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Un campo da calcio di nome Mongolia

lunedì, giugno 14th, 2010

La Mongolia è il luogo perfetto per dimenticare il calcio.
Lo dico da milanista fazioso, feroce, tanto antiberlusconiano quanto anti-interista, reduce da un anno calcistico rovinoso, sciagurato, assurdo e doloroso.

Il Paese è 179esimo nel ranking Fifa (su 203 iscritti), al pari del Belize, giusto un po’ meglio delle Isole Cook ma drammaticamente sotto le Seychelles e Samoa.
La Mongolian Football Federation è stata fondata nel 1958, ma dal 1960 al 1998 la nazionale non ha giocato nessuna partita ufficiale.
Poi si è affiliata alla Federazione Internazionale e da allora ha vinto solo sette volte contro tre sole squadre: Guam, Macao e le Isole Marianne Settentrionali.

Non solo: contro la nazionale di Guam è riuscita pure a perdere una volta. Per la cronaca, Guam è l’isola del Pacifico dove nel 1972 venne ritrovato un soldato giapponese ignaro della fine della seconda guerra mondiale: 178mila abitanti e 195esima posizione nel ranking Fifa.

Eppure – incoraggiato forse dal fatto che gli unici due bambini che ho visto sotto casa mia a Ulan Bator con una maglia di calcio indossavano quella rossonera – due calci al pallone li ho pure tirati.
Nulla di strano: la Mongolia “è” un gigantesco campo di football. Da occidente a oriente, un prato infinito che farebbe la gioia di qualsiasi ragazzino delle nostre parti.

C’è solo un piccolo “ma”: qui del calcio non gliene frega niente a nessuno.
Perché?
Ariukaa, una amica della capitale, tira in ballo l’individualismo della sua gente.
“Ai mongoli non piacciono gli sport di squadra. Ci interessano solo quelli di forza, destrezza e soprattutto individuali.”
E già. Qui vanno per la maggiore la lotta, il tiro con l’arco e la corsa dei cavalli. Vedere per credere il Naadam, il festival di luglio che coinvolge l’intera nazione.
E in questo genere di sport, gli eredi di Gengis riescono pure ad uscire dai confini: lo sapete per esempio che alcuni dei migliori campioni di sumo - la tradizionale lotta fra “ciccioni” giapponesi – sono mongoli?

Anche nello sport c’è quindi una linea di demarcazione tra nomadi e stanziali. “Noi” – abituati alle fatiche collettive dell’agricoltura, dell’irrigazione e poi dell’industria – vediamo un prato verde come qualcosa su cui produrre attraverso il lavoro di squadra; “loro” – figli dell’allevamento estensivo, con la densità di popolazione minore al mondo (1.75 ab./km²) – come uno spazio da percorrere o su cui operare in perfetta solitudine.

Ma torniamo alla mia partita, notevole perché avvenuta nel posto forse più assurdo al mondo. Siamo nella taiga al confine tra il Khövsgöl Aimag – la provincia più settentrionale del Paese – e la repubblica russa di Tuva. Siamo a circa mille chilometri e quattro giorni di viaggio (pullman, jeep e poi cavallo) dalla capitale, in uno degli accampamenti primaverili degli tsaatan, il popolo di nomadi allevatori di renne: 200 persone o giù di lì, a 2mila metri d’altezza.

Qui, i giovani del villaggio hanno costruito un canestro di legno. Giocano a basket uno contro uno (al massimo due) con le seguenti regole: chi ha il pallone non è tenuto a farlo rimbalzare, sgomita e spinge fin sotto il canestro e poi prova a cacciarlo dentro. Vince il più grosso o il più alto.
Oggi gli è venuta voglia di farlo con i piedi. Mettono i pali di sassi e ceppi di legno e si comincia, con il sottoscritto ospite d’onore. Giochiamo in ciabatte.

Capisco subito che sono i calciatori più scarsi del mondo. Il pallone (semisgonfio) schizza impazzito da tutte le parti perché chi se lo trova tra i piedi gli tira un calcione nella direzione in cui più o meno sta la porta avversaria e buona notte.
Il paròn Rocco si sarebbe commosso: “Tuto quel che se movi su l’erba daghe, se xe ‘l balon pazienza”.
Provo un lancio filtrante ma niente da fare. Il mio compagno di squadra proprio non se l’aspetta, non capisce come mai non punti dritto come un fuso verso la porta travolgendo tutto quello che trovo e sperando che la palla filtri.
Allora decido di fare da solo. Basta una finta e quelli vanno a farfalle, se poi fai un dribbling e riesci a evitare il calcione fuori tempo, la via del gol è spalancata. Sono pure piccoletti e magri, ’sti tsaatan (i mongoli no, quelli sono dei tronchi d’albero), se proteggo il pallone con il mio corpo mi rimbalzano addosso e si sfracellano al suolo.

Si arriva ai dieci, vinciamo, facciamo pure la rivincita, vinciamo ancora. Segno sette gol nella prima e credo sei nella seconda. Alla fine, preso dal delirio di onnipotenza, mi fermo in campo per insegnare ai ragazzini come si fa il colpo di testa: “Con la fronte! No, non con la nuca… tieni giù le mani, legatele dietro alla schiena!”

Poi riguardo le foto che Zaya ci ha scattato mentre schivavamo sassi, ceppi di legno, arbusti e cacche di renna. L’unico con lo sguardo assassino di Pippo Inzaghi sono io, degli altri si vedono solo i denti: ridono, ridono e ancora ridono. In effetti, ora che ci penso, la colonna sonora della partita è stata un’unica lunga sghignazzata. Si sono divertiti da pazzi, ridevano mentre tiravano calcioni senza senso, ridevano mentre prendevano un gol. Vuoi vedere che quello ridicolo alla fine ero io, preso nell’orgasmo agonistico e ultracompetitivo?

Ritorno a Ulan Bator, sono con Ariukaa all’Irish pub. I Mondiali sono iniziati e tutti i locali del centro hanno gli schermi piatti accesi. I camerieri girano tra i tavoli con i colori dei diversi Paesi pitturati sulle guance, qua e là qualche maglietta delle nazionali.
Oddio – penso – ecco la globalizzazione che avanza, il luogo in cui i nomadi perdono la loro identità e diventano stanziali, complice l’infame baraccone calcistico e la sindrome da bar sport. Fine della biodiversità, sciagura, la narrazione unica che avanza.
“Sono contenta di essere rimasta in città – dice lei – succedono tante cose e poi ci sono i Mondiali“.
Tracollo: “Ma scusa, chettenefrega a te dei Mondiali?”, faccio indispettito.
“Assolutamente niente, però è un evento. E’ una cosa divertente“.

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Economia della renna

domenica, giugno 13th, 2010



«La renna che allevo è molto graziosa
ma anche la mia mamma è molto graziosa

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano

Allevare una renna è la cosa più bella,
Sono così carine quando giocano»

Ashag, pluripremiato cantante della taiga, canta “La mia renna“, canzone che sintetizza perfettamente il mondo degli tsaatan, il popolo di circa 200 anime che vive al confine tra Mongolia e Russia allevando quegli animali.
Questo video è un’anteprima della mostra video-fotografica su cui sto lavorando.

Parlo di “popolo” perché gli tsaatan sono nomadi Dukha dell’ex Uriankhai, l’attuale Tuva, che si sono spostati in Mongolia negli anni ‘40-’50 e hanno vissuto secondo proprie tradizioni diverse da altre etnie mongole (tra di loro parlano il tuvano).
In realtà “tsaatan” (tsaat=renna) è il nome chi gli hanno dato i mongoli (non è dispregiativo comunque), loro preferiscono chiamarsi “taigiin humus” (“popolo della taiga”, in mongolo) oppure “dukha lar” (“gente di Tuva”, in tuvano).

Sono stato 15 giorni con loro.
Gambat, laureato in veterinaria nel 1983, mi ha spiegato che quest’anno a settembre, dopo l’epidemia di brucellosi che ha sterminato gli animali qualche hanno fa, si supererà di nuovo il numero di mille capi. Festeggiamenti previsti per il festival della renna di settembre.

In realtà, l’economia della renna è pura sussistenza. Non si mangia o commercializza la carne, solo gli esemplari vecchi vengono macellati. Si utilizzano i prodotti dell’animale vivo, cioè il latte e la forza lavoro per i trasporti e gli spostamenti nomadici.
Il latte è poco, si munge solo da maggio a ottobre, quando le femmine ce l’hanno per i cuccioli appena nati, e ad agosto bisogna già cominciare a stoccarne una parte (congelato) per il fabbisogno invernale.
Quindi non c’è un surplus da vendere, solo qualcosa da offrire agli ospiti.

Per il resto, gli tsaatan vanno a caccia (unico modo per soddisfare la necessità di carne) o aspettano “regali” dal mondo esterno (anche io ho fatto shopping prima di salire nella taiga: farina, riso, pasta, patate, carote, caramelle per i bambini, etc).

Ora questo non basta più, perché per non restare tagliati fuori dalla modernità devono poter investire sul futuro: far studiare i ragazzi come Ashag e accedere a nuovi consumi, pur senza perdere la propria identità.

Altrimenti tutto precipita verso emarginazione e alcolismo, come già fu per altri popoli. Valga per tutti l’esempio degli indiani d’America, che condividono con gli tsaatan e altri popoli siberiani la tipologia abitativa: il teepee, che qui si chiama “urts“.

Teoricamente si potrebbe aumentare esponenzialmente il numero delle renne, ma questo sconvolgerebbe gli equilibri ecologici e la stessa vita nomade.
Avere più renne pro capite significherebbe spostamenti più frequenti alla ricerca di nuovi pascoli in un ecosistema fragile come quello della taiga. Non solo: la comunità si dovrebbe spezzettare affinché renne e allevatori non entrino in competizione per un medesimo pascolo.

Secondo tutti gli tsaatan con cui ho parlato, l’economia “alternativa” per camminare con le proprie gambe e senza sussidi elemosinati dal governo mongolo è il turismo. In linea teorica, potrebbe soddisfare l’esigenza del “popolo della taiga” di continuare con il proprio stile di vita, nei propri luoghi.

Finora però i tentativi sono andati male perché il turismo è gestito da esterni (tour operator mongoli e Ong varie) e nulla resta in mano loro: i turisti arrivano, scattano foto come se fossero allo zoo e se ne vanno.
Per uscire dalla loro “Shangri-La” simile a un ghetto, gli tsaatan devono autogestirsi un turismo consapevole, ecosostenibile e parecchio rispettoso.
In questo senso va il progetto di mostra a cui sto lavorando: portare “fuori” il messaggio degli tsaatan (il canto di Ashag si sommerà ad altre voci); raccogliere risorse perché possano creare una propria associazione che li rappresenti e, se possibile, far studiare Ashag e quelli come lui.

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Hovsgol aimag map

venerdì, maggio 21st, 2010


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Un giorno di ritardo causa preparativi. Si parte sabato.
Ne approfitto per postare la mappa dell’aimag (che significa sia “tribù” sia “regione”) di Hovsgol, il luogo dove siamo diretti.
Geograficamente siamo già nella Taiga siberiana e gli Tsaatan sono etnicamente tuvani.
Il lago Khovsgol (Khovsgol Nuur) è un’attrazione turistica e alcune famiglie Tsaatan si sono spostate sui suoi bordi per sfruttare il business. Risultato: le renne muoiono, perché non sono abituate a quell’habitat.
Io e i miei due compagni di viaggio ci muoveremo più a ovest-nordovest, nelle zone originarie del popolo.

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Tsaatan

giovedì, maggio 20th, 2010

Nella foto, gli splendidi stivali russi che ho comprato al Naran Tuul, il mercato delle pulci di Ulan Bator e uno dei più grossi dell’Asia. Mi serviranno per andare a cavallo.
Li ha scelti per me Pj, il mio amico tsaatan di cui prima o poi riuscirò a imparare anche il nome vero.
Sto partendo con lui e Zaya, la sua ragazza che è khalkha (l’etnia maggioritaria in Mongolia) e che ha vissuto negli Usa per poi tornare alle radici.
Andiamo nella terra della sua gente, gli “uomini renna“, una minoranza etnica di sole 200 persone.
Starò via una quindicina di giorni e non sarò connesso.

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