Posts Tagged ‘materie prime’

Cina, il controesodo libico

venerdì, marzo 4th, 2011

Quasi trentaseimila lavoratori tornano oltre Muraglia. Dubbi sul loro futuro e sulla strategia win-win del Dragone

35.860. Sono tanti i cinesi che stanno precipitosamente rientrando in patria dalla Libia, i più numerosi tra i lavoratori stranieri che in questi giorni riempiono navi e aerei per riparare dai disordini.
Il fuggi fuggi si è trasformato in uno spot per il governo, capace di organizzare l’esodo via terra e via mare – per la prima volta anche una fregata militare di Pechino scorrazza nel Mediterraneo – e in grado di rimpatriare anche duemila cittadini di altri Paesi.

Che ne sarà di questa forza lavoro? Nessuno per ora ne parla. I giornali cinesi sembrano più interessati a riferire note di colore, come quella che narra di cento lavoratori della provincia sud-orientale del Jiangxi: sono arrivati a Nanchang da Pechino su un treno superveloce, dove hanno potuto mangiare gratuitamente tutto quello che volevano. Un segno di benvenuto a casa.

Ma qua e là si avverte preoccupazione, anticamera della tensione sociale. Secondo quanto riporta Xinhua, all’aeroporto di Guangzhou (Canton), un centinaio di lavoratori edili appena sbarcati da un charter proveniente dalla Libia si sono rifiutati di ripartire per il natio Henan, inscenando una protesta improvvisata. La Hunan Tianying Construction, loro datore di lavoro, non gli aveva corrisposto 15mila yuan (1640 euro) a testa di salari arretrati.
Alla fine, le autorità di Guangzhou e dello Henan hanno mediato e la compagnia di costruzioni si è impegnata formalmente a saldare il dovuto.

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Terre rare, intrecci abbondanti

venerdì, ottobre 22nd, 2010

Interessi strategici e un incidente diplomatico intorno alla materia prima di cui Pechino è monopolista

“Se il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare“, diceva Deng Xiaoping trent’anni fa.
Si riferiva a diciassette elementi contenuti in diversi minerali e necessari alla costruzione di una sfilza di prodotti high-tech: dagli iPod alle fibre ottiche, passando per le batterie delle auto ibride e i missili telecomandati.
Da qualche tempo sono al centro di un contenzioso tra Cina e Giappone, perché il Dragone ne detiene il novantasette per cento della produzione mondiale e ha repentinamente deciso di interromperne l’export verso il Sol Levante, lasciando all’asciutto la locale industria dell’eccellenza tecnologica.
Dietro alla vicenda delle terre rare, c’è in realtà una matassa che tiene insieme economia, politica e strategia. Un gioco di interessi incentrato sul Mar Cinese Orientale, con molti protagonisti.

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Mongolia, la ferrovia del dispetto

giovedì, settembre 9th, 2010

Destinazione nord: meglio portare il carbone in Russia che in Cina

Tavan Tolgoi è un’enorme miniera a cielo aperto: sei miliardi di tonnellate di carbone a portata di mano nella provincia di Ömnögovi, la più meridionale della Mongolia. Il governo ha deciso di privatizzare il trenta per cento della compagnia che opera nel giacimento, offrendo però a partner stranieri solo il dieci per cento di questa quota, una percentuale che comunque fa gola a colossi come la cinese Shenhua Energy, un consorzio russo con a capo Gazprom e l’australiana BHP Billiton.

Il confine cinese è a soli 200 chilometri dalla miniera. Ci sono tutti gli ingredienti per farne una “perla” della famosa collana con cui il Celeste Impero si espande commercialmente e intanto mette benzina nel suo motore industriale: investimenti in direzione Ulan Bator, carbone in direzione Pechino.
E invece no. Il parlamento mongolo ha approvato un progetto di ferrovia in collaborazione con Deutsche Bahn AG che da Tavan Tolgoi muoverà per 1.100 chilometri in direzione nord (Russia) invece che per 200 verso sud (Cina).
I russi pagano di più? Niente affatto. Altri motivi economici? Qualcuno: il ministro dei Trasporti Battulga Khaltmaa ha dichiarato a EurasiaNet.org che far passare la ferrovia attraverso mezza Mongolia valorizza le risorse locali.

Ma le ragioni per cui i binari non saranno puntati verso sud sono soprattutto politiche.

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Grano russo e speculazione

venerdì, agosto 6th, 2010

Siccità e carestia abbattono la produzione e fanno salire i prezzi. La finanza aumenta l’effetto rincaro

La Russia ha annunciato il blocco temporaneo delle esportazioni di grano.
In una dichiarazione all’agenzia Interfax, il Primo ministo Putin ha dichiarato che la misura si è resa necessaria a causa “delle temperature molto alte e della siccità” e che riguarderà “grano e prodotti agroalimentari derivati”.
Quello che sta affliggendo il Paese è il periodo secco più lungo degli ultimi cinquant’anni, a cui si aggiunge il danno ambientale degli incendi che hanno già distrutto oltre 712mila ettari di bosco (oltre 2500 chilometri quadrati), con il corollario di almeno 50 morti.

E così, secondo stime ufficiali, la produzione russa passerà quest’anno dai consueti 90 milioni di di tonnellate a 70-75 milioni, determinando un aumento dell’inflazione 2010 fino a 7-7,5 punti percentuali contro i 6,3 previsti.
Ma il calo dell’export russo ha forti ricadute anche sui mercati internazionali.
A luglio si è già registrato un aumento del prezzo del grano del 40 per cento; a breve anche per le decisioni annunciate da Putin, si prevede un’ulteriore balzo in alto.
Soffrono soprattutto i Paesi che dipendono dall’import per nutrirsi.
L’Egitto, il maggiore importatore di grano al mondo, ha appena acquistato 180mila tonnellate di grano russo al prezzo di 270 dollari alla tonnellata. Il 31 luglio costava 238 dollari.
A livello globale, gli analisti prevedono un rincaro di tutti i prodotti alimentari da qui a fine anno.

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Il Dragone energivoro: Cina e materie prime

martedì, aprile 6th, 2010

Centocinquanta minatori intrappolati sotto terra e una nave cargo che si incaglia nella barriera corallina, rischiando di riversare in mare petrolio e carbone: sono due disastri made in China che richiamano attenzione sulla sete di materie prime del Dragone, unica potenza ad attraversare la crisi economica globale pompando ancora più energia nel proprio motore.

Secondo Energy Bulletin, la strategia è stata molto semplice: la crisi è stata vissuta anche come opportunità (alcuni sostengono che nello stesso termine cinese per “crisi”危机, wēijī – quel “” implichi proprio “opportunità”).
In buona sostanza, mentre nel 2009 gli altri riducevano l’acquisto di materie prime, la Cina ha invece pigiato sull’acceleratore sfruttando il calo dei prezzi e cercando sempre più di controllare i giacimenti stranieri.

In questa strategia, lo strumento più efficace sono stati i prestiti: a lungo termine e a bassi interessi sia alle compagnie cinesi a caccia di materie prime, sia ai governi stranieri disponibili a sfruttare le proprie risorse in partnership con la Cina.
Il tutto è ovviamente stato possibile grazie alla grande liquidità disponibile e al sostanziale controllo delle banche da parte delle autorità.
Un esempio: nel 2009 la China Development Bank (CDB) presta alla China National Petroleum Corp (CNPC) 30 miliardi di dollari per un progetto di acquisizioni nell’arco di cinque anni; al contempo, concede un prestito da 10 miliardi alla compagnia petrolifera statale brasiliana Petrobras per lo sfruttamento di giacimenti offshore, in cambio di 160mila barili di greggio che prenderanno ogni giorno la via della Cina.

Questo slittamento del baricentro energetico verso Pechino ha anche forti implicazioni geopolitiche: con la Cina si relazionano infatti sia i governi sul libro paga di Washington sia quelli sul libro nero. Nascono così nuove partnership economiche che scompaginano il vecchio sistema delle alleanze Usa-centrico, la politica ne è il naturale corollario. Fanno per esempio affari con il Dragone, in ordine alfabetico, Angola, Arabia Saudita, Australia, Brasile, Iran, Kazakistan, Sudan e Venezuela.

Ecco gli accordi più significativi siglati nell’ultimo anno:

  • Aprile 2009: CNPC fa una joint venture con Kazmunaigas - la compagnia petrolifera di stato del Kazakistan - per rilevare JSC Mangistaumunaigas (MMG) al prezzo di 3,3 miliardi di dollari. E’ l’ultimo di una serie di accordi che portano la Cina a controllare circa un quarto della produzione petrolifera kazaka, anche grazie a un prestito da 5 miliardi ad opera della Export-Import Bank.
  • Ottobre 2009: un consorzio guidato CNPC e BP si aggiudica l’appalto per lo sviluppo dei pozzi di Rumaila in Iraq, una delle maggiori riserve del pianeta. Il consorzio investirà 15 miliardi di dollari per portare la produzione giornaliera di Rumaila da 1,1 a 2,8 milioni di barili, raddoppiando così l’output iracheno. CNPC controlla il 37% del consorzio; BP, il 38%, il governo iracheno, il 25%.
    L’accordo è anche da vedersi come testa di ponte per future operazioni della Cina in Iraq.
  • Novembre 2009: Sinopec fa una joint venture con l’ecuadoriana Petroecuador, di proprietà statale, per sviluppare due giacimenti petroliferi nella provincia orientale di Pastaza. Da quelle parti, Sinopec è già ben insediata, avendo acquistato con CNPC la filiale ecuadoregna della canadese EnCana Corp nel 2005 per 1,4 miliardi.
  • Dicembre 2009: CNPC acquista quote del giacimento Boyaca 3 nel bacino dell’Orinoco, in Venezuela. Contemporaneamente, CNOOC fa una joint venture con  Petróleos de Venezuela S.A. per sviluppare il giacimento Junin 8 nella stessa area. Gli accordi sono considerati parte della strategia con cui il presidente venezuelano Hugo Chávez vuole aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina per emanciparsi dal mercato statunitense.
  • Dicembre 2009: CNPC fa un accordo con il governo di Myanmar per costruire e gestire un oleodotto che unirà l’isola birmana di Maday con Ruili, nello Yunnan. L’operazione permetterà alle petroliere cinesi in arrivo da Africa e Medio Oriente di evitare lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale, pattugliati dalla flotta Usa.
  • Marzo 2010: CNOOC International annuncia l’intenzione di acquisire il 50% di Bridas Corp, compagnia energetica privata argentina che opera anche in Bolivia, e Cile oltre che in Argentina stessa. Produce sia petrolio sia gas. CNOOC pagherà 3,1 miliardi di dollari per la sua quota azionaria.
  • Marzo 2010: PetroChina entra in joint venture con Shell per acquisire Arrow Energy, produttore australiano di coal-bed methane (gas naturale estratto dagli strati di carbone presenti nel sottosuolo).  Le due major pagheranno circa 1,6 miliardi a testa.

Fuori dal mercato energetico strettamente inteso, ci sono poi gli accordi nel settore minerario, che riguardano ferro, rame, bauxite e altro.

Le conseguenze?
Di tutti i tipi, ma il Financial Times ne sottolinea una che riguarda il ferro: la pressione della domanda cinese e degli altri Emergenti ha infatti cambiato il modo in cui se ne stabilisce il prezzo.
Secondo il sistema “tradizionale”, in vigore dal 1960, questa valutazione dipendeva dal primo accordo stipulato in ordine temporale tra una compagnia mineraria e una siderurgica. Il resto del settore si sarebbe basato su questo parametro per un anno intero. In tal modo, il prezzo era in qualche modo calmierato.

Ora il metodo si adeguerà a quello utilizzato per altre commodities (come il petrolio) e i prezzi oscilleranno ogni quadrimestre.
E’ il cosiddetto “mercato spot“, reso tale dal fatto che nel 2009 il commercio internazionale di ferro ha raggiunto il volume complessivo di quasi 900 milioni di tonnellate (erano 450 milioni nel 2000). La Cina rappresenta circa il 70% di questo mercato (era il 16% dieci anni fa).

Leggi “mercato oscillante” e pensa “prodotti derivati“.
E sì, perché il su e giù dei prezzi favorisce le speculazioni finanziarie: soldi facili per chi abbia il coraggio, le informazioni e la base finanziaria per rischiare; un’occasione di reinvestimento per gli stessi produttori e consumatori di ferro, che possono così tutelarsi contro le eccessive oscillazioni.
Sta di fatto che gli analisti stimano già in diversi miliardi di dollari le potenzialità di eventuali futures sui minerali ferrosi.

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