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Petrolio, il Dragone energivoro e il disastro di Dalian

venerdì, luglio 23rd, 2010

La Cina ha fatto incetta di energia fossile sfruttando la crisi globale. Ora si spera nella green technology

Una macchia nera che ormai ricopre 430 chilometri quadrati di mare, un disastro ecologico riconosciuto anche dai media cinesi che colpisce proprio una delle zone turistiche più famose della Cina, dove gente comune e funzionari di partito affollano spiagge che ricordano le più note località turistiche d’Occidente.
Pesca vietata fino alla fine di agosto, 15 chilometri di barriere antipetrolio calate in mare per evitare che la marea nera raggiunga anche le acque internazionali.

E’ quanto sta accadendo a Dalian, capoluogo della provincia del Liaoning e porto più settentrionale del Celeste Impero, dove il 16 luglio due oleodotti e un silos-cisterna sono esplosi riversando in mare oltre 1500 tonnellate di greggio che arrivava dall’Arabia Saudita.

Le autorità locali hanno requisito in fretta e furia più di 800 pescherecci e dicono che risolveranno il problema entro la fine del mese, i media riportano le notizie della riapertura del porto, ma alcune foto diffuse da Greenpeace rivelano l’altra faccia della medaglia: vigili del fuoco sommersi dal petrolio mentre cercavano di tappare la falla e portati faticosamente in salvo (uno è morto e un altro è disperso).

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Economia della green technology

mercoledì, marzo 17th, 2010

Basso costo del lavoro, tanti soldi che circolano, abbondanza di materie prime e un governo ambizioso e determinato: la ricetta che ha reso la Cina fabbrica del mondo“, può funzionare anche per la prossima rivoluzione industriale, quella che avrà al centro le tecnologie verdi?
C’è chi ne è assolutamente convinto e un articolo di Reuters ci narra di alcuni casi virtuosi.

Al momento, la Cina svetta già nella capacità di produrre energia eolica e solare a basso costo. E c’è molta attesa per il piano quinquiennale che verrà elaborato quest’anno, che sarà operativo dal 2011 e che dovrebbe puntare ancora più decisamente sullo sviluppo compatibile. Così investitori e imprenditori corrono verso la terra promessa.

Nella gara a sviluppare tecnologie verdi, la Cina può contare sulla sua enorme liquidità.
Alla base del boom ci sono infatti i sussidi statali che permettono di abbattere i costi dell’energia prodotta con il vento e con il sole, che dal punto di vista strettamente economico resta per ora più costosa dell’elettricità prodotta con il carbone.
I sussidi rendono l’energia alternativa competitiva, le consentono il grande salto verso l’economia di scala e quindi verso un ulteriore abbattimento dei costi che prima o poi la renderanno conveniente come il carbone. A quel punto, non ci sarà più bisogno dei sussidi. E’ un circolo virtuoso che, secondo molti analisti, dà alla Cina un notevole vantaggio su tutti i concorrenti.

I produttori cinesi stanno già cominciando a esportare turbine eoliche.
Quanto ai pannelli solari, con industrie di punta come la Yingli Green Energy e la Suntech Power, il Dragone controlla già il 50% del mercato mondiale. Il motivo è semplice: sono quelli che costano meno.

Costano meno, tra le altre cose, perché i polisilici – materia prima indispensabile ai pannelli solari – sono prodotti in Cina da altre industrie che a loro volta beneficiano di sussidi, basso costo del lavoro e ridotti costi energetici.
E quindi, se fuori dalla Cina i polisilici costano in media 60 dollari al chilo, la GCL-Poly Energy di Hong Kong – dopo aver fatto shopping di asset della Cina continentale per 3,4 miliardi di dollari – punta a venderli per 45 dollari nel 2011.

Così i pannelli cinesi costano circa il 40% in meno di quelli tedeschi o americani (1,20 euro per watt prodotto contro i 2 euro di quelli europei).
E’ chiaro che le industrie cinesi stanno svolgendo una funzione disinflattiva nel mercato globale dell’energia alternativa così come avevano già fatto con i beni di consumo: secondo Leonora Walet (Reuters) sono responsabili di un buon 40% in meno nei prezzi del fotovoltaico sul mercato internazionale.

Gli operatori cinesi di green technology beneficiano poi di altri due vantaggi: la facilità di ottenere prestiti bancari e la velocità con cui si costruiscono nuovi impianti.
Tuttavia, nonostante gli investimenti in innovazione, rimane il ritardo tecnologico da colmare rispetto all’Occidente e non solo: proprio grazie alle facilitazioni, il settore potrebbe intasarsi, determinando una crisi di sovrapproduzione e un crollo dei prezzi.
Ergo, gli investimenti in energie alternative potrebbero di colpo smettere di garantire buoni profitti.
E il mercato entrerebbe in fase recessiva. 


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