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La strategia del filo di perle

venerdì, febbraio 26th, 2010

Cina-Usa: le chiavi militari e della diplomazia in un confronto che attraversa finanza, geopolitica e sfere di influenza mondiali

Nell’ambito del “dossier delle tensioni” tra Cina e Usa, ho fatto un’intervista al generale Fabio Mini sugli aspetti strategico-militari. I link alle singole domande portano a PeaceReporter.

Cina e Stati Uniti possono dare il via a una nuova escalation militare e a una riedizione della guerra fredda? Oppure uniranno le loro forze, non solo economiche, per ridare stabilità al mondo?

L’abbiamo chiesto al generale Fabio Mini, che oltre a conoscere la situazione geostrategica mondiale è stato addetto militare in Cina, nonché curatore italiano di “Guerra senza limiti“, il libro dei colonnelli della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiaosui che, ben prima dell’11 settembre, prefigurava la “guerra asimmetrica” dell’ultimo decennio.
Abbiamo suddiviso la lunga intervista in singoli capitoli. Con Mini entriamo nell’inedita sfida tra Washington e Pechino, tra guerra convenzionale, tecnologica e soft power.

Cina – Usa: le spese militari

Cina – Usa: peacekeeping e soft power

Cina – Usa: frizioni e collaborazioni, modello strategico

Cina – Usa: la strategia del filo di perle

Cina – Usa: Afghanistan

Cina – Usa: il caso Google

“La Cina minaccia l’egemonia degli Usa in una prospettiva di medio termine – conclude Fabio Mini – assumendo il controllo finanziario ed economico di buona parte del mondo.
Gli Stati Uniti minacciano la possibilità di evoluzione della Cina oggi, inducendola a sciupare risorse nella deterrenza e ad irrigidirsi sulle questioni fondamentali. Se non giungono ad un compromesso, entrambe finiranno per costituire la minaccia più grave per tutto il resto del mondo. Che però sembra fregarsene“.

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Cina, come aumentare i redditi?

mercoledì, febbraio 24th, 2010

La Cina non può continuare a vendere roba a chi non è più in grado o non vuole sostenere un alto deficit commerciale.
Dunque, come risolvere questo squilibrio tra il Dragone e l’Occidente?
E’ ormai chiaro che Pechino non è disponibile ad accettare passivamente la ricetta americana, cioè la rivalutazione dello yuan. E’ una soluzione di banale politica monetaria, del tutto appiattita sugli interessi americani, che punta a risultati immediati legati alle ansie elettorali dell’amministrazione Obama.
La Cina non ha interesse ad assecondarla.
Magari lo farà per ragioni politiche, ma la strategia del Celeste Impero appare in realtà di più ampio respiro e di medio-lungo periodo.

Oltre a riformare la struttura dei prezzi e veicolare gli investimenti verso settori meno improduttivi delle aziende di Stato, a Pechino e dintorni si discute molto su come aumentare i redditi per dare maggiore potere d’acquisto alle famiglie. Ergo, per fare il bene dei lavoratori cinesi, creando un mercato interno capace di rosicchiare percentuali di Pil alle esportazioni e, tra l’altro, di assorbire un po’ di export altrui.
Una soluzione per la Cina e per il mondo, considerando soprattutto che oltre Muraglia si stanno di nuovo creando posti di lavoro.

Ora, il punto non è tanto di decidere se aumentare i redditi quanto di capire come. Perché da questo dipendono gli spostamenti di risorse tra diversi strati di popolazione. E’ una scelta non solo economica, ma anche e soprattutto politica.

Secondo Michael Pettis, docente alla Guanghua School of Management dell’Università di Pechino, ci sono 4 modi di farlo, direttamente o indirettamente.

Aumentare i salari nelle aree costiere.
Questa scelta trasferirebbe risorse dalle industrie manufatturiere e imprese statali della costa orientale ai lavoratori. Di conseguenza potrebbe danneggiare la competitività degli esportatori e aumentare il flusso verso quelle aree di migranti a caccia di salari migliori.

Alzare i tassi d’interesse.
In questo caso ci sarebbe un trasferimento di risorse dai debitori delle banche – soprattutto costruttori-immobiliaristi, grandi imprese e soprattutto quelle statali – a chi ha depositi bancari, piccoli risparmiatori compresi. Aumentare il costo del denaro penalizzerebbe gli speculatori e le grandi industrie a forte intensità di capitali. Economicamente sarebbe pregevole, ma non si sa se è sostenibile politicamente.

Rivalutare il renminbi.
Questa opzione, riducendo il costo delle importazioni, veicolerebbe risorse dagli esportatori alle altre imprese e ai nuclei familiari. Probabilmente ne beneficerebbero i poveri, sia in città sia nelle campagne, perché la rivalutazione dovrebbe anche ridurre la pressione inflazionistica sui prezzi agricoli. Naturalmente l’export perderebbe competitività.

Creare un sistema del welfare (sanità, istruzione, sicurezza sociale).
Tale scelta – che è comunque politicamente necessaria e già in agenda – determinerebbe un trasferimento di risorse da chi deve finanziare il welfare (Pettis si augura non siano le famiglie attraverso le tasse) a chi ne beneficerà. Si presume che i maggiori vantaggi sarebbero per il ceto medio urbano e i poveri.

Ognuna di queste scelte ha come effetto nel breve periodo di ridurre il livello occupazionale ma, nel medio-lungo, dovrebbe spostare il peso della crescita verso i consumi interni.
La ricetta possibile sembra insomma essere più reddito ma meno lavoro: scambiare più potere d’acquisto delle famiglie per minore livello occupazionale, utilizzando le risorse finanziarie accumulate finora per creare un welfare che ne limiti l’impatto sociale.
In attesa che dall’aumento dei consumi interni prenda il via un nuovo boom occupazionale.

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China Investment Corporation, il portafoglio del Dragone

venerdì, febbraio 12th, 2010

Non è solo il commercio ad alimentare tensioni e distensioni tra Cina e Stati Uniti. L’interrelazione stretta tra Pechino e Washington passa anche per il mercato finanziario, dove il fondo sovrano cinese svolge il ruolo di protagonista.

La China Investment Corporation (CIC) ha il compito di reinvestire parte delle riserve valutarie cinesi, che oggi ammontano a circa 2.400 miliardi di dollari.
E’ nata nel 2007, per diversificare gli investimenti del Dragone, troppo concentrati sul buoni del Tesoro Usa.
All’inizio aveva una dotazione di 300 miliardi di dollari, ridotti a circa 200 oggi. Dato che le riserve cinesi continuano a crescere, gli analisti prevedono una nuova iniezione di capitali, nell’ordine dei 200 miliardi di dollari, entro la prima metà di quest’anno.

Quando la CIC nacque, la moneta Usa stava svalutandosi. La Cina aveva perciò l’esigenza di creare uno strumento che collocasse parte delle proprie riserve in dollari su investimenti più redditizi. Doveva farlo prima che politiche decise altrove – alla Federal Reserveprosciugassero troppo le ricchezze contenute nei propri forzieri.
Il fondo è diviso in due unità principali: la Central Huijin, che gestisce le partecipazioni sul mercato finanziario domestico, e il Global Investment Portfolio, che cura gli investimenti all’estero. Quest’ ultimo, la vera “longa manus” di Pechino, ha una dotazione che si stima attorno ai 100 miliardi di dollari.

La CIC corrisponde a esigenze soprattutto politiche ed è di fatto controllata dal governo di Pechino, attraverso il ministero delle Finanze.
In pratica, da un lato investe in compagnie che trattano ciò di cui la Cina ha bisogno – soprattutto materie prime e tecnologia - dall’altro punta ad alti rendimenti che possano rimpinguarne costantemente le casse.
Nel 2009, anno della crisi, gli investimenti all’estero hanno generato qualche polemica in Cina: perché bruciare soldi della collettività – prodotti essenzialmente dall’export aggressivo e quindi dalla prolungata stagnazione dei salari industriali – nei dissennati prodotti finanziari occidentali?

In realtà, le strategie della CIC sono prudenti: prevedono infatti quote di partecipazione piuttosto ridotte negli asset stranieri, al massimo attorno al 20%. Il motivo è semplice: Pechino non vuole rischiare esposizioni eccessive in investimenti che di fatto non controlla.
Di fronte alle critiche e alla scarsa redditività dei mercati internazionali, il fondo ha ulteriormente virato a partire dall’estate 2009 verso il mercato domestico, della vicina Asia e, quanto a settori, verso le materie prime e le tecnologie.
Nel novembre 2009, la CIC ha per esempio acquisito una quota di partecipazione del 20% (per 705 milioni di dollari) nella GCL-Poly Energy di Hong Kong: si tratta di una joint venture che prevede la produzione di cellule fotovoltaiche.
Bloomberg ritiene che nella seconda metà dell’anno, il fondo abbia investito circa 10 miliardi di dollari in titoli legati alle materie prime.

Secondo gli analisti, queste scelte permetteranno al fondo sovrano di chiudere il bilancio 2009 con profitti equivalenti al 10% del proprio capitale iniziale (era il 6,8% nel 2008).

In questo quadro, si inseriscono i rapporti con gli Usa.

Dai più recenti dati sugli investimenti della CIC, risulta che al 31 dicembre il fondo possedeva asset Usa per 9,63 miliardi di dollari.
Circa il 63% delle partecipazioni CIC a Wall Street convergono su tre investimenti: Teck Resources Ltd (3,54 miliardi), la più grande compagnia mineraria del Canada; Morgan Stanley (1,77 miliardi di dollari), la holding bancaria recentemente assoggettata alla Federal Reserve; BlackRock (714 milioni), la maggiore società di risparmio gestito a livello mondiale.
Ci sono poi investimenti in compagnie enegetiche, banche e altri operatori finanziari.
In definitiva, dopo l’anno di vacche magre, la fiducia in Wall Street appare di nuovo in crescita, ma l’interesse cinese si è gradualmente spostato dai singoli pacchetti azionari ai fondi d’investimento che controllano più titoli.

Eravamo rimasti all’esigenza di sganciarsi dall’eccessiva esposizione in bond targati Washington, ma l’America che esce dalla porta rientra dalla finestra. Ci si allontanda dai bond targati Washington, ma si ritorna a Wall Street per altre e più fruttifere operazioni, che corrispondono alle esigenze del Dragone: investimenti finanziari sicuri e redditizi più materie prime. Alle spalle, una liquidità così imponente da rendere la Cina, e il suo fondo sovrano, un partner appetibile per molti.

La CIC è una quinta colonna di Pechino? Non necessariamente. Ma è senz’altro l’ennesimo esempio dell‘interazione stretta tra l’economia cinese e quella statunitense: una protagonista della cosiddetta “chain gang economics“, l’economia dei “galeotti incatenati“, metafora che spiega più di mille parole la reciproca dipendenza dei due colossi.

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Cina-Usa, la tensione sta già scendendo

lunedì, febbraio 8th, 2010

Parla Francesco Sici: “I tempi elettorali americani non coincidono con i tempi lunghi cinesi”

Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.
Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.

  • Dall’inizio dell’anno la temperatura dello scontro tra Cina e Usa si è fatta improvvisamente alta. Proprio quando sembrava si andasse inevitabilmente verso un G2 di fatto. Lei però ritiene che le cose vadano già meglio. Perché?

La febbre si sta abbassando, diciamo che siamo attorno ai 38, 39°. Il punto è che uno scontro duro è insostenibile. Non conviene a nessuno, perché le due economie sono troppo interlacciate. Per la Cina significherebbe perdere le proprie riserve monetarie; per l’America, perdere l’unica economia disposta a comprarle il debito.
Sicuramente però gli Usa provano un sentimento di fiducia tradita. L’amministrazione Obama ha passato il primo anno scommettendo sulla Cina e ratificando l’idea di G2. La Cina doveva darle in cambio l’accordo a Copenaghen sul clima, aiuto con la Corea del Nord, L’Iran, l’Afghanistan, e la rivalutazione dello Yuan-Renminbi. Su questi dossier, Obama non ha ottenuto praticamente nulla.
L’aiuto è arrivato in un altro settore: la Cina ha continuato a comprare bond del Tesoro Usa. Le riserve cinesi hanno superato i 2.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei nouovi bond (300 miliardi) sono americani.
Poi c’è l’aiuto industriale: la Cina ha commissionato all’America molte attrezzature per il risparmio energetico. Però l’impatto economico arriverà lentamente e Obama ha scadenze elettorali.
Sui temi di politica estera – per ragioni di tradizione culturale e interesse geopolitico – la Cina è restia a interventi immediati e preferisce le pressioni dietro le quinte. Ma, per l’America, ciò che non si vede, non è spendibile elettoralmente.

  • Facciamo una ricostruzione dei momenti salienti di questa crisi.

Prima c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen.
Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu Xiaobo, il giorno di Natale, e la condanna a morte del narcotrafficante di passaporto britannico Akmal Shaikh, il 28 dicembre. La Cina ha sottovalutato l’effetto moltiplicatore di questi due casi.
A quel punto, credo che negli Usa sia scattato il semaforo verde per lo scandalo Google, che in realtà bolliva in pentola da mesi.
La vicenda ha tre aspetti. Uno riguarda la libertà di comunicazione, che in Cina non c’è, ma lo si sapeva anche prima. E Google aveva già accettato di operare in Cina sotto censura.
Poi c’è un problema di sicurezza. I cinesi entrano nei siti e nella posta altrui, ma questo lo fanno tutti i governi seri, anche quello americano. E’ ovvio che, da utente, uno si fida più di un governo democratico – che ha dei limiti visibili – che di uno autoritario.
Infine c’è il problema commerciale. Google ha una posizione minoritaria sul mercato cinese, diversamente che nel resto del mondo.
L’elemento chiave è però la politica interna americana: il 19 gennaio c’è la sconfitta elettorale in Massachusetts; il discorso di Hillary Clinton sulla libertà di internet è del 21 gennaio.
I cinesi l’hanno vissuto come un fulmine a ciel sereno perché non avevano capito che nei rapporti bilaterali bisogna considerare anche il problema della politica interna Usa. Tra l’altro, mentre Obama perdeva elettori a destra e sinistra, anche i cinesi si sono trovati in difficoltà: a Copenaghen si sono sentiti traditi.
Pensavano: annunciamo che abbattiamo unilateralmente le emissioni del 40%. Inoltre non chiediamo soldi per farlo. Credevano che questo li avrebbe messi in buona luce ed esentati dal controllo internazionale. Invece c’è stato lo scontro sul monitoraggio internazionale che per la Cina è un intrusione. Lì c’è stato l’inizio dello scollamento.

  • Quali sono invece le potenziali tappe di un riavvicinamento?

A questo punto la Cina ha capito che deve portare qualcosa al tavolo di Obama. Il primo dossier potrebbe essere la Corea del Nord.
Wang Jiarui
, capo del dipartimento Affari Internazionali, è partito per Pyongyang e dovrebbe tornare con la disponibilità di Kim Yong-Il a riprendere i colloqui a sei sul disarmo.
Il tono del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è tornato nel frattempo molto misurato anche perché nel frattempo l’America ha rincarato la dose con la faccenda della vendita delle armi a Taiwan e la questione del Dalai Lama.
La Cina si sta affrettando a produrre qualche risultato tangibile. Se questo accade, il rapporto tra Usa e Cina potrebbe uscire rafforzato e, a ben pensarci, la Cina sarebbe forse l’unico paese ad avere offerto qualcosa di realmente concreto agli Stati Uniti.
Ci sono due appuntamenti da tenere d’occhio: Il viaggio in Cina del segretario della Difesa Usa Robert Gates, previsto tra febbraio e marzo. Non è chiaro se sia stato cancellato o no. Poi c’è il vertice di Washington sul disarmo nucleare ad aprile: bisogna vedere se Hu Jintao ci andrà.
Si capirà tutto nelle prossime settimane.
Di sicuro c’è che la diplomazia cinese sta lavorando a pieno regime. Lo dimostra tra l’altro il rilascio da parte della Corea del Nord dell’attivista americano, il missionario Robert Park, che si era introdotto clandestinamente nel paese a Natale.

Su entrambi i punti non c’è disaccordo. La Cina ha già detto che rivaluterà la moneta, probabilmente del 10 per cento entro la fine di quest’anno e poi ancora in seguito.
Il problema è: quando farlo? Per Obama è un problema elettorale, per la Cina di economia interna. Significa svalutazione delle riserve, penalizzazione dell’export e arrivo di fondi speculativi che Pechino proprio non vorrebbe. Quindi la Cina sta cercando di capire quando rivalutare. Intanto sposta la data sempre un po’ più in là.
Sull’altro tema, l’America ha ormai abbassato il livello di guardia e accettato di trasferire tecnologie duali (che hanno un’applicazione sia civile sia militare, ndr). C’è ovviamente il nucleare. E’ inoltre già stato firmato un contratto da 10 miliardi di dollari per un impianto solare avanzato. Poi turbine, impianti eolici.
Ma il punto è che si parla di grandi complessi industriali: la Cina costruirà 30 nuove centrali atomiche, ma ci vogliono vent’anni per farne una. Dal momento in cui si firmano i contratti a quando l’economia americana ne vedrà gli effetti, ci vorrà del tempo. Di nuovo, per Obama è un problema di scadenze elettorali.
Per la Cina è tuttavia più interessante comprare tecnologie dall’America, piuttosto che da altri, anche per ragioni politiche.

  • In che cosa Usa e Cina faticano a capirsi?

Ci sono profonde differenze culturali e paradossalmente più i due paesi si avvicinano, più le differenze vengono a galla.
Ma il problema è soprattutto di tempi, per cui le agende di Cina e Usa sono diverse.
Il tempo americano è elettorale, è stretto, anche perché c’è la stampa che ti mette sotto pressione ogni giorno.
Il tempo cinese è molto più lungo. Un presidente sta al potere dieci anni e – anche se i risultati in politica estera sono importanti anche per lui – non ha scadenze elettorali.
Questi tempi diversi creano condizionamenti folli. Su alcune questioni internazionali ci vogliono tempi lunghi, allora i cinesi tendono a porle fuori dall’agenda principale: l’Africa, l’America latina. Ma alcuni dossier – Afghanistan, Iran, Corea del Nord – sono al centro dell’attenzione e l’America chiede risultati immediati.

I cinesi sono proprietari di concessioni minerarie in Afghanistan. Come mai? Perché nessun altro voleva prenderle. La sicurezza di questi siti è garantita da esercito afghano e Nato che ora chiedono alla Cina una collaborazione.
Non solo. L’America ha chiesto alla Cina di sfruttare il suo accesso all’Afghanistan attraverso lo Xinjiang, una vecchia strada che fu già utilizzata dagli Usa per rifornire i mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Allora i rifornimenti arrivavano soprattutto dal Pakistan ma, storia poco nota, anche dalla Cina. Quindi la Cina c’è già in qualche modo implicata.

  • Qual è il sentimento diffuso nella società cinese verso l’America di Obama?

Oggi discutevo con un imprenditore cinese che mi diceva: “Ma perché gli americani ci danno così fastidio sul nulla?
L’uomo della strada se ne frega del dissidente Liu Xiaobo.
Sull’esecuzione di Shaikh è d’accordo con la condanna. Dice: “C’è la pena di morte per traffico di droga, la applicano con noi, perché non dovrebbero applicarla con uno straniero?”.
Su Copenaghen i cinesi sono d’accordo con il loro governo e su Google sono generalmente utenti di Baidu. Sanno che il governo entra nelle mail, ma non si fidano di altri governi più che del loro. Noi occidentali siamo più portati a schierarci con Google, loro sono scettici nei confronti di tutti.
Le armi a Taiwan e il Dalai Lama sono invece argomenti che infiammano il sentimento nazional-patriottico della Cina.
Il concetto è: “Gli americani sono stupidi a crearci sempre problemi. Sai che c’è? Tu vendi armi a Taiwan e io le vendo all’Iran”.
Quindi in realtà il governo è più disposto a mediare, guarda più sul lungo termine, rispetto a un’opinione pubblica già abbastanza infervorata.

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Cina-Usa: il dossier delle tensioni

lunedì, febbraio 8th, 2010

Sto curando per PeaceReporter, in collaborazione con Enrico Piovesana, un dossier su tensioni & distensioni tra Cina e Stato Uniti.
L’idea è di proseguire con diverse puntate e sviscerare la vicenda in tutti i suoi aspetti: geopolitici, economici, di politica interna, ma anche culturali.

Il dossier è iniziato con un suo editoriale molto documentato: Perché gli Usa provocano la Cina?
Inquadra i termini della questione e, come fa intuire il titolo, è già un’ipotesi di lavoro:
gli Usa, ex potenza egemone, stanno alzando il livello dello scontro per reagire allo spostamento verso Oriente dell’egemonia globale.

In arrivo da parte mia (cioè più sul lato cinese), c’è un’intervista con Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, che intravede invece un riavvicinamento già in corso tra i due Paesi.
Ho già in mente un paio di altri interventi.
I miei pezzi compariranno anche su questo blog.
Beh, che posso aggiungere: leggeteci!

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