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Usa, la guerra sfora il budget

venerdì, luglio 30th, 2010

L’establishment statunitense dà ancora credito alla guerra ma i dubbi cominciano a serpeggiare, soprattutto quando si guarda al portafoglio e al futuro.
E’ quanto emerge da dichiarazioni e analisi made in Usa apparse negli ultimi mesi, fino allo stentato rifinanziamento straordinario della missione in Afghanistan passato al Congresso il 27 luglio.
In quella occasione, 102 democratici hanno votato contro il progetto di legge che sblocca 37 miliardi di dollari per fondi supplementari a sostegno delle guerre in Afghanistan e Iraq. Obama ha dovuto ricorrere ai voti repubblicani che compattamente l’hanno sostenuto (appena 12 contrari), spostando però il baricentro dell’amministrazione a destra. L’anno scorso un disegno di legge analogo aveva registrato l’ammutinamento di soli 32 democratici.

Il punto è che, proprio a causa delle spese militari, il budget federale per l’anno fiscale 2011 appare già da ora inattendibile. E va osservato che il documento economico prevede il congelamento delle spese in tutti i settori tranne uno: la difesa appunto.

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Penisola coreana, il gioco delle parti

mercoledì, luglio 28th, 2010

Dietro alle rinnovate tensioni si staglia la figura dell’erede alla leadership di Pyongyang: Kim Jong-un

Si infittisce il mistero attorno all’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, avvenuto il 26 marzo, che una commissione d’inchiesta controllata da Seul (era formata da esperti militari locali, statunitensi, britannici e canadesi) ha successivamente imputato a un siluro nordcoreano.

In concomitanza con le esercitazioni navali congiunte Usa-Corea del Sud, fonti americane lasciano trapelare la notizia secondo cui l’affondamento sarebbe da inquadrarsi nei preparativi alla successione del “caro leader” nordcoreano, Kim Jong-il, da parte del suo terzogenito Kim Jong-un.
Secondo questa interpretazione, l’”incidente” della Cheonan sarebbe stato voluto dal 27enne erede alla leadership per rassicurare l’establishment militare della Corea del Nord: con lui, la linea politica intransigente di suo padre e di suo nonno è in buone mani.

In realtà, l’ultimo “scoop” – le cui fonte sarebbero Ong sudcoreane con contatti nel nord – riprenda pari pari dichiarazioni risalenti a un mese fa, 27 giugno, rilasciate ad Abc dal direttore della Cia, Leon Panetta.
La Corea del Nord è in questi giorni sottoposta a un accerchiamento sia militare sia mediatico a regia statunitense che punterebbe in realtà a riconfermare il ruolo di Washington nello scacchiere dell’Asia Orientale e del Pacifico.

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Cina, più rigide le regole anticorruzione

martedì, luglio 13th, 2010

Un messaggio ai cittadini e anche agli Usa: nuove misure per controllare meglio i redditi dei funzionari statali

In Cina è in corso l’ennesimo giro di vite sui funzionari corrotti.
Mentre i media danno quotidianamente notizia di punizioni esemplari, il Consiglio di Stato (leggi “il governo”) e il Comitato Centrale del Partito comunista hanno varato una serie di misure che irrigidiscono i controlli sui “nuovi mandarini”. Il varo del nuovo pacchetto coincide con un sondaggio del Quotidiano del Popolo, secondo cui la corruzione è percepita dai cinesi come l’ostacolo principale verso una crescita sia accelerata sia equa. Soprattutto in tempi di crisi globale.

Le nuove regole impongono ai funzionari di dichiarare ogni cambiamento di stato civile e tutti i redditi propri e dei familiari, anche qualora risiedano all’estero: salari, proprietà immobiliari, investimenti in borsa, nei fondi assicurativi e in qualsiasi prodotto finanziario.
Le dichiarazioni andranno fatte su base annua alle sezioni locali del partito, i cui uffici organizzativi e disciplinari – così come i pubblici ministeri – potranno in qualsiasi momento accedere alla documentazione.
La pena prevista in caso di mancata dichiarazione o dati incompleti è il licenziamento. Finora scattava un semplice richiamo.

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Kirghizistan, colpa della Cina assetatrice

venerdì, aprile 9th, 2010

Mentre la Cina vive problemi di siccità da nord a sud – ben riassunti da un articolo di Kent Ewing su Asia Times – c’è chi la considera responsabile (seppure indiretta) del colpo di Stato in Kirghizistan.
E anche in questo caso c’entra l’acqua, vera risorsa strategica del nuovo millennio.
In un’intervista rilasciata a Cristina Giuliano per Apcom-Nuova Europa, Kirill Koktysh – docente di teoria politica all’Università MGIMO di Mosca – identifica nell’emergenza idrica successiva al terremoto in Sichuan l’origine dei problemi per tutta l’Asia Centrale.
E’ una tesi che va approfondita.

Ecco il testo dell’intervista.

Mosca, 9 apr. (Apcom-Nuova Europa) – All’origine dei disordini in Kirghizistan, che hanno portato alla caduta del presidente Kurmanbek Bakiev c’è il problema dell’accesso all’acqua. E l’origine dei sanguinosi scontri di questi giorni va cercata altrove: ben due anni fa nel disastroso terremoto in Cina nella provincia di Sichuan. L’inedita tesi è di Kirill Koktysh, docente di teoria politica all’Università MGIMO di Mosca.
“Il 12 maggio 2008 il sisma distrusse l’intero sistema di irrigazione cinese, costruito in oltre un migliaio e mezzo di anni: Pechino dovette attingere ai corsi d’acqua dell’Ovest del Paese e praticamente tutti i fiumi dell’Asia Centrale hanno origine proprio in Cina” dice Koktysh in un’intervista ad Apcom.
Così Bishkek, secondo lo studioso, si è trovata in una situazione di emergenza, alla quale la classe politica appena defenestrata non ha saputo far fronte.

Per lo più desertici e inospitali, in tutti i Paesi dell’Asia Centrale “garantire l’acqua è un dovere dell’elite. Quella kirghiza non ci è riuscita”, continua il professore.
E anche se l’acqua non arriva a causa della Cina, agli occhi del popolo il vero responsabile è comunque la classe politica locale, sostiene l’esperto.
“Pechino dopo il terremoto ha iniziato a bloccare il 50% delle acque dei fiumi su tutto il suo territorio” sottolinea Koktysh.
“L’Asia Centrale ha iniziato così a soffrire seriamente del problema della mancanza d’acqua. La stessa minaccia sussiste infatti in Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan: e la questione è altrettanto grave e pericolosa”.

In pratica è “la destabilizzazione dell’intera regione e il Kirghizistan è semplicemente il primo della fila”.
Quindi in questo caso più che di spinte politiche, si parla di una vera e propria battaglia per la sopravvivenza.
“Il Kirghizistan come paese non serve a nessuno: è molto povero. I politici sono sempre stati manovrati da differenti soggetti: Russia, Turchia, Iran, Cina, mondo musulmano. Mosca non ‘manovra’ più di altri. Ma l’aspetto più interessante è che la regione non è economicamente autonoma“, e quindi il fine non è tanto aggiudicarsi risorse locali.

Attraverso il Kirghizistan nessuna ‘appetitosa’ via energetica dunque, a spingere per un cambio al vertice. Il Paese della ‘Rivoluzione dei tulipani‘ (2005) è piuttosto uno snodo per la sicurezza internazionale di sufficiente valore.
“Per gli Usa l’interesse era mantenere la base aerea di Manas” come retrovia per le missioni in Afghanistan. “La Russia vuole fermare i grandi flussi di droga da Kabul: quindi due fattori sono in gioco, ma non così forti da motivare un cambio dell’elite. Anzi l’interesse reale di Mosca e di Washington era piuttosto mantenere quella precedente”.

Quindi un paese povero. Di frontiera. Storicamente attraversato da forze molto più grandi di lui. “Alessandro il Macedone è passato da questi territori” nella sua folle corsa verso oriente.
“Poi la regione era rientrata nell’Impero turco, per diventare parte del Turkistan settentrionale, provincia di uno stato ben più grande”.

Secondo una leggenda il Kirghizistan era la terra delle amazzoni, incontrate da Alessandro il Grande, lungo il suo cammino imperialistico. Nella lingua antica infatti “kirk kiz” significa 40 ragazze, ossia le mitiche guerriere. E ora è proprio una donna, la premier Roza Otunbaieva che ha scalzato il presidente Kurmanbek Bakiev. Ma quanto durerà?
“Ha preso il potere, ma non è detto che risolva il problema dell’acqua” conclude il professor Koktysh.
“Questo significa che i disordini si potrebbero ripresentare. Non a caso la Otunbaieva, che è una donna intelligente, ha detto che rimarrà in carica solo sei mesi” fino alle elezioni presidenziali.

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Nucleare e yuan, destini incrociati

giovedì, aprile 8th, 2010

Obama e Medvedev hanno siglato a Praga lo Start-2 – il trattato che riduce a un massimo di 1550 le testate nucleari di Usa e Urss – e intanto il segretario al Tesoro Timothy Geithner vola a Pechino per dicutere di rivalutazione dello yuan.
Grande attivismo della diplomazia Usa sull’asse Russia-Cina in vista del summit sulla sicurezza nucleare in programma a Washington la prossima settimana.

La Cina conferma la presenza di Hu Jintao negli Usa mentre un editoriale di China Daily fa le pulci alla svolta “antinucleare” di Obama che era già stata annunciata lunedì e che contiene due elementi forti: la rinuncia a sviluppare nuove armi nucleari; l’impegno a non utilizzare quelle già disponibili contro Stati che abbiano aderito al trattato di non proliferazione, anche qualora questi ultimi aggredissero gli Usa con armi chimiche, batteriologiche o con un attacco informatico.

La Cina è una delle potenze atomiche “riconosciute” oltre a Usa e Russia. Le altre sono Francia e Gran Bretagna. Poi ci sono Israele, India e Pakistan che sono “Paesi nucleari” di fatto.
L’Iran, che nello scacchiere mediorientale-centroasiatico è di fatto l’unico Stato senza bomba, è il dossier aperto, dato che sta dotandosi di impianti per l’arricchimento dell’uranio. Nell’ambito dell’accordo Usa-Urss se ne è parlato molto e Medvedev ha preso le distanze dall’ex protegé, sposando la linea dura Usa.

Il Dragone è anche l’economia a più rapida crescita e a detta di molti il futuro antagonista globale degli Stati Uniti. Anche Pechino sta facendo pressioni sull’Iran, ma in via riservata, secondo la propria tradizione diplomatica.
Ultimamente, tra Cina e Stati Uniti non sono mancate le tensioni: mancato accordo sul clima, caso Google, continue schermaglie sul commercio internazionale, diversi approcci delle due diplomazie proprio verso l’Iran, armi Usa a Taiwan.

I destini incrociati di armi (nucleari) e soldi (lo yuan) vanno visti in questo quadro così complesso, in cui una concessione su un certo dossier non può che avere ripercussioni altrove.

L’editoriale (“Le armi nucleari sono sempre pronte all’uso“), scritto su China Daily da Hu Yumin – ricercatore presso l’associazione cinese per il controllo degli armamenti e il disarmo – tende di fatto a limitare l’importanza dell’accordo Start-2: la politica degli annunci di Obama non determina sostanziali cambiamenti nello scenario nucleare. Usa e Russia possiedono il 90% dell’arsenale complessivo e le armi nucleari continuano a essere parte fondamentale delle rispettive strategie di difesa.
E altrove, si definisce meramente “simbolico” il nuovo corso.

Hu Yimin insiste sul fatto che la “stabilità” – parola chiave per comprendere l’attuale politica cinese – si ottiene solo cedendo alle Nazioni Unite il controllo del disarmo, che deve comunque essere più accentuato.
Insomma, la svolta di Obama e Start-2 non significano stabilità.
Ma tale stabilità deve essere anche economica, in un rapporto dialettico vincente con la sfera politica: meno tensioni permettono più crescita, che a sua volta consente di ridurre ulteriori tensioni.

E infatti altri articoli commentano il viaggio di Geithner dal punto di vista della ritrovata armonia nei rapporti economici Usa-Cina, accennando solo di sfuggita al tema spinoso della rivalutazione dello yuan e ribadendo la posizione cinese.

A cosa punta Pechino?
Probabilmente a fare qualche concessione agli Usa senza destabilizzare (appunto) la ricetta del proprio boom economico.
Rivalutare lo yuan penalizzerebbe infatti tutto il settore legato all’export e attirerebbe speculazioni. Sì, in prospettiva crescerebbe la domanda interna, ma questo è un processo più lungo. Ci vorranno infatti almeno 10 anni prima che il mercato domestico possa rimpiazzare i mancati ricavi delle esportazioni.

La Cina ha bisogno di acque calme per nuotarci dentro.
Probabilmente, secondo molti analisti, prima o poi rivaluterà. Ma non vuole farlo su pressione Usa o, quanto meno, non vuole che così appaia. In cambio, si aspetta più potere nella stanza dei bottoni.
Dal punto di vista cinese, anche l’accordo Start-2 rientra in questo tourbillon diplomatico di più ampio respiro.

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