Al via il welfare alla cinese
martedì, giugno 7th, 2011
Una legge di sicurezza sociale rende il Dragone un po’ più simile all’Occidente e coinvolge anche gli stranieri. Ma i primi a lamentarci siamo proprio noi
Entra in vigore il primo luglio, ma già scatena polemiche: è la legge di sicurezza sociale cinese, approvata lo scorso ottobre. Per le autorità di Pechino è un passo verso l’integrazione con i Paesi sviluppati d’Occidente, nel segno del welfare, dei diritti e dei doveri. Ma per chi ha puntato sulla Cina come paradiso del business senza vincoli, è una sciagura.
La legge è il primo tentativo organico di trovare risorse per finanziare lo stato sociale. In estrema sintesi, prevede che sia imprese sia dipendenti che operano e risiedono in Cina paghino le tasse che andranno poi a finanziare pensioni, sistema sanitario, sussidi di disoccupazione, infortuni sul lavoro e maternità.
Si applica anche agli stranieri che da più di sei mesi lavorano in Cina, e qui sorgono i problemi. Se autorità e commentatori locali sono infatti concordi nel sostenere che la legge “assicurerà ai dipendenti stranieri gli stessi benefici dei cinesi” (nonché i doveri), il Wall Street Journal e alcune imprenditori occidentali si sono già affrettati a sottolineare come Pechino intenda far pagare ai cosiddetti expat il proprio welfare.
I circa seicentomila stranieri che lavorano in Cina, di fatto, pagheranno le tasse e potranno accedere ai servizi previsti dalla legge. Nulla di strano: giusto per fare un esempio, anche un italiano che vive e risiede in Svezia paga tasse e contributi previdenziali che poi gli ritorneranno sotto forma di cure sanitarie e pensione d’anzianità.
Nel malcelato fastidio espresso dal capitalismo occidentale c’è sicuramente un aspetto ideologico: la salute non è un diritto, ma una merce che si paga; e per la pensione ci sono le assicurazioni private. Ma il problema sembra risiedere soprattutto nella traduzione nel particolare contesto cinese di un principio condiviso dai più e della conseguente norma di legge.
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