Posts Tagged ‘hu jintao’

Il Grande Timoniere fa ancora discutere

martedì, luglio 6th, 2010

Demaoizzazione nel nome di Mao, ovvero giustificare il presente attraverso la storia. Ma il gruppo dirigente non è unito

Il Dragone turbocapitalista deve fare i conti con le forti diseguaglianze sociali e così il fantasma di Mao Zedong salta fuori dallo sgabuzzino.
Un articolo del quotidiano in lingua inglese China Daily del primo luglio riconosce l’esistenza del problema:
la prosperità economica “ha creato anche problemi sociali di diseguaglianza e crescenti differenze di reddito, inducendo sempre più persone a rimpiangere i ‘bei vecchi tempi’ del presidente Mao.”

Il compito di trovare il giusto mezzo tra Mao “grande leader” e “capo autoritario” è dunque lasciato allo storico Xiao Yanzhong, che ripercorre sia gli errori del Grande Timoniere – il Grande balzo in avanti (1958-60), la Rivoluzione culturale (1966-76) – sia i successi: la costituzione della Repubblica Popolare (1949), la nomina di successori che garantissero riforme a lui postume e l’idea di una “rivoluzione permanente” che attraverso la mobilitazione delle masse impedisse al potere – rappresentato da funzionari di partito e intellettuali – di sclerotizzarsi.

Leggi l’intero articolo su PeaceReporter

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Hu-Obama: oltre il 90°

martedì, aprile 13th, 2010

Un incontro di 90 minuti, un incontro che ai più è apparso interlocutorio.
Hu Jintao e Barack Obama si sono incontrati a margine del summit di Washington sulla sicurezza nucleare, per la prima volta da quando il clima tra Cina e Usa si è fatto teso.
Molti gli argomenti sul tavolo, nessun chiaro impegno, ma molte sensazioni e probabili “dietro le quinte” che fanno sbizzarrire analisti e commentatori.
Ecco le interpretazioni più significative.

  • Il presidente Obama ha avuto assicurazioni” da Hu che la Cina discuterà di nuove sanzioni all’Iran, ma la Cina non conferma. (New York Times)
  • I 5 punti proposti da Hu per rafforzare i legami Cina-Usa. Tra questi, spicca la richiesta agli Usa di “trattare con cura” le questioni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina: Tibet e Taiwan. (China Daily)
  • Hu si dice intenzionato a “riformare” lo yuan, dando la sensazione che si muoverà in quella direzione a piccoli passi. (Reuters)
  • Hu Jintao resiste agli appelli di Obama sulla rivalutazione dello yuan. (Bbc)
  • Hu: “Cina e Usa perseguono lo stesso scopo generale sul tema del nucleare Iraniano“. (Xinhua)
  • La Cina sostiene che le sanzioni non possono risolvere la questione nucleare iraniana. (People’s Daily)
  • La Cina intende creare un “centro d’eccellenza” sulla sicurezza nucleare ma non si capisce con quali Paesi. (China Daily)

  • Share/Bookmark

Nucleare e yuan, destini incrociati

giovedì, aprile 8th, 2010

Obama e Medvedev hanno siglato a Praga lo Start-2 – il trattato che riduce a un massimo di 1550 le testate nucleari di Usa e Urss – e intanto il segretario al Tesoro Timothy Geithner vola a Pechino per dicutere di rivalutazione dello yuan.
Grande attivismo della diplomazia Usa sull’asse Russia-Cina in vista del summit sulla sicurezza nucleare in programma a Washington la prossima settimana.

La Cina conferma la presenza di Hu Jintao negli Usa mentre un editoriale di China Daily fa le pulci alla svolta “antinucleare” di Obama che era già stata annunciata lunedì e che contiene due elementi forti: la rinuncia a sviluppare nuove armi nucleari; l’impegno a non utilizzare quelle già disponibili contro Stati che abbiano aderito al trattato di non proliferazione, anche qualora questi ultimi aggredissero gli Usa con armi chimiche, batteriologiche o con un attacco informatico.

La Cina è una delle potenze atomiche “riconosciute” oltre a Usa e Russia. Le altre sono Francia e Gran Bretagna. Poi ci sono Israele, India e Pakistan che sono “Paesi nucleari” di fatto.
L’Iran, che nello scacchiere mediorientale-centroasiatico è di fatto l’unico Stato senza bomba, è il dossier aperto, dato che sta dotandosi di impianti per l’arricchimento dell’uranio. Nell’ambito dell’accordo Usa-Urss se ne è parlato molto e Medvedev ha preso le distanze dall’ex protegé, sposando la linea dura Usa.

Il Dragone è anche l’economia a più rapida crescita e a detta di molti il futuro antagonista globale degli Stati Uniti. Anche Pechino sta facendo pressioni sull’Iran, ma in via riservata, secondo la propria tradizione diplomatica.
Ultimamente, tra Cina e Stati Uniti non sono mancate le tensioni: mancato accordo sul clima, caso Google, continue schermaglie sul commercio internazionale, diversi approcci delle due diplomazie proprio verso l’Iran, armi Usa a Taiwan.

I destini incrociati di armi (nucleari) e soldi (lo yuan) vanno visti in questo quadro così complesso, in cui una concessione su un certo dossier non può che avere ripercussioni altrove.

L’editoriale (“Le armi nucleari sono sempre pronte all’uso“), scritto su China Daily da Hu Yumin – ricercatore presso l’associazione cinese per il controllo degli armamenti e il disarmo – tende di fatto a limitare l’importanza dell’accordo Start-2: la politica degli annunci di Obama non determina sostanziali cambiamenti nello scenario nucleare. Usa e Russia possiedono il 90% dell’arsenale complessivo e le armi nucleari continuano a essere parte fondamentale delle rispettive strategie di difesa.
E altrove, si definisce meramente “simbolico” il nuovo corso.

Hu Yimin insiste sul fatto che la “stabilità” – parola chiave per comprendere l’attuale politica cinese – si ottiene solo cedendo alle Nazioni Unite il controllo del disarmo, che deve comunque essere più accentuato.
Insomma, la svolta di Obama e Start-2 non significano stabilità.
Ma tale stabilità deve essere anche economica, in un rapporto dialettico vincente con la sfera politica: meno tensioni permettono più crescita, che a sua volta consente di ridurre ulteriori tensioni.

E infatti altri articoli commentano il viaggio di Geithner dal punto di vista della ritrovata armonia nei rapporti economici Usa-Cina, accennando solo di sfuggita al tema spinoso della rivalutazione dello yuan e ribadendo la posizione cinese.

A cosa punta Pechino?
Probabilmente a fare qualche concessione agli Usa senza destabilizzare (appunto) la ricetta del proprio boom economico.
Rivalutare lo yuan penalizzerebbe infatti tutto il settore legato all’export e attirerebbe speculazioni. Sì, in prospettiva crescerebbe la domanda interna, ma questo è un processo più lungo. Ci vorranno infatti almeno 10 anni prima che il mercato domestico possa rimpiazzare i mancati ricavi delle esportazioni.

La Cina ha bisogno di acque calme per nuotarci dentro.
Probabilmente, secondo molti analisti, prima o poi rivaluterà. Ma non vuole farlo su pressione Usa o, quanto meno, non vuole che così appaia. In cambio, si aspetta più potere nella stanza dei bottoni.
Dal punto di vista cinese, anche l’accordo Start-2 rientra in questo tourbillon diplomatico di più ampio respiro.

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

Cina-Usa, la tensione sta già scendendo

lunedì, febbraio 8th, 2010

Parla Francesco Sici: “I tempi elettorali americani non coincidono con i tempi lunghi cinesi”

Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.
Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.

  • Dall’inizio dell’anno la temperatura dello scontro tra Cina e Usa si è fatta improvvisamente alta. Proprio quando sembrava si andasse inevitabilmente verso un G2 di fatto. Lei però ritiene che le cose vadano già meglio. Perché?

La febbre si sta abbassando, diciamo che siamo attorno ai 38, 39°. Il punto è che uno scontro duro è insostenibile. Non conviene a nessuno, perché le due economie sono troppo interlacciate. Per la Cina significherebbe perdere le proprie riserve monetarie; per l’America, perdere l’unica economia disposta a comprarle il debito.
Sicuramente però gli Usa provano un sentimento di fiducia tradita. L’amministrazione Obama ha passato il primo anno scommettendo sulla Cina e ratificando l’idea di G2. La Cina doveva darle in cambio l’accordo a Copenaghen sul clima, aiuto con la Corea del Nord, L’Iran, l’Afghanistan, e la rivalutazione dello Yuan-Renminbi. Su questi dossier, Obama non ha ottenuto praticamente nulla.
L’aiuto è arrivato in un altro settore: la Cina ha continuato a comprare bond del Tesoro Usa. Le riserve cinesi hanno superato i 2.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei nouovi bond (300 miliardi) sono americani.
Poi c’è l’aiuto industriale: la Cina ha commissionato all’America molte attrezzature per il risparmio energetico. Però l’impatto economico arriverà lentamente e Obama ha scadenze elettorali.
Sui temi di politica estera – per ragioni di tradizione culturale e interesse geopolitico – la Cina è restia a interventi immediati e preferisce le pressioni dietro le quinte. Ma, per l’America, ciò che non si vede, non è spendibile elettoralmente.

  • Facciamo una ricostruzione dei momenti salienti di questa crisi.

Prima c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen.
Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu Xiaobo, il giorno di Natale, e la condanna a morte del narcotrafficante di passaporto britannico Akmal Shaikh, il 28 dicembre. La Cina ha sottovalutato l’effetto moltiplicatore di questi due casi.
A quel punto, credo che negli Usa sia scattato il semaforo verde per lo scandalo Google, che in realtà bolliva in pentola da mesi.
La vicenda ha tre aspetti. Uno riguarda la libertà di comunicazione, che in Cina non c’è, ma lo si sapeva anche prima. E Google aveva già accettato di operare in Cina sotto censura.
Poi c’è un problema di sicurezza. I cinesi entrano nei siti e nella posta altrui, ma questo lo fanno tutti i governi seri, anche quello americano. E’ ovvio che, da utente, uno si fida più di un governo democratico – che ha dei limiti visibili – che di uno autoritario.
Infine c’è il problema commerciale. Google ha una posizione minoritaria sul mercato cinese, diversamente che nel resto del mondo.
L’elemento chiave è però la politica interna americana: il 19 gennaio c’è la sconfitta elettorale in Massachusetts; il discorso di Hillary Clinton sulla libertà di internet è del 21 gennaio.
I cinesi l’hanno vissuto come un fulmine a ciel sereno perché non avevano capito che nei rapporti bilaterali bisogna considerare anche il problema della politica interna Usa. Tra l’altro, mentre Obama perdeva elettori a destra e sinistra, anche i cinesi si sono trovati in difficoltà: a Copenaghen si sono sentiti traditi.
Pensavano: annunciamo che abbattiamo unilateralmente le emissioni del 40%. Inoltre non chiediamo soldi per farlo. Credevano che questo li avrebbe messi in buona luce ed esentati dal controllo internazionale. Invece c’è stato lo scontro sul monitoraggio internazionale che per la Cina è un intrusione. Lì c’è stato l’inizio dello scollamento.

  • Quali sono invece le potenziali tappe di un riavvicinamento?

A questo punto la Cina ha capito che deve portare qualcosa al tavolo di Obama. Il primo dossier potrebbe essere la Corea del Nord.
Wang Jiarui
, capo del dipartimento Affari Internazionali, è partito per Pyongyang e dovrebbe tornare con la disponibilità di Kim Yong-Il a riprendere i colloqui a sei sul disarmo.
Il tono del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è tornato nel frattempo molto misurato anche perché nel frattempo l’America ha rincarato la dose con la faccenda della vendita delle armi a Taiwan e la questione del Dalai Lama.
La Cina si sta affrettando a produrre qualche risultato tangibile. Se questo accade, il rapporto tra Usa e Cina potrebbe uscire rafforzato e, a ben pensarci, la Cina sarebbe forse l’unico paese ad avere offerto qualcosa di realmente concreto agli Stati Uniti.
Ci sono due appuntamenti da tenere d’occhio: Il viaggio in Cina del segretario della Difesa Usa Robert Gates, previsto tra febbraio e marzo. Non è chiaro se sia stato cancellato o no. Poi c’è il vertice di Washington sul disarmo nucleare ad aprile: bisogna vedere se Hu Jintao ci andrà.
Si capirà tutto nelle prossime settimane.
Di sicuro c’è che la diplomazia cinese sta lavorando a pieno regime. Lo dimostra tra l’altro il rilascio da parte della Corea del Nord dell’attivista americano, il missionario Robert Park, che si era introdotto clandestinamente nel paese a Natale.

Su entrambi i punti non c’è disaccordo. La Cina ha già detto che rivaluterà la moneta, probabilmente del 10 per cento entro la fine di quest’anno e poi ancora in seguito.
Il problema è: quando farlo? Per Obama è un problema elettorale, per la Cina di economia interna. Significa svalutazione delle riserve, penalizzazione dell’export e arrivo di fondi speculativi che Pechino proprio non vorrebbe. Quindi la Cina sta cercando di capire quando rivalutare. Intanto sposta la data sempre un po’ più in là.
Sull’altro tema, l’America ha ormai abbassato il livello di guardia e accettato di trasferire tecnologie duali (che hanno un’applicazione sia civile sia militare, ndr). C’è ovviamente il nucleare. E’ inoltre già stato firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per un impianto solare avanzato. Poi turbine, impianti eolici.
Ma il punto è che si parla di grandi complessi industriali: la Cina costruirà 30 nuove centrali atomiche, ma ci vogliono vent’anni per farne una. Dal momento in cui si firmano i contratti a quando l’economia americana ne vedrà gli effetti, ci vorrà del tempo. Di nuovo, per Obama è un problema di scadenze elettorali.
Per la Cina è tuttavia più interessante comprare tecnologie dall’America, piuttosto che da altri, anche per ragioni politiche.

  • In che cosa Usa e Cina faticano a capirsi?

Ci sono profonde differenze culturali e paradossalmente più i due paesi si avvicinano, più le differenze vengono a galla.
Ma il problema è soprattutto di tempi, per cui le agende di Cina e Usa sono diverse.
Il tempo americano è elettorale, è stretto, anche perché c’è la stampa che ti mette sotto pressione ogni giorno.
Il tempo cinese è molto più lungo. Un presidente sta al potere dieci anni e – anche se i risultati in politica estera sono importanti anche per lui – non ha scadenze elettorali.
Questi tempi diversi creano condizionamenti folli. Su alcune questioni internazionali ci vogliono tempi lunghi, allora i cinesi tendono a porle fuori dall’agenda principale: l’Africa, l’America latina. Ma alcuni dossier – Afghanistan, Iran, Corea del Nord – sono al centro dell’attenzione e l’America chiede risultati immediati.

I cinesi sono proprietari di concessioni minerarie in Afghanistan. Come mai? Perché nessun altro voleva prenderle. La sicurezza di questi siti è garantita da esercito afghano e Nato che ora chiedono alla Cina una collaborazione.
Non solo. L’America ha chiesto alla Cina di sfruttare il suo accesso all’Afghanistan attraverso lo Xinjiang, una vecchia strada che fu già utilizzata dagli Usa per rifornire i mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Allora i rifornimenti arrivavano soprattutto dal Pakistan ma, storia poco nota, anche dalla Cina. Quindi la Cina c’è già in qualche modo implicata.

  • Qual è il sentimento diffuso nella società cinese verso l’America di Obama?

Oggi discutevo con un imprenditore cinese che mi diceva: “Ma perché gli americani ci danno così fastidio sul nulla?
L’uomo della strada se ne frega del dissidente Liu Xiaobo.
Sull’esecuzione di Shaikh è d’accordo con la condanna. Dice: “C’è la pena di morte per traffico di droga, la applicano con noi, perché non dovrebbero applicarla con uno straniero?”.
Su Copenaghen i cinesi sono d’accordo con il loro governo e su Google sono generalmente utenti di Baidu. Sanno che il governo entra nelle mail, ma non si fidano di altri governi più che del loro. Noi occidentali siamo più portati a schierarci con Google, loro sono scettici nei confronti di tutti.
Le armi a Taiwan e il Dalai Lama sono invece argomenti che infiammano il sentimento nazional-patriottico della Cina.
Il concetto è: “Gli americani sono stupidi a crearci sempre problemi. Sai che c’è? Tu vendi armi a Taiwan e io le vendo all’Iran”.
Quindi in realtà il governo è più disposto a mediare, guarda più sul lungo termine, rispetto a un’opinione pubblica già abbastanza infervorata.

Questo articolo compare anche su PeaceReporter

Vedi anche:

  • Share/Bookmark