Posts Tagged ‘salari’

I padroni scappano (e non pagano)

venerdì, ottobre 14th, 2011

Nello Zhejiang, cioè praticamente nella Brianza o Triveneto cinese, c’è una crisi di liquidità. Il governo ha imposto alle banche di stringere i cordoni del prestito per raffreddare l’inflazione e la speculazione immobiliare e, come risultato, ha tarpato le ali alle piccole manifatture votate all’export. Gli industrialotti locali, presi dal panico, scappano letteralmente. Le maestranze restano senza salario.
Questo dimostra come il cosiddetto “modello cinese“, in cui la politica può agire in tempo reale per correggere l’economia,  sia costretto a fare i conti con una complessità che gli sfugge.
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Cina, eguaglianza per legge

giovedì, aprile 21st, 2011

Si punta alla società armoniosa con nuove norme su case, terreni, tasse e salari

Meno requisizioni di terrenidemolizioni di case, più tasse ai ricchi e meno ai poveri,salari medi più alti. In Cina, nuove norme rivelano il tentativo delle autorità di incamminarsi sulla via dell’eguaglianza o, per meglio dire, della “società armoniosa“.

Il primo disegno di legge è alla quarta revisione negli ultimi sei anni, segno che il tema è scottante e controverso. Si tratta di rendere meno arbitrarie le requisizioni di case e terreni, un problema annoso che provoca disordini e tensioni sociali.
Nel 2004, un emendamento alla costituzione della Repubblica Popolare introdusse laproprietà privata in Cina. Una legge del 2007 diede concretezza al principio costituzionale.
In teoria, i contadini avrebbero potuto beneficiare della nuova norma diventando proprietari delle proprie terre. Era infatti il principio di proprietà statale del suolo a permettere ai funzionari locali di espropriare la popolazione rurale con la giustificazione dell’interesse superiore dello Stato.
Ma per non rallentare lo “sviluppo” sancendo l’intangibilità dei terreni posseduti dai contadini, si escogitò una scappatoia: lo Stato fu considerato un soggetto privato a tutti gli effetti, con il pieno diritto di possedere dei beni. La legge del 2007 parlava di “uguale protezione della proprietà statale, collettiva e individuale”. Ma riaffermava al contempo il supremo interesse dello Stato rispetto a quelli degli altri attori sociali.
La proprietà statale includeva “le risorse naturali e le infrastrutture appartenenti allo Stato, le proprietà dei dipartimenti governativi e delle istituzioni promosse dallo Stato”. Inoltre si stabiliva che “il Consiglio di Stato o i governi locali debbano, in accordo con le leggi e in rappresentanza dello Stato, promuovere i diritti e tutelare gli interessi degli imprenditori“.
In pratica, lo Stato e i suoi rappresentanti locali continuano a disporre delle terre. Dato che, soprattutto a livello provnciale e cittadino, gli interessi delle amministrazioni e dei palazzinari spesso coincidono, il potere dei funzionari si traduce spesso in arbitrio.
Il nuovo disegno di legge, di cui non sono ancora chiarissimi i contorni, dovrebbe limitare la possibilità da parte delle autorità locali di compiere requisizioni. Dovrebbe anche renderepiù giusti i rimborsi. Giunge quanto mai opportuno, dato che secondo un rapporto del China Construction Management and Property Law Research Centre, il 2010 è stato un anno record per le demolizioni forzose.
Rivela anche un tentativo da parte di Pechino di ricentralizzare gradualmente le leve dello sviluppo economico. La posta in gioco – la pace sociale – è troppo alta per essere lasciata alla mercé degli interessi locali.

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Cina, forza lavoro mutante

mercoledì, aprile 20th, 2011

I cambiamenti materiali destinati a trasformare il volto del Dragone

La prova che la Cina di domani sarà bendiversa da quella a cui ci siamo ormai abituati viene dall’analisi delle tendenze che riguardano la struttura della forza lavoro.
Una mutazione profonda sta investendo il capitale umano del Dragone e nel giro di qualche anno la “fabbrica del mondo” sarà altro, con tutto quello che ne consegue a livello locale e planetario.
Secondo Li Jianmin, professore di “popolazione e sviluppo” all’università Nankai di Tianjin, sono quattro i processi, già in corso, destinati a trasformare lo scenario.

Primo. In numeri assoluti, il picco della popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) sarà raggiunto nel 2017, con poco meno di un miliardo di “abili al lavoro” (999,6 milioni). Poi, comincerà a decrescere.
Secondo. La proporzione della forza lavoro rispetto al totale dei cinesi toccherà il suo apice nel 2013 (72,14 per cento) per poi calare.
Terzo. Il numero di giovani che ogni anno si affacciano sul mondo del lavoro è già in discesa. Nel 2002 erano 27,9 milioni; nel 2010, 22,5; nel 2015 e 2020 saranno rispettivamente 16,6 e 14,8 milioni.
Quarto. All’interno della popolazione in età lavorativa, è già in calo la percentuale di lavoratori giovani (tra i 15 e i 24 anni) rispetto a quelli vecchi. I primi hanno raggiunto il loro picco nel 2006 (16,63 per cento del totale), nel 2020 saranno solo il 12,84 per cento.

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Cina, come aumentare i redditi?

mercoledì, febbraio 24th, 2010

La Cina non può continuare a vendere roba a chi non è più in grado o non vuole sostenere un alto deficit commerciale.
Dunque, come risolvere questo squilibrio tra il Dragone e l’Occidente?
E’ ormai chiaro che Pechino non è disponibile ad accettare passivamente la ricetta americana, cioè la rivalutazione dello yuan. E’ una soluzione di banale politica monetaria, del tutto appiattita sugli interessi americani, che punta a risultati immediati legati alle ansie elettorali dell’amministrazione Obama.
La Cina non ha interesse ad assecondarla.
Magari lo farà per ragioni politiche, ma la strategia del Celeste Impero appare in realtà di più ampio respiro e di medio-lungo periodo.

Oltre a riformare la struttura dei prezzi e veicolare gli investimenti verso settori meno improduttivi delle aziende di Stato, a Pechino e dintorni si discute molto su come aumentare i redditi per dare maggiore potere d’acquisto alle famiglie. Ergo, per fare il bene dei lavoratori cinesi, creando un mercato interno capace di rosicchiare percentuali di Pil alle esportazioni e, tra l’altro, di assorbire un po’ di export altrui.
Una soluzione per la Cina e per il mondo, considerando soprattutto che oltre Muraglia si stanno di nuovo creando posti di lavoro.

Ora, il punto non è tanto di decidere se aumentare i redditi quanto di capire come. Perché da questo dipendono gli spostamenti di risorse tra diversi strati di popolazione. E’ una scelta non solo economica, ma anche e soprattutto politica.

Secondo Michael Pettis, docente alla Guanghua School of Management dell’Università di Pechino, ci sono 4 modi di farlo, direttamente o indirettamente.

Aumentare i salari nelle aree costiere.
Questa scelta trasferirebbe risorse dalle industrie manufatturiere e imprese statali della costa orientale ai lavoratori. Di conseguenza potrebbe danneggiare la competitività degli esportatori e aumentare il flusso verso quelle aree di migranti a caccia di salari migliori.

Alzare i tassi d’interesse.
In questo caso ci sarebbe un trasferimento di risorse dai debitori delle banche – soprattutto costruttori-immobiliaristi, grandi imprese e soprattutto quelle statali – a chi ha depositi bancari, piccoli risparmiatori compresi. Aumentare il costo del denaro penalizzerebbe gli speculatori e le grandi industrie a forte intensità di capitali. Economicamente sarebbe pregevole, ma non si sa se è sostenibile politicamente.

Rivalutare il renminbi.
Questa opzione, riducendo il costo delle importazioni, veicolerebbe risorse dagli esportatori alle altre imprese e ai nuclei familiari. Probabilmente ne beneficerebbero i poveri, sia in città sia nelle campagne, perché la rivalutazione dovrebbe anche ridurre la pressione inflazionistica sui prezzi agricoli. Naturalmente l’export perderebbe competitività.

Creare un sistema del welfare (sanità, istruzione, sicurezza sociale).
Tale scelta – che è comunque politicamente necessaria e già in agenda – determinerebbe un trasferimento di risorse da chi deve finanziare il welfare (Pettis si augura non siano le famiglie attraverso le tasse) a chi ne beneficerà. Si presume che i maggiori vantaggi sarebbero per il ceto medio urbano e i poveri.

Ognuna di queste scelte ha come effetto nel breve periodo di ridurre il livello occupazionale ma, nel medio-lungo, dovrebbe spostare il peso della crescita verso i consumi interni.
La ricetta possibile sembra insomma essere più reddito ma meno lavoro: scambiare più potere d’acquisto delle famiglie per minore livello occupazionale, utilizzando le risorse finanziarie accumulate finora per creare un welfare che ne limiti l’impatto sociale.
In attesa che dall’aumento dei consumi interni prenda il via un nuovo boom occupazionale.

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