Posts Tagged ‘tecnologia’

Innovazione domestica e d’importazione

mercoledì, aprile 21st, 2010

Mentre stimola l’innovazione prodotta in casa, la Cina apre a quella d’importazione: sia facendo la corte agli esperti stranieri sia riducendo i limiti posti ai governi locali per l’acquisizione di tecnologie straniere.

Un grafico interattivo dell’Economist mostra molto chiaramente come è cambiata la geografia dell’innovazione negli ultimi anni (fino al 2007).
A prima vista, mostra una connessione stretta tra il numero di brevetti internazionali registrati da un Paese e gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Evidenzia inoltre la comparsa sulla scena dei Paesi emergenti.

Entrare nella pagina e schiacciare “Play” in basso a sinistra. La dimensione di ogni punto rappresenta gli investimenti, il colore rappresenta il numero di brevetti pro capite: rosso per una maggiore intensità, blu per una minore. Per il dettaglio delle economie in via di sviluppo, cliccare su “Emerging markets take off” nella toolbar destra. (Fonte: OCSE STI Scoreboard 2009)

La Cina supera ormai in investimenti la Germania, sta rapidamente raggiungendo il Giappone e ad ampie falcate si avvicina al budget Usa. Il numero di brevetti pro capite resta però basso.
Insomma, c’è un problema di allocazione efficiente del denaro speso e di know how.

Per questo motivo, il Dragone importa innovazione. O almeno ci prova.

La prima notizia ci dice che nel quadro di una conferenza sino-americana sull’ingegneria, il vicepremier Zhang Dejiang ha dichiarato che “la Cina dà il benvenuto agli esperti stranieri affinché offrano consigli sullo sviluppo industriale e sull’innovazione tecnologica del Paese, aiutando le imprese cinesi a superare le difficoltà tecnologiche”.

Contemporaneamente, il ministero della Scienza e della Tecnologia ha proposto di allentare la rigida normativa che privilegiava le aziende cinesi nell’acquisto di prodotti tecnologici da parte dei governi locali.
Un disegno di legge, che risale al 10 aprile, permetterebbe alle autorità locali di comprare software, hardware, materiale d’ufficio e prodotti ecocompatibili frutto della ricerca sviluppata all’estero.
Ufficialmente, l’allentamento della politica protezionistica viene presentato come una concessione agli Stati Uniti per allentare le tensioni in materia commerciale.
Ma è chiaro che entrambe le notizie rivelano una precisa linea politica: attirare in Cina più innovazione.

Cina: il treno che non si ferma

Vedi anche:

Share

Tecnologie verdi e commercio diseguale

martedì, gennaio 19th, 2010

Cosa possono vendere gli Usa alla Cina?
La domanda non è banale, visto che la vecchia “Chain Gang Economics” che ha retto il mondo è stata spazzata via dalla crisi. Gli Usa compravano, i cinesi vendevano, i prezzi restavano bassi in Occidente e il Dragone accumulava riserve valutarie, ricomprando poi il debito Usa.
Ora a Washington e dintorni si chiede a Pechino di rivalutare il renminbi un giorno sì e l’altro pure, in modo che i cinesi possano comprare merci americane e che gli americani trovino un po’ meno conveniente comprare quelle cinesi.

Ma, di nuovo, che cosa possono vendere gli Usa alla Cina?

La recente vicenda Google e i precedenti flop di eBay e Yahoo dimostrano che in Cina non si vende l’Information Technology e il web made in Usa. Ovviamente, sposo qui la tesi che quelli di Mountain View abbiano montato il polverone degli hackers perché tanto non riescono a sfondare oltre Muraglia: portiamo via la mobilia e già che ci siamo facciamo anche un po’ di marketing tra le anime belle d’Occidente.

Commercialmente, funzionano invece le catene commerciali che creano uno “stile di vita” attraverso il consumo più immediato: McDonald’s, Kentucky Fried Chicken, Starbucks, Pizza Hut per gli alimentari, Nike per l’abbigliamento.
Ma già sorgono i corrispettivi cinesi e, in quanto a produzioni “semplici”, nessuno ha da insegnare qualcosa ai sudditi del Celeste Impero.

E dunque? Ovvio: gli Usa possono vendere alla Cina tecnologie verdi.
Ma non lo fanno, perché c’è un problema di brevetti, che gli americani hanno paura di farsi soffiare, e soprattutto perché si tratta spesso di tecnologie “duali” (adatte anche allo sviluppo degli armamenti).
“Tra queste c’è ovviamente la tecnologia nucleare, ma anche quella dell’eolico, dove alcune tecnologie possono avere applicazioni militari nell’aeronautica, o meccanismi che possono essere utilizzati per i motori dei camion o dei carri armati.” (Francesco Sisci, “Il no della Cina sull’ambiente“)

La Cina ha da anni imboccato la strada dell’innovazione in materia ambientale (si veda a questo proposito, OECD, 2009, “Eco-Innovation Policies in The People’s Republic of China”, Environment Directorate, OECD), secondo le linee guida di “approccio scientifico allo sviluppo”, “società armoniosa”, “produzioni pulite”, “economia circolare”, “risparmio energetico” e “riduzione dell’inquinamento”.
Oltre dalle pressioni occidentali, la svolta è stata impressa da una sincera consapevolezza dell’emergenza. La Banca Mondiale ha già calcolato in 750mila il numero annuale dei morti cinesi a causa dell’inquinamento. Inoltre, il dissesto ambientale (fiumi e falde inquinati, scioglimento dei ghiacciai himalayani, etc) fa pensare che ciò che è oggi boom economico, domani potrebbe trasformarsi in costi economici.

Anche il pacchetto di stimoli anticrisi enfatizza “risparmio energetico, riduzione delle emissioni, sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e veicoli a basse emissioni”.

Tra il 1998 e il 2005 sono stati depositati in cina 1.237 brevetti di tecnologie ambientali, c’è da pensare che nel periodo successivo siano stati molti di più.

Le tecnologie disponibili a oggi spaziano dai motori ibridi alle tecniche per ridurre le fughe di metano nel settore minerario, passando per i fertilizzanti più eco-friendly in agricoltura e il riscaldamento solare nelle costruzioni.
“Nel settore delle energie alternative (solare, eolico, biomasse e nucleare), la Cina sta profondendo un impegno particolare, con investimenti fino a 293 miliardi di dollari. Alla soglia del 2020, la quota di energia alternativa dovrebbe toccare il 15%, puntando in particolare sull’eolico e sul solare. già nell’ultimo anno la Cina ha raddoppiato la sua capacità in questo campo, pari al 73% dell’energia eolica prodotta in Asia, un terzo di quella prodotta globalmente. Ed è già leader nel solare, avendo scavalcato gli Usa anche grazie a progetti attuati con compagnie americane (come la Westinghouse nella Mongolia Interna)”.
(Margherita Paolini, “Il Drago verde”, in Il clima del G2, quaderno speciale di Limes, dicembre 2009)

Tuttavia non basta. La dipendenza dal carbone continua a essere il problema principale. Oggi il 68,4% della produzione energetica cinese dipende dal carbone “sporco”; nel 2020 si prevede che tale percentuale si abbassi al 62,3%. E’ comunque troppo, considerando che in numeri assoluti il consumo di carbone (e le relative emissioni) aumenterà, perché crescerà il fabbisogno energetico.
Per inciso, su questo tema un processo tecnologico avanzato come il Ccs (carbon capture and storage) sta dando risultati deludenti anche negli Usa (altro Paese parecchio “carbonifero”).

Ed è proprio interesse congiunto Usa-Cina quello di innovare nel ciclo del carbone e di trovare al contempo alternative energetiche.
Non si scappa. E’ solo da questa cooperazione sul piano della ricerca e del trasferimento di tecnologia che può ripartire il cosiddetto G2, in un senso che soddisfi entrambi gli attori in campo: la più grande economia avanzata (che potrebbe riequilibrare il proprio deficit di bilancio) e la più grande economia emergente (che potrebbe continuare il proprio sviluppo accelerato riducendone l’impatto ambientale).
E ne trarrebbe beneficio tutto il pianeta, in una nuova “Chain Gang Economics” un po’ meno da “galeotti incatenati” e un po’ più da partner virtuosi.

Vedi anche:

Share