Posts Tagged ‘wen jiabao’

La Cina e il gelsomino (2)

lunedì, febbraio 28th, 2011

La riforma dell’Hukou potrebbe essere la prossima mossa di Pechino per evitare rivolte del pane

Wen Jiabao, il premier cinese, ha promesso che l’Hukou – il sistema di residenza registrata e obbligatoria in vigore dall’antichità – sarà riformato a breve. L’ha fatto in un’intervista concessa in contemporanea a due organi d’informazione ufficiali – l’agenzia Nuova Cina e il portale del governo – e basata su domande poste dagli utenti online.

L’Hukou è il dispositivo giuridico che, in epoca contemporanea, ha permesso alla Cina di divenire la fabbrica del mondo.
All’epoca di Mao, quando i cinesi erano soprattutto contadini, la comune popolare d’appartenenza pensava al loro fabbisogno anche in termini di welfare (educazione, sanità). A quell’epoca, l’Hukou serviva a contenere la migrazione verso le città e quindi l’urbanizzazione incontrollata.

Con l’avvento delle riforme, alla fine degli anni Settanta, l’Hukou fu progressivamente allentato e si concesse libertà di spostamento, perché era funzionale allo sviluppo industriale: i lavoratori migranti fluivano verso le Zone Economiche Speciali create da Deng Xiaoping e creavano quell’esercito industriale a basso costo che ha permesso alle industrie occidentali di delocalizzare (sia fabbriche sia investimenti) e alla Cina di crescere sull’onda dell’export. Tuttavia le misure di sicurezza sociale rimasero legate alla residenza nel luogo d’origine. Si creò così una liudong renkou (“popolazione fluttuante”) mercificata e priva di diritti, in un regime economicamente inclusivo ma socialmente e politicamente esclusivo. Una sorta di apartheid non basato sulla razza, ma sulla localizzazione geografica: la polarizzazione città-campagna.

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Wen Jiabao e lo shopping greco

martedì, ottobre 5th, 2010

Economia ma anche politica nel viaggio europeo del premier cinese

Se l’America mi attacca, cerco alleati in Europa. Il viaggio nel Vecchio Continente del premier cinese Wen Jiabao nasce nel cono d’ombra creato dal recente disegno di legge Usa che consentirà misure protezionistiche contro le merci made in China. E quindi il Dragone cerca una sponda dalle nostre parti, puntando sia ai singoli Paesi sia alle istituzioni comunitarie, in un itinerario che mette in fila Grecia, Unione Europea (a Bruxelles), Germania, Italia e Turchia.

Non si sa quanto casualmente, il tour di Wen comincia proprio dall’anello più debole del consesso europeo. Atene ha l’acqua alla gola: investita dalla crisi finanziaria, con previsioni a medio termine che vedono consumi stagnanti e investimenti interni depressi, spera nell’export e soprattutto negli investimenti dall’estero.
Gli aiuti europei e del Fondo Monetario Internazionale assommano a 110 miliardi di euro ma saranno dilazionati in tre anni. Non solo: il finanziatori occidentali impongono misure di austerity che hanno già surriscaldato il conflitto sociale.
Ed ecco che spunta la Cina.

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Commercio internazionale e ragioni cinesi

mercoledì, marzo 17th, 2010

“Il basso costo del lavoro in Cina permette alle imprese straniere di tagliare i salari e aumentare i profitti. Ironicamente, i profitti crescenti finiscono nelle tasche dei boss stranieri e la Cina si becca le critiche per gli squilibri commerciali”.

E’ una frase di Tan Yaling, docente di finanza all’Università di Pechino, che rende bene l’idea di quale sia l’approccio cinese al tormentone economico che ci accompagnerà a lungo: rivalutazione dello yuan e squilibri nel commercio internazionale.

Sull’onda delle dichiarazioni del premier Wen Jiabao, la Cina contrattacca: manterrà lo yuan stabile, ancorato al dollaro. O quanto meno, non rivaluterà con la sollecitudine richiesta da Washington e adesso anche dalla Banca Mondiale.
Il renminbi ha mantenuto il cambio fisso con la valuta Usa fino al 2005, poi è stato rivalutato del 20%. L’ancoraggio al dollaro è stato ristabilito nel 2008, quando la crisi ha colpito le aziende votate all’export.

Un articolo di Xinhua spiega in cifre perché rivalutare il renminbi non servirebbe a niente. Di fatto – sostiene – un calo delle esportazioni cinesi penalizzerebbe soprattutto gli occidentali che investono oltre Muraglia, americani in primis.
Nel 2009 il 55,9% dell’export cinese è stato prodotto da aziende straniere con impianti in Cina. Per gli articoli high-tech la percentuale sale all’83%, per quelli elettronici al 75%.
Il 90% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono prodotte da imprese non cinesi.
Sono dati del ministero del Commercio di Pechino, ma anche una ricerca della University of California – sempre citata da Xinhua – sembra confermarli: sul valore nominale di un iPod assemblato oltre Muraglia – circa 300 dollari – solo 4 finiscono in tasche cinesi, mentre la quota maggiore va a designer, fornitori di componenti e venditori residenti altrove.
Quindi il surplus commerciale cinese non si tradurrebbe in grandi profitti.

Ed ecco la via d’uscita:
“Le statistiche dimostrano che nel 2001 il 18,3% delle importazioni high-tech cinesi provenivano dagli Usa. La percentuale è scesa all’8% nel 2008, riflettendo in parte più stretti controlli americani sulle esportazioni in Cina”.
Tradotto: volete ridurre il vostro deficit commerciale? Vendeteci più tecnologia.

Sullo sfondo, ci sono valutazioni di carattere più generale che spiegano le resistenze cinesi a rivalutare la moneta nazionale.
Secondo Francesco Sisci, le autorità cinesi da un lato ragionano in termini di interesse nazionale, dall’altro sono molto scettiche sulla gestione della crisi globale da parte degli Usa. Non si fidano sulle ricette che arrivano da Washington.

“Per quanto riguarda l’interesse cinese, la Cina ha già ventilato la possibilità di rivalutare lo yuan di circa il 10%. Secondo alcune stime la Cina ha riserve per un valore complessivo di circa 3mila miliardi di dollari, quindi una rivalutazione dello yuan significa una perdita teorica secca di 300 miliardi di dollari. Una rivalutazione del 40%, quanto chiedono alcuni economisti americani, avrebbe un valore di 1.200 miliardi!”

Poi c’è il problema della minore competitività delle esportazioni e quindi dell’occupazione: “Calcoli del governo sostengono che 1% di rivalutazione può corrispondere a un 1% di riduzione delle esportazioni e quindi a un diminuzione esponenziale dei posti di lavoro.”

Infine la storia insegna: “Negli anni ’80 gli Usa pressarono il Giappone per una rivalutazione, cosa che contribuì alla stagnazione economica del Paese.(…) Una conseguenza immediata possibile sarebbe l’arrivo di nuovi capitali dall’estero in Cina che spingerebbero a ulteriori rivalutazioni, aumenterebbero pressioni inflattive, e potrebbero spingere a successive fughe di capitali, cosa che farebbe precipitare l’economia cinese.”

Quanto allo scetticismo verso la gestione americana della crisi, Pechino imputa a Washington il fatto di non avere mantenuto le promesse circa l’introduzione di nuovi controlli e regolamenti sulle banche e sulle attività di Wall Street.
La Cina si sente attirata senza difese in territorio avverso, anche perché manca ancora quella riforma delle istituzioni internazionali (Fmi, Banca mondiale) che le assegnerebbe più potere decisionale, commisurato al suo peso economico.
A Pechino, si teme che l’America voglia far pagare a qualcun altro le conseguenze dei propri errori.

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Cina, verso la fine dell’Hukou (户口)

venerdì, marzo 5th, 2010

Il dado è tratto: la Cina vira dalla crescita a tutti i costi alla crescita equilibrata, verso quella “società armoniosa” che è il progetto politico della presidenza di Hu Jintao. Almeno a parole.
Le parole, nella fattispecie, sono state pronunciate dal primo ministro Wen Jiabao in apertura dell’annuale Assemblea nazionale del popolo, in un discorso che ha delineato le politiche per l’anno in corso.
In sintesi: ridurre le disparità sociali mantenendo inalterata la crescita del Pil (almeno all’8%).

Si tratta quindi di redistribuire la ricchezza in un anno che – parole di Wen – sarà “cruciale, ma complicato”.
Come? Si punta sulla crescita interna, cioè sul trasferimento di risorse verso i nuclei famigliari.
Il discorso arriva all’indomani della pubblicazione di dati che rilevano l’accresciuto gap tra ricchi e poveri.
Nel 2009 – scrive il China Daily citando l’Ufficio nazionale di statistica – il reddito netto pro capite ammontava a 17.175 yuan (circa 1.850 euro) nelle città, contro i 5.153 (550) delle campagne. Più del triplo.
Si tratta del gap più alto registrato negli ultimi 32 anni e il governo cinese teme che le tensioni sociali possano provocare danni ben più gravi dei già numerosissimi “incidenti” (circa 90mila all’anno) che si registrano oltre Muraglia.

Wen Jiabao ha quindi annunciato che verrà aumentato il budget per l’edilizia popolare (14,8%), l’educazione (9), la salute (8,8) e le pensioni (8,7). L’incremento medio delle diverse spese sociali supera così per la prima volta la crescita della spesa militare, che per il 2010 è prevista del 7,5%.

In questo quadro si colloca l’ennesima tappa nello smantellamento del passato maoista.
Wen ha infatti anticipato che sarà riformato l’Hukou (户口), il sistema di residenza obbligatoria.
Un editoriale unificato comparso nei giorni scorsi su diverse testate nazionali ne chiedeva l’abolizione tout court, ma è probabile che ci si arriverà grafdualmente, in un processo che durerà per tutto il prossimo piano quinquiennale al via l’anno venturo.
Il sistema, introdotto da Mao nel 1958, mirava a impedire un’urbanizzazione troppo violenta e vincolava i cinesi al proprio luogo natale, separandoli in cittadini e rurali. A questa suddivisione corrispondono diversi standard in termini di servizi sociali.

Tuttavia, negli ultimi 20 anni, l’offerta di lavoro nell’industria ha attirato nelle grandi città dell’est masse di migranti dalle campagne. Arrivati in città, costoro si trovano privati di qualsiasi servizio sociale proprio in quanto non residenti. Sono così “carne da lavoro” senza diritti, come l’accesso al sistema sanitario  e l’istruzione per i figli.
Wen non ha esposto misure concrete per la riforma del sistema ed è probabile che all’inizio un diritto di residenza più flessibile e aperto sarà introdotto in via sperimentale in alcune città minori.

C’è tuttavia una chiara dichiarazione d’intenti e la via che sembra essere stata scelta – migliorare il sistema del welfare – dovrebbe favorire il ceto medio urbano e i poveri. In attesa che, raggiunto un certo livello di benessere, costoro ricambino come esercito di consumatori e serbatoio di consenso.

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