Posts Tagged ‘grande firewall’

Cina, un lettore oltre il Grande Firewall

mercoledì, novembre 3rd, 2010

Kindle, l’e-book reader di Amazon, permette di aggirare i filtri della censura

Nella guerra dei lettori di libri elettronici il Kindle è decisamente meglio dell’iPad. Almeno in Cina.
La terza generazione dell’e-book reader griffato Amazon ha infatti il potere di bypassare la censura e di accedere a siti – come Twitter e Facebook – normalmente bloccati oltre Muraglia.

C’è una spiegazione tecnica e una di mercato.
Tecnicamente, la versione 3G del Kindle usa una connessione Gsm ad alta velocità che le permette di collegarsi a un server fuori dalla Cina, il quale le fa da proxy: fa cioè un lavoro di interposizione tra il Kindle stesso e i siti proibiti. Bypassa così totalmente il blocco degli Isp (i fornitori di accesso a internet) messo in atto dalla censura cinese e fa accedere direttamente a quelli stranieri. Nel “percorso” in terra cinese, il segnale viaggia sulla rete dei provider locali che già hanno un accordo con la statunitense AT&T, la telecom che offre al Kindle la copertura anche negli Usa. In Cina, la rete AT&T non funziona ovunque, ma quasi dappertutto nelle maggiori città.

Chiaramente – e siamo alla spiegazione di mercato - se un device del genere fosse apertamente venduto in Cina, dovrebbe sottostare alle leggi locali e applicare i filtri. Tuttavia il Kindle gode della strana condizione di non essere né ufficialmente commercializzato, né formalmente vietato. Nel suo caso, si parla di “mercato grigio” – a differenza di mercato nero – per cui viene importato da compagnie con sede legale fuori dalla Cina continentale – per esempio a Hong Kong – e poi introdotto sul mercato. E’ disponibile anche sui siti di aste online, come Taobao. Il costo è compreso tra i milleduecento e i cinquemila yuan (180-525 dollari Usa).

Leggi l’intero articolo su PeaceReporter


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Oltre il Grande Firewall

giovedì, maggio 6th, 2010

Su Global Voices Advocacy è stata ripresa la ricerca di Jason Ng (Kenengba) sugli Internet user cinesi che bypassano il Great Firewall (金盾工程 – jīndùn gōngchéng) e si tuffano nella Rete globale.

Lo studio si basa su dati relativi a 5300 netizen, frequentatori di diversi social network e/o blogger.

Ecco i risultati in pillole

1. Genere: 92% maschi, 8% femmine

2. Livello educativo: la maggioranza ha un diploma di istruzione superiore.
In dettaglio: 73% laurea, 11% master, 9% scuola superiore, 4% istruzione primaria, 2% dottorato, 2% scuola media.

3. Età: il 77% è compreso tra i 19 e i 28 anni.

4. Occupazione: nella maggior parte dei casi, si tratta di studenti - 49.34% – poi di professionisti dell’Information Technology – 20% circa – di operatori del settore finanziario (3.55%) e di generici “freelance” (3.11%).

5. Strumenti per aggirare il firewall: la maggioranza (oltre il 70%) usa  software come Freegate, Puff e Ultra Surf; seguono coloro che si servono di proxy, secure shell (SSH) e virtual private network (VPN). Il 15% usa altri metodi, come GAppProxy (un proxy su server Usa di  Google, è molto potente e gratuito, ma per accedere ai suoi file eseguibili bisogna bypassare il GFW almeno una volta in altro modo).

6. Frequenza: i due terzi degli user infrange il firewall ogni giorno, il 17% 1-3 volte alla settimana, l’ 8% un giorno sì e l’altro no.

7. Costi: l’88% spende meno di 10 yuan (poco più di 1 euro) nei metodi di aggiramento, il 10% spende 10-50 yuan (cioè fino a poco meno di 6 euro).

8. Esperienza: il 52% degli user aggira il firewall da meno di 3 anni. Il 2.24% lo fa da 9 anni, il che significa più o meno da quando il “progetto dello scudo d’oro” fu avviato (1998).

9. Motivazioni: l’80% vuole accedere a normali servizi Internet come Google. Il 75% è interessato ai social media come Twitter. Il 72% va a caccia di media stranieri. Il 60% visita siti di intrattenimento, come Youtube, e il 30% punta a siti per adulti (erotici).

10. Effetto virale: l’85% ha spiegato a qualcun altro come si fa a bypassare il GFW.

11. Opinione sul Grande Firewall: il 38% ritiene che andrebbe rimosso e circa il 50% suggerisce regole più trasparenti sulla censura in Internet.

12. Come sono venuti a sapere dell’esistenza del GFW: il 37% ha tratto l’informazione da qualche blog, il 28% da motori di ricerca e il  19% da forum.

Per la versione originale in cinese, ecco il link a Kenengba

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Come funziona il Grande Firewall

sabato, marzo 27th, 2010

Damon di interlocals.net ha postato un video che ripercorre la storia e il funzionamento del “Grande Firewall” cinese, cioè il sistema di filtri e censura che blocca l’accesso a contenuti sensibili se ci si trova in Cina.

In italiano il nome suona male. Il gioco di parole è tipicamente inglese, perché “Great Firewall” fa il verso a “Great Wall“, cioè Grande Muraglia. Come quest’ultima, in realtà, il nipotino virtuale è aggirabile piuttosto facilmente. Fa fede il video che ho embeddato nell’articolo su “Censura, arbitrio e giustizia penale” e che ri-embeddo qui.

In pratica, attraverso un sistema di proxy e reti locali, è possibile aggirare il blocco dei dns.
In quanto alle parole sensibili, i netizen cinesi inventano nuovi termini in codice che non vengono filtrati.
Sia il sistema dei proxy sia il linguaggio vanno però costantemente cambiati, perché il Grande Firewall si aggiorna.
Detto che la muraglia si può aggirare, va però anche detto, come sottolinea la voce fuori campo del video di Damon, che molti internet user cinesi (384 milioni) non sanno neppure che esista.

In cinese, il Grande Firewall si chiama in realtà “Progetto dello scudo d’oro” (金盾工程 – jīndùn gōngchéng).
Jīndùn“, lo scudo d’oro, simboleggia nella lingua corrente il potere della polizia; “Gōngchéng” indica un vero e proprio progetto ingegneristico.
Insomma, il nome suona a orecchie cinesi un po’ come “ingegneria poliziesca” e non fa una grinza.

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Twitter e la Cina

mercoledì, febbraio 3rd, 2010

Una ricerca sui Twitter user cinesi è stata pubblicata da Kenengba sul suo blog.
Non se ne conosce l’attendibilità, è comunque plausibile.
Non mi dilungo a illustrarla, è stata ripresa da Globalvoices e i risultati più interessanti sono disponibili in inglese.

Una premessa.
Twitter è parzialmente bloccato in Cina, ma secondo Evan Williams – amministratore delegato e cofondatore del social network – ha un vantaggio nell’aggirare la censura in quanto si avvale di piattaforme e media diversi, tra cui le applicazioni per mobile e i siti che diffondono “geometricamente” i tweets su altri siti (syndicating sites). Insomma, scappa da tutte le parti.

Esistono poi altre forme di microblogging, cloni cinesi di Twitter, per un mercato del web sociale decisamente propulsivo in Cina.  Secondo uno studio della Netpop Research di San Francisco, più del 90% degli utilizzatori cinesi di broadband frequenta qualche social network, in confronto a un 76% di statunitensi.
E’ un fenomeno nato sull’onda lunga di chat e instant messaging, quell’”online guanxi” che si sposa benissimo con la tradizione della rete relazionale, o famiglia estesa, cinese.

Ma torniamo alla ricerca sugli utenti di Twitter.

Commentando i risultati, mi colpisce il fatto che su venti risposte alla domanda “perché ti prendi la briga (e i rischi) di accedere a Twitter“, almeno sette abbiano a che fare con l’esigenza di accedere a un’informazione “libera”.
Sono risposte che rivelano sia un bisogno sia una consapevolezza.

Il punto è che i giovani cinesi – i Twitter user sono in maggioranza compresi tra i 21 e i 29 anninon si fidano dei media ufficiali. Ma è probabile che non si fidino neanche di quelli occidentali.
Insomma, è proprio l’idea di media unidirezionale – l’informazione che cala dall’alto – a essere parecchio svalutata.
In questo, non c’è niente di molto diverso dai giovani europei o nordamericani. Tuttavia la consapevolezza di non avere un’informazione “libera” (e sul grado di libertà dei nostri, di media, potremmo discutere per secoli) mi pare che dia un valore aggiunto ai Twitter user cinesi: l’assenza crea il desiderio, alla Spinoza, sono proprio i divieti che suscitano la voglia di infrangerli e l’interesse ad approfondire le informazioni.

Ma anche altre risposte più neutre, a mio avviso, sono significative. “Prendersi la briga” di aggirare i blocchi per scambiarsi tweet con una ragazza rivela una disinvoltura che stride con l’immagine che si va spacciando qui in Occidente: quella di un popolo prigioniero del Grande Firewall (jīndùn gōngchéng – 金盾工程).
Il muro non si abbatte, si aggira, è pratica quotidiana. In realtà mi pare anche molto cinese.

Bene così? Non proprio, perché la localizzazione geografica, il livello scolastico e la stessa tipologia di studi o di lavoro dei Twitter user cinesi ci lasciano intravedere una società duale in cui una componente colta, tecnologica e metropolitana si apre al mondo e accumula informazioni.
Twitter cambia loro la vita.

Il resto o non è pervenuto, o frequenta i social network cinesi, spesso debitamente ripuliti all’origine dagli stessi creatori-amministratori, che vogliono fare business o svagarsi senza rischiare grane.

Twitter veicola ideologia americana? Può darsi, il dibattito è aperto.
Mail fatto che in Cina un’elite tecnocratica vi possa accedere e gli altri no, stride comunque con la “società armoniosa” che persegue il governo.
Meno informazioni significa meno opportunità di reddito futuro.
Potremmo allora dire che i Grandi Firewall si aggirano, sì, ma acuiscono la divisione sociale.

Più che di “meno libertà“, parlerei di “meno opportunità“.

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Il cyber-Dragone e l’egemonia Usa

domenica, gennaio 24th, 2010

Della guerra cyberspaziale a bassa intensità tra Cina e Usa non colpiscono tanto le schermaglie istituzionali tra l’accoppiata Clinton-Obama e il ministero degli Esteri di Pechino: rientrano nell’ordine delle cose.
E’ più interessante invece la ricostruzione dell’intera storia di Internet come “nuova botta di vita per l’egemonia Usa” (“Internet – New shot in the arm for US hegemony“) che, comparsa inizialmente su China Daily, è stata ripresa poi dalle maggiori testate online cinesi in lingua inglese: affinché quindi gli occidentali leggano.

Ho cercato il corrispettivo nelle edizioni in cinese e non l’ho trovato (magari per semplici limiti miei).
Sia in inglese sia in cinese compare invece un altro articolo – “Google incident and US Internet strategy” (环球网:谷歌事件与美国互联网战略) – che può essere visto come una sintesi conclusiva del commento più lungo.

Dunque, perché Internet sarebbe di fatto una quinta colonna statunitense in casa d’altri?
In sostanza: attraverso Internet, gli Stati Uniti cercano di rafforzare la propria egemonia mondiale dal punto di vista economico, culturale e politico.
Lo fanno promuovendo il mito della Rete come “mare aperto” in contrapposizione alle diverse reti locali intese come “acque territoriali“. Ma in mare aperto, gli Usa possono far valere la loro superiorità tecnologica e il fatto che controllano i nodi della Rete. Del resto, non hanno prove per sostenere le accuse di Google contro il governo cinese e negli stessi Usa operano squadre di hacker al servizio del governo.

La logica è evidente: se l’America controlla di fatto internet, gli altri Paesi devono tutelarsi con i propri strumenti. Sottointeso, anche con i “Grandi Firewall” e la censura.

Ma il controllo americano su Internet di quanti e quali punti forti si avvale?
Secondo “Internet – New shot in the arm for US hegemony” sono tre.

Primo: la “cyberguerra” e l’hackeraggio istituzionale che può contare anche sulla collaborazione delle grandi imprese IT.
Si parla di 80mila addetti che hanno sviluppato più di 2mila virus: “Worms, Trojans, Logic Bombs and trap door” (virus “botola”). Tutto muove dalla National Security Presidential Directive 16 (NSPD-16), top secret, con cui l’ex presidente George W. Bush ha costituito il primo nucleo di hacker “governativi”.
Spesso questi virus viaggiano sull’onda dell’export e della diffusione di tecnologie made in Usa. La guerra cibernetica è esplicitamente teorizzata anche da documenti militari disponibili online. In questo senso, gli Usa non hanno nessun diritto di fare la morale agli altri.

Secondo: il controllo dei rootserver che “assegnano” i nomi dei siti (DNS – Distributed Naming System).
Qui entriamo nel tema della “Internet governance“, del governo di Internet.
Ogni volta che io digito www.chen-ying.net, un sistema di server converte questo nome simbolico nel corrispondente indirizzo IP e rende visibile il mio sito. In teoria, secondo l’articolo di China Daily, “il network di un dato Paese scompare da Internet se il suo nome di dominio è bloccato o cancellato dai rootserver”.
Ecco l’esempio: “Nell’aprile 2004, la Libia sparì da Internet per tre giorni perché crollò il registro del suo nome di dominio, “Ly”, a causa di una disputa sul dominio stesso” (con la Lituania, ndr).
Il punto è che esistono 13 “terminal server” più un certo numero di server secondari e quasi tutti stanno negli Usa. E non c’è una regolamentazione internazionale che impedisca l’arbitrio dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Numers and Names), società di diritto privato, creata da Clinton nel 1998 e registrata in California.
Gli Stati Uniti si sono sempre opposti a tutti i tentativi di trasferire il controllo dei rootserver dall’ICANN a un’agenzia sovranazionale dell’Onu.

Terzo: il web 2.0 e l’egemonia culturale dei prodotti made in Usa (Twitter, Facebook, YouTube, etc).
Il web dal basso ha già svolto un ruolo fondamentale nel suscitare proteste in “Georgia, Egitto e Islanda”. Twitter è coinvolto nella “Rivoluzione coloratamoldava dell’aprile 2009 e, con YouTube, “nella turbolenta situazione” in Iran dopo le elezioni del giugno scorso.
In questa occasione,il governo Usa avrebbe addirittura chiesto a Twitter di rimandare le proprie procedure di manutenzione, previste per il 15 giugno, e il social network si è adeguato volentieri.
Insomma, i social network Us-based veicolano l’ideologia americana, fomentano rivolte e sono addirittura – seppur indirettamente – controllati dalla Casa Bianca (si citano a questo proposito dichiarazioni di Hillary Clinton).

Sul primo punto, il ragionamento cinese non fa una grinza.
Se nelle tecnologie di spionaggio, intercettazione e distruzione delle reti altrui, almeno teoricamente, tutti i Paesi evoluti partono allo stesso livello e istruiscono “hacker nazionalisti“, gli Stati Uniti investono però più soldi nell’applicazione della cybertecnologia alla forza militare. Fa testo il budget Usa per la Difesa, di gran lunga il maggiore al mondo.
Se si tratta di far crollare un sito o di spiare caselle di posta, si può ipotizzare che Cina e Usa siano sullo stesso piano. Se si tratta della sinergia tra lo smantellmento di un sistema antiaereo gestito elettronicamente e il successivo bombardamento con armi evolute, non c’è storia: la superiorità americana resta netta.
In questo senso, sia detto per inciso, le forze low-tech che combattono una “guerra diseguale” contro gli Usa hanno paradossalmente un vantaggio, in quanto non vulnerabili: non ci sono reti da hackerare.

Punto secondo: la Cina sembra premere per la condivisione della Internet governance in sede Onu (così come avanza la proposta di una moneta sovranazionale che sostituisca il dollaro).
E’ formalmente giusto, tuttavia si sa come funzionano le Nazioni Unite: i veti incrociati determinano spesso inefficienza e gonfiatura della burocrazia. Quindi, è probabile che il trasferimento dall’ICANN al Palazzo di Vetro sancirebbe la fine della Rete per come la conosciamo noi.
Con quali conseguenze? Forse da Internet “mare aperto” (dove però sguazzano le portaerei Usa) si passerebbe davvero alle “acque territoriali”.
Del resto questo è già tecnologicamente fattibile: se un certo numero di Internet Service Provider (ad esempio quelli cinesi) si associano e si appoggiano a rootserver diversi da quelli ICANN il gioco è fatto. Nasce una rete alternativa. La Cina potrebbe farlo anche forte dei suoi 384 milioni di netizen che costituiscono di fatto una rete nella rete. Ma è interessata? Credo di no.
Con queste prospettive, i Grandi Firewall e i periodici oscuramenti dei siti scomodi sono forse preferibili alla Rete-spezzatino: una sorta di prezzo da pagare per restare tutti nella stessa “Nuvola”, in attesa che la Cina si trasformi (e si sta trasformando) e che gli Usa escano dall’unilateralismo non solo a parole.

E veniamo al terzo punto, cioè, in parole povere, il soft power e la battaglia per influire sull’immaginario collettivo.
Ne abbiamo già parlato. Il web in generale e il web 2.0 costituiscono un aumento di complessità che il Partito comunista cinese controlla per ora con la censura. Ma le Grandi Muraglie si aggirano e qualsiasi smanettone di Pechino e dintorni sa come farlo.
Per la Cina, la battaglia si trasferisce allora altrove: la costituzione di social network cloni di quelli americani su cui si veicolano valori alternativi a quelli occidentali. E’ una battaglia sia politica sia commerciale e la barriera della lingua e dei valori favorisce questa operazione.
Qzone, rivolto ai teenager, ha circa 370 milioni di utenti registrati (su 384 milioni di Internet users cinesi, ricordiamolo); 51.com, il cui target sono le popolazioni rurali,viaggia sui 130 milioni; Tieba, il social network di Baidu, è a 110 milioni; Xiaonei, per gli studenti, fa 40 milioni e Kaixin001, per i colletti bianchi, 30 milioni.

Tuttavia, di nuovo, la Rete consente via di fuga insospettabili che possono cavalcare perfino la tigre dell’espansione commerciale.
Ecco un esempio che riprendo da un articolo di Simone Pieranni per China files:
“Un blogger piuttosto famoso, Keso, aveva fatto notare come gli accessi alla versione giapponese di Baidu fossero prevalentemente cinesi. «Che cosa cercano i cinesi, si chiedeva, nella versione giapponese di Baidu?» Il porno, naturalmente.”

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