nel 1997. Poi, nel 2004, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato tredici emendamenti alla costituzione che introducono i concetti di proprietà privata e diritti umani.
Questa evoluzione è avvenuta però senza che si limitasse il potere del governo di reprimere le proteste e le autorità giudiziarie continuano a dipendere in ultima istanza dal potere politico.
Si viaggia sempre sulla linea di confine tra applicazione della legge e arbitrio. L’ordine è sempre sul punto di divenire disordine.
La generazione di cinesi che naviga in Internet è figlia sia dello stato socialista sia delle riforme post ‘79, e sperimenta quotidianamente le vie di fuga messe a disposizione dalla Rete.
Non c’è quindi da stupirsi che i netizen chiedano certezze legali e non l’abolizione tout court della censura. Un po’ è strategia, un po’ è profondo sentire: conosci una legge e sai anche come difenderti o come aggirarla nella pratica quotidiana. Il peggio, è quando la legge non c’è.
La Cina è da sempre accusata di clonare i prodotti di successo dell’Occidente per rivenderli, magari all’Occidente stesso.
Ma oltre Muraglia la cultura della “copia d’autore” risale all’antichità e non significa solo violazione del copyright altrui per scopi meramente commerciali: è un omaggio a ciò che di bello l’altro sa produrre.
Se il diritto d’autore è la veste giuridica del culto occidentale per l’originalità, la sua violazione da parte cinese appare anche come un tributo a un modello illustre e un tentativo di emularlo in una sorta di progetto collettivo che travalica epoche e confini geografici.
Ora, anche i simboli vengono copiati e rimanipolati.
Stiamo parlando di Google e Avatar, due prodotti made in Usa ma soprattutto due “casi” che hanno segnato gli ultimi mesi di relazioni sino-americane.
Nell’economia dell’informazione, l’intento sembra più simbolico che commerciale e, ferma restando una buona dose di ammirazione per l’altrui ingegno, non manca una componente beffarda.
Cominciamo da Google, o per meglio dire Goojje. Nessun refuso, è questo il nome del clone del colosso di Mountain View nato in Cina a gennaio, quando è scoppiato il noto caso.
Il primo dei due caratteri che compongono Goojje – 谷姐, gǔjiě – coincide con quello dell’originale (in cinese significa “valle” ma qui poco conta), il secondo significa “sorella maggiore“. La sorella maggiore di Google: la “grande sorella” di Google? Non si sa.
Si dice che i creatori siano giovani smanettoni sparsi per tutta la Cina e che la webmaster sia Huang Jiongxuan, una ventenne del Guangdong.
Il motore di ricerca sembra appoggiarsi sia su Baidu sia su Google e il simbolo di Baidu (la zampa) compare anche nel logo di Goojje. Se ne è parlato parecchio: espressione di solidarietà pro-Google o parodia? Cosa vuole dire ai cinesi e al mondo?
E’ mia opinione che simboleggi una ironica presa di distanza dei netizen cinesi sia dalle ragioni di Mountain View sia da quelle del governo, cioè dall’intera vicenda.
La “grande sorella” saluta con una lacrimuccia il fratellino che fa flop e se ne va dalla Cina, intanto però occupa simbolicamente lo spazio lasciato vuoto da lui; domani, forse, trarrà addirittura reddito da questa “triste” dipartita.
La “grande sorella” fa appello all’”armonia” (héxié – 和谐) ma qualsiasi netizen cinese sa che quella parola – slogan portante della presidenza di Hu Jintao – è ormai utilizzata in rete quasi asclusivamente in chiave ironica. Nè con Google né con la censura, sembra dire Goojje, confermando una certa autonomia “tra le righe” della rete cinese.
E veniamo ad Avatar. Qui la contraffazione avviene a livello più ufficiale. Un editoriale di China Daily entra infatti nel merito della guerra commerciale Cina-Usa e nelle polemiche sulla rivalutazione dello yuan con una metafora del tutto esplicita:
“L”urlo e il furore’ degli Stati Uniti sul valore che la Cina dà allo yuan – scrive l’autrice Li Xing – mi ricorda nientepopodimeno che la scena di Avatar in cui i soldati venuti dalla Terra si preparano a distruggere l’Albero delle Anime di Pandora”.
Ma la Cina, come il popolo dei Na’vi, “non è dell’umore di subire prepotenze proprio dal Paese che ha portato il mondo sull’orlo della rovina economica. I leader cinesi e molti economisti credono che il valore dello yuan sia un tema che riguarda la sovranità nazionale e che sarà deciso dalla Cina e solo da lei.”
Ma come? Avatar non era il film che aveva tolto pubblico al polpettone nazionale, “Confucio“? Non era il simbolo della superiorità simbolica di Hollywood, dello strapotere del soft power americano e dei valori democraticimade in Usa?
Ecco come la Cina impara, imita, e poi riutilizza pro domo sua.
Ma forse c’è anche un messaggio al governo stesso: vedete che noi cinesi sappiamo gestirci benissimo, senza censure, valori e simboli che arrivano da occidente?
La parola cinese per indicare i prodotti contraffatti – shānzhài, 山寨 – significa “forte (o villaggio) di montagna“.
E’ il luogo dove i banditi sono al riparo dalla legge. Uno spazio di libertà. Da tutto e da tutti.