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Beijing consensus

giovedì, maggio 13th, 2010

Ultimamente si sente parlare spesso di “Beijing consensus” contrapposto a “Washington consensus“, cioè in pratica di soft power.
L’esibizione di sfarzo in occasione della cerimonia di apertura dell’Expo ha indotto molti a chiedersi se il cosiddetto “modello cinese” non sia ormai in grado di rivaleggiare con quello Usa.

Va notato che di solito sono gli stessi americani, o comunque gli occidentali, a enfatizzare la crescita di Pechino in termini di appeal, mentre i cinesi evitano l’argomento. Anzi, come rivela l’Economist, i media e le autorità d’oltre Muraglia sono molto riluttanti a parlare di “modello cinese”.
Questione di cultura e strategia: non si vuole mettere la pulce nell’orecchio degli americani e proporsi come potenza concorrente; la trasformazioni “alla cinese” avvengono su tempi lunghi e secondo percorsi carsici e silenti.

Ma in cosa consisterebbe il “Beijing consensus” e soprattutto, esiste davvero?
Circa un anno fa avevamo già parlato di soft power e l’avevamo definito come “capacità di attrarre gli altri Paesi e perseguire i propri scopi senza metodi coercitivi“, bensì attraverso il potere economico e la superiorità culturale.


Se contrapposto a quello di Washington, il consenso di Pechino è fondamentalmente un modello politico-economico: il termine è stato coniato da Joshua Cooper Ramo in un saggio del 2004 per lo United Kingdom’s Foreign Policy Centre.
Si tratta in pratica di trasformare in parallelo l’economia e la società (mentre il Washington consensus – o “fondamentalismo di mercato” – tende a ridurre il fatto politico a quello economico) attraverso alcuni capisaldi: partito unico, approccio eclettico al mercato, ruolo chiave delle imprese di Stato.

Ma il soft power non è solo questo e forse, come sanno benissimo i cinesi, la Cina non è oggi (ancora?) in grado di competere con gli Usa. Manca per esempio una macchina simbolica come Hollywood, nonostante la recente grande produzione cinematografica del Dragone: si pensi, nella stessa Cina, al flop di “Confucio” contrapposto al successo di “Avatar”.
Manca insomma, la superiorità culturale.

Dopo avere rimarcato i limiti nel “modello” economico e in quello politico (instabilità, poca apertura e trasparenza), osserva giustamente Hua Sheng (华生) in “Il modello cinese che potremmo avere ma non abbiamo” (Osservatorio Economico, 2 aprile 2010):
“Possiamo dire infine lo stesso quando guardiamo a cultura e ideologia. C’è un enorme gap tra la nostra originaria ideologia dominante e la nostra realtà di oggi, economica e sociale, e queto è il motivo per cui osserviamo così tanto caos nelle idee e nella morale“.

Potremmo dire che la Cina oggi è ancora in un’ipotetica “fase 1″: alla ricerca di stabilità interna ed esterna, tranquillizza i vicini sulle proprie intenzioni e socializza parzialmente i benefici della propria crescita economica.
Conquistare i cuori appartiene ancora al futuro.

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Stabilità

lunedì, marzo 15th, 2010

Stabilità. E’ la parola che forse sintetizza meglio la politica cinese di oggi.
Stabilità per continuare a crescere con “armonia“, stabilità per gestire il sommovimento quasi geologico provocato da un miliardo e trecento milioni di persone protagoniste del più stupefacente boom economico della storia.
Stabilità che giustifica ciò che ai nostri occhi occidentali post-illuministi (e spesso interessati e/o condizionati) appare chiaramente come autoritarismo e repressione.

Stabilità evocata come “ovvia” dalle ultime dichiarazioni del ministro dell’Industria, Li Yizhong, che a proposito del contenzioso Cina-Google ha detto: “Se ci sono delle informazioni che attentano alla stabilità del Paese e del suo popolo, è ovvio che dobbiamo bloccarle”.

Ma la stabilità non era certo una priorità ai tempi della Rivoluzione Culturale, quando una generazione di giovani, sguinzagliata da Mao, mise a soqquadro l’establishment politico-sociale del Paese.
E quindi, anche la stabilità potrebbe avere una sua storia relativamente recente, post-maoista.

Wang Hui è forse il più noto rappresentante della nuova sinistra cinese (lui preferisce definirsi “intellettuale critico“, essendo “nuova sinistra” un concetto di derivazione occidentale), autore di “Il nuovo ordine cinese“, uscito nel 2006 per Manifestolibri.
Ho scoperto un suo scritto su New Left Review, sempre del 2006, che associa la  stabilità a un processo di “depoliticizzazione” che avrebbe caratterizzato la Cina da Deng in poi: che si sia d’accordo o no, è una bella provocazione per chi pensa che il ruolo del politico sia preponderante e intrusivo anche nella Cina contemporanea.

Intendiamoci sui termini: per Wang “depoliticizzazione” non significa che non ci sia più un controllo esercitato dal potere politico. Al contrario, significa svuotamento del dibattito interno al partito, per farne un mero apparato di controllo, e occultamento dei conflitti sociali, nel nome di una stabilità (appunto) funzionale al mercato.

La “politicizzazione” è l’esatto opposto. E’ ciò che fece Mao quando lanciò la Rivoluzione Culturale per rinnovare il partito contro la sua sclerotizzazione-burocratizzazione: scatenò il dibattito e la ricerca teorica; spontaneità e vitalità dell’agorà politica diedero luogo a forme di organizzazione sociale autonome.
E la violenza?
Per Wang corrisponde alla fase successiva, agli esiti tragici della Rivoluzione Culturale: lotte di fazione che eliminarono ogni possibile sfera sociale autonoma, degenerazione del dibattito politico in strumento di lotta per il potere, idea di classe come concetto meramente identitario. In altri termini, il trionfo della depoliticizzazione.

Così – secondo Wang – un partito “depoliticizzato” (privo di dialettica interna ed esterna) riprese il controllo della situazione.
Da allora, in nome della stabilità, il processo continua e la Rivoluzione Culturale è agitata come spauracchio. Così lo stato-partito ha la scusa per negare un’analisi critica dei problemi cinesi (corruzione, diseguaglianza sociale, crisi delle campagne e ambientale).

Attenzione, la depoliticizzazione prosegue secondo Wang parallelamente sia in Occidente sia in Cina, in un percorso simile.
Il partito, che sia unico (Cina) o sia un coacervodi più formazioni che dicono tutto sommato la stessa cosa (Occidente), non è più un’organizzazione con propri valori politici, bensì un meccanismo del potere (lo “stato-partito” cinese o lo “stato-multipartito” occidentale) che indica un’unica strada: la modernizzazione attraverso il mercato.
Il dibattito riguarda solo i dettagli tecnici su come ottenerla.

Così il mercato si autonomizza dalla politica e invade ogni sfera della vita.
Con l’avvento del capitalismo finanziario sovranazionale si rafforza ancor più l’idea di un mercato che si autoregola spontaneamente e che, così, può entrare nelle sfere politica, culturale, domestica, come un processo apolitico, “naturale“.
La peculiarità cinese consiste nel fatto che è la stessa elite del partito che cerca di governare questo processo.

In Cina, la fine della vitalità politica è dimostrata dall’assenza di ogni dibattito sulla “linea” e dal continuo richiamo all’unità del partito. Le riforme economiche diventano l’unico interesse del Pcc.
I dibattiti su come “occidentalizzare” il sistema politico cinese non sono altro che un’estensione di questo processo di depoliticizzazione.
Modernizzazione, globalizzazione e crescita sono concetti chiave di un’ideologia politica “antipolitica” o “depoliticizzata”.

In particolare, secondo Wang, ci sono tre elementi che ben illustrano lo stadio attuale della depoliticizzazione in Cina:

  • è diventato indistinto il rapporto tra elite politica e proprietari del capitale, è cambiata la base di classe del partito (si pensi alla teoria delle 3 rappresentanze di Jiang Zemin – 三个代表, Sān gè Dàibiǎo)
  • alcune funzioni economiche sono state cedute a organizzazione sovranazionali (Wto) che consolidano un ordine globalizzato e depoliticizzato
  • mentre il mercato è naturalizzato e lo stato è depoliticizzato, le divisioni sul tema dello sviluppo diventano mere dispute tecniche sui meccanismi di aggiustamento del mercato. Le divisioni tra lavoro e capitale, sinistra e destra, scompaiono

Gli “apparati ideologici di stato” (in Cina, i ministeri della Propaganda, della Cultura e dell’Educazione) supportano questa esigenza di stabilità per la supremazia ideologica del mercato, creano la sua egemonia.

Che fare?
Wang vede una contraddizione nel fatto che la Cina si richiama a valori socialisti.
Come fa lo stato-partito a riaffermarli di continuo mentre procede sulla strada che provoca le tipiche diseguaglianze del mercato? Come si può demaoizzare fino in fondo, se lo si fa nel nome di Mao?
L’unica possibilità per gli apparati di stato è quindi quella di reprimere tout court.
Qui, per Wang, sta paradossalmente la speranza: non si tratta di tornare al passato, ma di rivitalizzare di continuo la tradizione socialista e internazionalista cinese, il pensiero critico, di modo che l’apparato di potere sia sempre costretto a farci i conti.

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Cina-Usa, la tensione sta già scendendo

lunedì, febbraio 8th, 2010

Parla Francesco Sici: “I tempi elettorali americani non coincidono con i tempi lunghi cinesi”

Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.
Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.

  • Dall’inizio dell’anno la temperatura dello scontro tra Cina e Usa si è fatta improvvisamente alta. Proprio quando sembrava si andasse inevitabilmente verso un G2 di fatto. Lei però ritiene che le cose vadano già meglio. Perché?

La febbre si sta abbassando, diciamo che siamo attorno ai 38, 39°. Il punto è che uno scontro duro è insostenibile. Non conviene a nessuno, perché le due economie sono troppo interlacciate. Per la Cina significherebbe perdere le proprie riserve monetarie; per l’America, perdere l’unica economia disposta a comprarle il debito.
Sicuramente però gli Usa provano un sentimento di fiducia tradita. L’amministrazione Obama ha passato il primo anno scommettendo sulla Cina e ratificando l’idea di G2. La Cina doveva darle in cambio l’accordo a Copenaghen sul clima, aiuto con la Corea del Nord, L’Iran, l’Afghanistan, e la rivalutazione dello Yuan-Renminbi. Su questi dossier, Obama non ha ottenuto praticamente nulla.
L’aiuto è arrivato in un altro settore: la Cina ha continuato a comprare bond del Tesoro Usa. Le riserve cinesi hanno superato i 2.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei nouovi bond (300 miliardi) sono americani.
Poi c’è l’aiuto industriale: la Cina ha commissionato all’America molte attrezzature per il risparmio energetico. Però l’impatto economico arriverà lentamente e Obama ha scadenze elettorali.
Sui temi di politica estera – per ragioni di tradizione culturale e interesse geopolitico – la Cina è restia a interventi immediati e preferisce le pressioni dietro le quinte. Ma, per l’America, ciò che non si vede, non è spendibile elettoralmente.

  • Facciamo una ricostruzione dei momenti salienti di questa crisi.

Prima c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen.
Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu Xiaobo, il giorno di Natale, e la condanna a morte del narcotrafficante di passaporto britannico Akmal Shaikh, il 28 dicembre. La Cina ha sottovalutato l’effetto moltiplicatore di questi due casi.
A quel punto, credo che negli Usa sia scattato il semaforo verde per lo scandalo Google, che in realtà bolliva in pentola da mesi.
La vicenda ha tre aspetti. Uno riguarda la libertà di comunicazione, che in Cina non c’è, ma lo si sapeva anche prima. E Google aveva già accettato di operare in Cina sotto censura.
Poi c’è un problema di sicurezza. I cinesi entrano nei siti e nella posta altrui, ma questo lo fanno tutti i governi seri, anche quello americano. E’ ovvio che, da utente, uno si fida più di un governo democratico – che ha dei limiti visibili – che di uno autoritario.
Infine c’è il problema commerciale. Google ha una posizione minoritaria sul mercato cinese, diversamente che nel resto del mondo.
L’elemento chiave è però la politica interna americana: il 19 gennaio c’è la sconfitta elettorale in Massachusetts; il discorso di Hillary Clinton sulla libertà di internet è del 21 gennaio.
I cinesi l’hanno vissuto come un fulmine a ciel sereno perché non avevano capito che nei rapporti bilaterali bisogna considerare anche il problema della politica interna Usa. Tra l’altro, mentre Obama perdeva elettori a destra e sinistra, anche i cinesi si sono trovati in difficoltà: a Copenaghen si sono sentiti traditi.
Pensavano: annunciamo che abbattiamo unilateralmente le emissioni del 40%. Inoltre non chiediamo soldi per farlo. Credevano che questo li avrebbe messi in buona luce ed esentati dal controllo internazionale. Invece c’è stato lo scontro sul monitoraggio internazionale che per la Cina è un intrusione. Lì c’è stato l’inizio dello scollamento.

  • Quali sono invece le potenziali tappe di un riavvicinamento?

A questo punto la Cina ha capito che deve portare qualcosa al tavolo di Obama. Il primo dossier potrebbe essere la Corea del Nord.
Wang Jiarui
, capo del dipartimento Affari Internazionali, è partito per Pyongyang e dovrebbe tornare con la disponibilità di Kim Yong-Il a riprendere i colloqui a sei sul disarmo.
Il tono del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è tornato nel frattempo molto misurato anche perché nel frattempo l’America ha rincarato la dose con la faccenda della vendita delle armi a Taiwan e la questione del Dalai Lama.
La Cina si sta affrettando a produrre qualche risultato tangibile. Se questo accade, il rapporto tra Usa e Cina potrebbe uscire rafforzato e, a ben pensarci, la Cina sarebbe forse l’unico paese ad avere offerto qualcosa di realmente concreto agli Stati Uniti.
Ci sono due appuntamenti da tenere d’occhio: Il viaggio in Cina del segretario della Difesa Usa Robert Gates, previsto tra febbraio e marzo. Non è chiaro se sia stato cancellato o no. Poi c’è il vertice di Washington sul disarmo nucleare ad aprile: bisogna vedere se Hu Jintao ci andrà.
Si capirà tutto nelle prossime settimane.
Di sicuro c’è che la diplomazia cinese sta lavorando a pieno regime. Lo dimostra tra l’altro il rilascio da parte della Corea del Nord dell’attivista americano, il missionario Robert Park, che si era introdotto clandestinamente nel paese a Natale.

Su entrambi i punti non c’è disaccordo. La Cina ha già detto che rivaluterà la moneta, probabilmente del 10 per cento entro la fine di quest’anno e poi ancora in seguito.
Il problema è: quando farlo? Per Obama è un problema elettorale, per la Cina di economia interna. Significa svalutazione delle riserve, penalizzazione dell’export e arrivo di fondi speculativi che Pechino proprio non vorrebbe. Quindi la Cina sta cercando di capire quando rivalutare. Intanto sposta la data sempre un po’ più in là.
Sull’altro tema, l’America ha ormai abbassato il livello di guardia e accettato di trasferire tecnologie duali (che hanno un’applicazione sia civile sia militare, ndr). C’è ovviamente il nucleare. E’ inoltre già stato firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per un impianto solare avanzato. Poi turbine, impianti eolici.
Ma il punto è che si parla di grandi complessi industriali: la Cina costruirà 30 nuove centrali atomiche, ma ci vogliono vent’anni per farne una. Dal momento in cui si firmano i contratti a quando l’economia americana ne vedrà gli effetti, ci vorrà del tempo. Di nuovo, per Obama è un problema di scadenze elettorali.
Per la Cina è tuttavia più interessante comprare tecnologie dall’America, piuttosto che da altri, anche per ragioni politiche.

  • In che cosa Usa e Cina faticano a capirsi?

Ci sono profonde differenze culturali e paradossalmente più i due paesi si avvicinano, più le differenze vengono a galla.
Ma il problema è soprattutto di tempi, per cui le agende di Cina e Usa sono diverse.
Il tempo americano è elettorale, è stretto, anche perché c’è la stampa che ti mette sotto pressione ogni giorno.
Il tempo cinese è molto più lungo. Un presidente sta al potere dieci anni e – anche se i risultati in politica estera sono importanti anche per lui – non ha scadenze elettorali.
Questi tempi diversi creano condizionamenti folli. Su alcune questioni internazionali ci vogliono tempi lunghi, allora i cinesi tendono a porle fuori dall’agenda principale: l’Africa, l’America latina. Ma alcuni dossier – Afghanistan, Iran, Corea del Nord – sono al centro dell’attenzione e l’America chiede risultati immediati.

I cinesi sono proprietari di concessioni minerarie in Afghanistan. Come mai? Perché nessun altro voleva prenderle. La sicurezza di questi siti è garantita da esercito afghano e Nato che ora chiedono alla Cina una collaborazione.
Non solo. L’America ha chiesto alla Cina di sfruttare il suo accesso all’Afghanistan attraverso lo Xinjiang, una vecchia strada che fu già utilizzata dagli Usa per rifornire i mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Allora i rifornimenti arrivavano soprattutto dal Pakistan ma, storia poco nota, anche dalla Cina. Quindi la Cina c’è già in qualche modo implicata.

  • Qual è il sentimento diffuso nella società cinese verso l’America di Obama?

Oggi discutevo con un imprenditore cinese che mi diceva: “Ma perché gli americani ci danno così fastidio sul nulla?
L’uomo della strada se ne frega del dissidente Liu Xiaobo.
Sull’esecuzione di Shaikh è d’accordo con la condanna. Dice: “C’è la pena di morte per traffico di droga, la applicano con noi, perché non dovrebbero applicarla con uno straniero?”.
Su Copenaghen i cinesi sono d’accordo con il loro governo e su Google sono generalmente utenti di Baidu. Sanno che il governo entra nelle mail, ma non si fidano di altri governi più che del loro. Noi occidentali siamo più portati a schierarci con Google, loro sono scettici nei confronti di tutti.
Le armi a Taiwan e il Dalai Lama sono invece argomenti che infiammano il sentimento nazional-patriottico della Cina.
Il concetto è: “Gli americani sono stupidi a crearci sempre problemi. Sai che c’è? Tu vendi armi a Taiwan e io le vendo all’Iran”.
Quindi in realtà il governo è più disposto a mediare, guarda più sul lungo termine, rispetto a un’opinione pubblica già abbastanza infervorata.

Questo articolo compare anche su PeaceReporter

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Cina-Usa: il dossier delle tensioni

lunedì, febbraio 8th, 2010

Sto curando per PeaceReporter, in collaborazione con Enrico Piovesana, un dossier su tensioni & distensioni tra Cina e Stato Uniti.
L’idea è di proseguire con diverse puntate e sviscerare la vicenda in tutti i suoi aspetti: geopolitici, economici, di politica interna, ma anche culturali.

Il dossier è iniziato con un suo editoriale molto documentato: Perché gli Usa provocano la Cina?
Inquadra i termini della questione e, come fa intuire il titolo, è già un’ipotesi di lavoro:
gli Usa, ex potenza egemone, stanno alzando il livello dello scontro per reagire allo spostamento verso Oriente dell’egemonia globale.

In arrivo da parte mia (cioè più sul lato cinese), c’è un’intervista con Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, che intravede invece un riavvicinamento già in corso tra i due Paesi.
Ho già in mente un paio di altri interventi.
I miei pezzi compariranno anche su questo blog.
Beh, che posso aggiungere: leggeteci!

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