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Wen Jiabao e lo shopping greco

martedì, ottobre 5th, 2010

Economia ma anche politica nel viaggio europeo del premier cinese

Se l’America mi attacca, cerco alleati in Europa. Il viaggio nel Vecchio Continente del premier cinese Wen Jiabao nasce nel cono d’ombra creato dal recente disegno di legge Usa che consentirà misure protezionistiche contro le merci made in China. E quindi il Dragone cerca una sponda dalle nostre parti, puntando sia ai singoli Paesi sia alle istituzioni comunitarie, in un itinerario che mette in fila Grecia, Unione Europea (a Bruxelles), Germania, Italia e Turchia.

Non si sa quanto casualmente, il tour di Wen comincia proprio dall’anello più debole del consesso europeo. Atene ha l’acqua alla gola: investita dalla crisi finanziaria, con previsioni a medio termine che vedono consumi stagnanti e investimenti interni depressi, spera nell’export e soprattutto negli investimenti dall’estero.
Gli aiuti europei e del Fondo Monetario Internazionale assommano a 110 miliardi di euro ma saranno dilazionati in tre anni. Non solo: il finanziatori occidentali impongono misure di austerity che hanno già surriscaldato il conflitto sociale.
Ed ecco che spunta la Cina.

Leggi l’intero articolo su PeaceReporter

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L’euro è reversibile? Parla Paul Krugman

giovedì, aprile 29th, 2010

Paul Krugman, economista premio Nobel nel 2008 ed editorialista del New York Times, dice la sua sulla crisi greca che mette a dura prova gli equilibri economici europei in un articolo comparso sul suo blog, che qui traduciamo.

Per molto tempo ho pensato che probabilmente l’euro fosse stato un errore. Ma pensavo anche che il passato ormai è passato: non si può cambiarlo. Ero fortemente influenzato dall’idea espressa da Barry Eichengreen in un ormai classico articolo del 2007 (anche se avevo sentito quelle ragioni – forse proprio da Barry? – molto prima della sua pubblicazione): come sosteneva lui, ogni tentativo di abbandonare l’euro avrebbe richiesto tempo e preparazione, e durante il periodo di transizione si sarebbero verificati dei devastanti assalti agli sportelli. Quindi l’idea di una dissoluzione dell’euro era una non-possibilità.

Ma ora ci sto ripensando per una ragione semplice: le motivazioni di Eichengreen sono una buona ragione per non pianificare l’abbandono dell’euro, ma che succede se la corsa agli sportelli e la crisi finanziaria si verificano lo stesso? In tal caso, i costi marginali dell’abbandono si riducono drasticamente e la decisione sarebbe di fatto tolta dalle mani dei policymaker.

Effettivamente l’abbandono della convertibilità da parte dell’Argentina fu qualcosa di simile. Una scelta deliberata di cambiare la legge avrebbe provocato una crisi bancaria; ma nel 2001 una tale crisi erà già del tutto in corso, così come le restrizioni d’emergenza sui prelievi bancari. E quindi il non fattibile divenne fattibile.

Pensatela a questo modo: il governo greco non può annunciare una politica di abbandono dell’euro e sono sicuro che non abbia nessuna intenzione di farlo. Ma a questo punto è troppo facile immaginare che non riuscirà a pagare il debito, provocando una crisi di fiducia che costringerà il governo a imporre una “vacanza bancaria“. E a quel punto, succeda quel che succeda, la logica di restare agganciati alla moneta comune diventerà molto meno convincente.

E se la Grecia sarà costretta a uscire dall’euro cosa succederà agli altri membri traballanti?
Penso che adesso andrò a ripararmi sotto a un tavolo.

Paul Krugman
Copyright 2010 The New York Times Company

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L’Europa ansima al cospetto del G2

venerdì, febbraio 5th, 2010

Madrid -5,94%, Lisbona -4,98%, lo chiameranno crac iberico.
Da alcuni giorni, analisti e osservatori erano preoccupati per il crescente debito pubblico di Spagna e Portogallo, memori anche del precedente default greco.
L’ondata di pessimismo ha fatto crollare i listini
Nella serata di ieri, anche Wall Street ha chiuso in picchiata in un clima depresso per le condizioni dell`economia globale: -2,61% per il Dow Jones.
Lì non incide solo la paura per la situazione europea, bensì forti preoccupazioni per il mercato del lavoro interno, sempre più giù.

Di rimbalzo il malessere è arrivato a Tokio, dove la seduta di oggi si è chusa con l’indice Nikkei a -2,9% e – rieccoci in Europa – ora pure l’euro è sotto attacco, ai minimi rispetto al dollaro.
La palla è dunque tornata al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero che già ieri, da Washington, aveva garantito che il debito della Spagna resta su un livello “ragionevole” e lo status “di paese solvibile è garantito“. Purtroppo l’aveva fatto al termine del “giovedì nero”, con le borse già chiuse.

Oggi ritorna sull’argomento: “Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici“.

Darà nuova fiducia ai mercati? Comunque sia, si naviga a vista.

L’anno scorso il debito spagnolo è salito al 55,2% del Pil e arriverà al 74,3% nel 2012, mentre il deficit nel 2009 è volato all’11,4% e il governo punta a riportarlo sotto il 3% nel 2013.
Ma – è proprio questo il punto – per farlo ci sarà un bagno di sangue: taglio della spesa sociale e aumento dell’età pensionabile.

Il problema è strutturale.
Non c’è stata nessuna riforma del sistema finanziario internazionale e nella situazione “tutti in ordine sparso” l’Europa sembra avere il respiro corto rispetto alla ripresa che verrà (forse) e sta scontando una graduale emerginazione dai giri che contano.
Le previsioni di crescita per Eurozona sono deprimenti se paragonate a quelle dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale: il capo dei liberali al parlamento europeo Guy Verhofstadt, citato da Repubblica, prevede per il 2010 un +0.9%, insignificante rispetto al +10 cinese, al +7 indiano, al +4,8 brasiliano e perfino al +4,4% Usa.

“Nel 2050 il G7 non sarà più composto da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Canada, bens’ da Cina, India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia e Usa“.
Tre Paesi asiatici, tre americani, uno a cavallo tra Vecchio Continente e Asia, del tutto eccentrico rispetto alla nostra “casa comune europea”.
Allarmismo? Di fatto, nonostante le recenti tensioni, il nuovo ordine mondiale sembra sempre più una faccenda tra Usa e Cina: il G2.

Sul Wall Street Journal, un’opinione di George Gilder – membro del think-tank “Discovery Institute – ci illusta bene in che direzione guardino gli americani:
“La rivitalizzazione del capitalismo asiatico compiuta dalla Cina resta l’evento mondiale positivo più importante degli ultimi 30 anni. Non solo ha liberato un miliardo di persone dalla penuria e dall’oppressione, ma ha anche trasformato la Cina da un nemico comunista degli Usa in un nuovo responsabile partner capitalista“.

Europa: non pervenuta.
Così anche i mercati non ci credono più, all’Europa.

Che fare? Tutti concordano nell’indicare la necessità di una maggiore integrazione continentale, la creazione di un”sistema Europa” che sappia rispondere coeso sia alle sollecitazioni dei mercati, sia a quelle politiche. Purtroppo nulla del genere si intravede all’orizzonte.

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