“Società progressista”, nazionalista e maoista, è un caso: più che i contenuti, colpisce il linguaggio
Potrebbe essere definito un sito hardcore, nel senso di estremo, violento. Si chiama Jìnbù Shèhuì (进步社会), “società progressista” e nell’header reca in bella vista l’immagine di un panda armato di Kalashnikov con una bandiera cinese sullo sfondo affiancato dal volto di Mao Zedong.
Destra? Sinistra? In Cina, anche le nostre categorie si mescolano, è più importante soffermarsi sui contenuti, organizzati in quattro categorie molto esplicite: “Impiccare gli schiavi dell’Occidente“, “Media marci“, “Il nuovo movimento di emancipazione ideologica“, “Guerra soft“.
Gli autori si definiscono “patriottici“.
E’ il nuovo fenomeno della Rete cinese e Globalvoices- il network internazionale di blogger – lo analizza accuratamente.
Ciò che colpisce di più gli utenti internet cinesi, che si esprimono nei forum e nei microblog di altri siti, non sono le posizioni politiche di “società progressista”, per altro affini a quelle espresse da libri best-seller come Zhongguo keyi shuo bu (“La Cina può dire di no”) e Zhongguo bu gaoxing (“La Cina è infelice”).
A scioccare è il tono: la violenza verbale e il fatto che i contenuti “sensibili” non siano per il momento censurati.
Demaoizzazione nel nome di Mao, ovvero giustificare il presente attraverso la storia. Ma il gruppo dirigente non è unito
Il Dragone turbocapitalista deve fare i conti con le forti diseguaglianze sociali e così il fantasma di Mao Zedong salta fuori dallo sgabuzzino. Un articolo del quotidiano in lingua inglese China Daily del primo luglio riconosce l’esistenza del problema:
la prosperità economica “ha creato anche problemi sociali di diseguaglianza e crescenti differenze di reddito, inducendo sempre più persone a rimpiangere i ‘bei vecchi tempi’ del presidente Mao.”
Il compito di trovare il giusto mezzo tra Mao “grande leader” e “capo autoritario” è dunque lasciato allo storico Xiao Yanzhong, che ripercorre sia gli errori del Grande Timoniere – il Grande balzo in avanti (1958-60), la Rivoluzione culturale (1966-76) – sia i successi: la costituzione della Repubblica Popolare (1949), la nomina di successori che garantissero riforme a lui postume e l’idea di una “rivoluzione permanente” che attraverso la mobilitazione delle masse impedisse al potere – rappresentato da funzionari di partito e intellettuali – di sclerotizzarsi.
Stabilità. E’ la parola che forse sintetizza meglio la politica cinese di oggi.
Stabilità per continuare a crescere con “armonia“, stabilità per gestire il sommovimento quasi geologico provocato da un miliardo e trecento milioni di persone protagoniste del più stupefacente boom economico della storia.
Stabilità che giustifica ciò che ai nostri occhi occidentali post-illuministi (e spesso interessati e/o condizionati) appare chiaramente come autoritarismo e repressione.
Stabilità evocata come “ovvia” dalle ultime dichiarazioni del ministro dell’Industria, Li Yizhong, che a proposito del contenzioso Cina-Google ha detto: “Se ci sono delle informazioni che attentano alla stabilità del Paese e del suo popolo, è ovvio che dobbiamo bloccarle”.
Ma la stabilità non era certo una priorità ai tempi della Rivoluzione Culturale, quando una generazione di giovani, sguinzagliata da Mao, mise a soqquadro l’establishment politico-sociale del Paese.
E quindi, anche la stabilità potrebbe avere una sua storia relativamente recente, post-maoista.
Wang Hui è forse il più noto rappresentante della nuova sinistra cinese (lui preferisce definirsi “intellettuale critico“, essendo “nuova sinistra” un concetto di derivazione occidentale), autore di “Il nuovo ordine cinese“, uscito nel 2006 per Manifestolibri.
Ho scoperto un suo scritto su New Left Review, sempre del 2006, che associa la stabilità a un processo di “depoliticizzazione” che avrebbe caratterizzato la Cina da Dengin poi: che si sia d’accordo o no, è una bella provocazione per chi pensa che il ruolo del politico sia preponderante e intrusivo anche nella Cina contemporanea.
Intendiamoci sui termini: per Wang “depoliticizzazione” non significa che non ci sia più un controllo esercitato dal potere politico. Al contrario, significa svuotamento del dibattito interno al partito, per farne un mero apparato di controllo, e occultamento dei conflitti sociali, nel nome di una stabilità (appunto) funzionale al mercato.
La “politicizzazione” è l’esatto opposto. E’ ciò che fece Mao quando lanciò la Rivoluzione Culturale per rinnovare il partito contro la sua sclerotizzazione-burocratizzazione: scatenò il dibattito e la ricerca teorica; spontaneità e vitalità dell’agorà politica diedero luogo a forme di organizzazione sociale autonome. E la violenza?
Per Wang corrisponde alla fase successiva, agli esiti tragici della Rivoluzione Culturale: lotte di fazione che eliminarono ogni possibile sfera sociale autonoma, degenerazione del dibattito politico in strumento di lotta per il potere, idea di classe come concetto meramente identitario. In altri termini, il trionfo della depoliticizzazione.
Così – secondo Wang – un partito “depoliticizzato” (privo di dialettica interna ed esterna) riprese il controllo della situazione.
Da allora, in nome della stabilità, il processo continua e la Rivoluzione Culturale è agitata come spauracchio. Così lo stato-partito ha la scusa per negare un’analisi critica dei problemi cinesi (corruzione, diseguaglianza sociale, crisi delle campagne e ambientale).
Attenzione, la depoliticizzazione prosegue secondo Wang parallelamente sia in Occidente sia in Cina, in un percorso simile.
Il partito, che sia unico (Cina) o sia un coacervodi più formazioni che dicono tutto sommato la stessa cosa (Occidente), non è più un’organizzazione con propri valori politici, bensì un meccanismo del potere (lo “stato-partito” cinese o lo “stato-multipartito” occidentale) che indica un’unica strada: la modernizzazione attraverso il mercato.
Il dibattito riguarda solo i dettagli tecnici su come ottenerla.
Così il mercato si autonomizza dalla politica e invade ogni sfera della vita.
Con l’avvento del capitalismo finanziario sovranazionale si rafforza ancor più l’idea di un mercato che si autoregola spontaneamente e che, così, può entrare nelle sfere politica, culturale, domestica, come un processo apolitico, “naturale“.
La peculiarità cinese consiste nel fatto che è la stessa elite del partito che cerca di governare questo processo.
In Cina, la fine della vitalità politica è dimostrata dall’assenza di ogni dibattito sulla “linea” e dal continuo richiamo all’unità del partito. Le riforme economiche diventano l’unico interesse del Pcc.
I dibattiti su come “occidentalizzare” il sistema politico cinese non sono altro che un’estensione di questo processo di depoliticizzazione. Modernizzazione, globalizzazione e crescita sono concetti chiave di un’ideologia politica “antipolitica” o “depoliticizzata”.
In particolare, secondo Wang, ci sono tre elementi che ben illustrano lo stadio attuale della depoliticizzazione in Cina:
è diventato indistinto il rapporto tra elite politica e proprietari del capitale, è cambiata la base di classe del partito (si pensi alla teoria delle 3 rappresentanze di Jiang Zemin – 三个代表, Sān gè Dàibiǎo)
alcune funzioni economiche sono state cedute a organizzazione sovranazionali (Wto) che consolidano un ordine globalizzato e depoliticizzato
mentre il mercato è naturalizzato e lo stato è depoliticizzato, le divisioni sul tema dello sviluppo diventano mere dispute tecniche sui meccanismi di aggiustamento del mercato. Le divisioni tra lavoro e capitale, sinistra e destra, scompaiono
Gli “apparati ideologici di stato” (in Cina, i ministeri della Propaganda, della Cultura e dell’Educazione) supportano questa esigenza di stabilità per la supremazia ideologica del mercato, creano la sua egemonia.
Che fare?
Wang vede una contraddizione nel fatto che la Cina si richiama a valori socialisti.
Come fa lo stato-partito a riaffermarli di continuo mentre procede sulla strada che provoca le tipiche diseguaglianze del mercato? Come si può demaoizzare fino in fondo, se lo si fa nel nome di Mao?
L’unica possibilità per gli apparati di stato è quindi quella di reprimere tout court.
Qui, per Wang, sta paradossalmente la speranza: non si tratta di tornare al passato, ma di rivitalizzare di continuo la tradizione socialista e internazionalista cinese, il pensiero critico, di modo che l’apparato di potere sia sempre costretto a farci i conti.