Verso la Mongolia
sabato, maggio 8th, 2010Tra una settimana parto per la Mongolia. Non la Mongolia Interna cinese (内蒙古 – Nèi Měnggǔ), bensì la Mongol uls (Монгол улс), cioè la repubblica vera e propria, indipendente, schiacciata tra Cina e Russia: il Paese dei mongoli.
Ci sono già stato brevemente l’anno scorso, producendo le foto sopra, gli articoli Mongolia e Tradizione e modernità (per PeaceReporter), alcune registrazioni audio che però non si sono tradotte in un radioreportage.
Quest’anno ci vado per un mese e mezzo. Perché?
Perché – consideratelo un manifesto – mi interessa raccontare le storie alternative alla modernità occidentale-capitalistica. Mi interessa far vedere che esistono altri mondi e altre possibilità, uno specchio di noi stessi e al tempo stesso l’occasione di un’apertura.
Si rischia di idealizzare l’”altro“? E’ vero. Per questo sto studiando e cerco di togliermi di dosso ogni idealismo (intrinsecamente reazionario).
La Mongolia di oggi è in realtà terra di contraddizioni. In particolare, l’antico conflitto tra nomadi (loro) e sedentari (noi), assume una nuova veste nel quadro della globalizzazione.
Sfruttamento delle risorse minerarie, servizi, industria, tutto ciò che spinge la Mongolia verso l’integrazione con il mercato internazionale, necessita di lavoro organizzato in unità localizzate e stabili: sembrerebbe che il percorso da società arretrata a società avanzata debba per forza implicare il passaggio da civiltà nomade a civiltà stanziale.
Ma il rischio, oltre al degrado ambientale, è la perdita di biodiversità: un “genocidio culturale“, riprendendo le parole che il Dalai Lama ha utilizzato per definire la “hanizzazione” del Tibet.
Esiste quindi una modernizzazione nomade possibile? Ma poi, che significa “nomade”?
Mi porrò queste e altre domande ma non cercherò di rispondere da accademico (non ne sarei neanche capace).
Racconterò delle storie, da giornalista. Senza nessuna pretesa di autorevolezza.
Per inciso, l’accademico è già là che mi aspetta. Si chiama David Bellatalla, è un antropologo e soprattutto una persona dalla grandissima disponibilità. Sarà un po’ la mia guida ai conflitti della terra di Temüjin (Chinggis Khaan o, come si dice da noi, Gengis Khan).
Con cosa tornerò?
Non lo so. In genere parto con un’idea e torno con tutt’altro. Per cui, dopo tutte questa filippica, aspettatevi pure uno stereotipatissimo reportage su cavalli, cammelli, pecore e cavalieri indomiti. Meglio mettere le mani avanti.
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione