Yuan e rubli negli scambi bilaterali. Paolo Manasse: “Ricerca di stabilità e di autonomia da Washington. Ma non è guerra delle valute”
Cina e Russia hanno deciso di effettuare le transazioni commerciali bilaterali nelle proprie valute (yuan-renminbi e rublo), rinunciando al dollaro come moneta universale di scambio.
L’anno scorso, il commercio tra i due Paesi è stato stimato attorno ai quaranta miliardi di dollari. Si pensa che a fine 2010 ammonterà a sessanta miliardi.
Nell’accordo siglato da Vladimir Putin e Wen Jiabao a San Pietroburgo il 24 novembre, molti hanno visto un capitolo di quella “guerra delle valute” che agita sia i mercati finanziari sia la geopolitica mondiale, con il rinnovato interesse dell’amministrazione Obama per l’Estremo Oriente e la crescita record della Cina, nuova superpotenza. PeaceReporter ha chiesto un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all’Università di Bologna, docente di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano.
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Il summit coreano dei ministri delle Finanze e dei governatori della maggiori economie ha per ora scongiurato il rischio di una guerra delle valute.
“Siamo arrivati a Gyeongju pieni di apprensione – ha sintetizzato la francese Christine Lagarde – ce ne andiamo pieni di aspettative”.
Tutti temevano la “svalutazione competitiva“, cioè la corsa a ridurre il valore relativo della propria moneta per favorire le esportazioni. La Fed statunitense aveva già cominciato a inondare il sistema bancario di dollari per ridurne il valore. Gli Usa, in balia del deficit, puntavano il dito contro la Cina, accusata di mantenere artificialmente basso il valore dello yuan.
In Corea si è giunti al compromesso: il Fondo Monetario Internazionale fisserà degli indicatori, dei campanelli d’allarme universalmente riconosciuti, che segnalino quando gli squilibri globali si aggravano.
Non è invece passata la richiesta Usa di fissare un tetto – il quattro per cento del pil – al surplus commerciale dei singoli Paesi.
Oltre alla Cina, si sono opposti altri campioni dell’export, come Germania e Giappone, che non hanno mancato di ricordare che il rischio di instabilità è dato anche dalle politiche unilaterali della banca centrale statunitense.
La crescita dell’economia cinese ha raggiunto l’11,9% nel primo trimestre 2010 rispetto a un anno prima. Lo ha annunciato l’Ufficio nazionale di statistica del Dragone.
Nel quarto trimestre 2009, il Pil si era già attestato su un +10,7%, +8,9% in quello precedente.
Se gli investimenti pubblici e il credito facile delle banche hanno tirato la ripresa, ora la crescita sembra più equilibrata, basata sui consumi domestici e sul rilancio dell’export.
Tra l’altro, l’inflazioneè cresciuta meno del previsto: 2,2% contro le previsioni del 3%. Aumentano però in maniera sostenuta i prezzi di fabbrica dei prodotti industriali: dal 5.4% al 5.9% in marzo. Segno che l’economia è sempre a rischio surriscaldamento, con gli analisti che agitano il consueto spettro della bolla immobiliare.
Si pensa quindi che le autorità cinesi dovranno rallentare le politiche di stimolo: ridurre il credito e controllare gli investimenti.
Tuttavia il governo cinese tende a inserire gli indicatori economici in un contesto più ampio, fatto anche di problemi politico-sociali.
E’ difficile per esempio che il terremoto in Qinghai non abbia ricadute.
Sappiamo quanto sia perverso il calcolo del Pil: si considera “ricchezza” anche ciò che pone rimedio ai disastri, spesso senza considerare il disastro stesso. Se per esempio la bonifica di un lago inquinato crea reddito per un’impresa di servizi ambientali, ecco che il Pil si impenna.
Ora, è probabile che gli investimenti per la ricostruzione in Qinghai saranno ingenti, stimolando ulteriormente il settore delle costruzioni e facendo segnare un’ulteriore crescita. E’ ricchezza reale?
Contestualizzando la ricchezza, le autorità cinesi hanno quindi definito “molto complessa” la ripresa.
In un rapporto emesso mercoledì (prima che giungesse notizia del terremoto) dal consiglio di Stato – organismo presieduto dal premier Wen Jiabao – ne sono elencati i rischi.
La “grave” siccità nella Cina sud-occidentale, il problema di come aumentare la produzione di grano e il reddito delle popolazioni rurali vengono citati al fianco dei timori per l’inflazione crescente, i rischi finanziari e la crescita della disoccupazione.
Per risolvere i problemi, il governo darà priorità alla conversione dell’economia in senso qualitativo: insomma, meno crescita a tutti i costi, più redistribuzione della ricchezza e innovazione.
La Cina resta, almano nella percezione dei suoi governanti, un Paese a cavallo tra primo e terzo mondo: deve pensare soprattutto a equilibrio e stabilità.
“Il governo introdurrà misure per stimolare la produzione agricola, migliorare la gestione e la regolazione finanziaria, stabilizzare i prezzi, controllare la crescita dei valori immobiliari, espandere la domanda interna, promuovere ulteriormente la ripresa economica, aumentare il risparmio energetico e il taglio delle emissioni, accrescere le politiche di apertura e migliorare la qualità della vita delle persone”.
E’ una visione complessiva nella quale non trova posto la rivalutazione dello yuan, di cui si parla tanto negli Usa e che condiziona i rapporti tra Pechino e Washington. Non significa che non ci sarà. Ma dovrà inserirsi in questo equilibrio, come da “società armoniosa” del presidente Hu Jintao.
Le ricette puramente monetarie – sembra dirci la Cina – non funzionano per la crescita di una società complessa e per i rapporti economici internazionali.
Un incontro di 90 minuti, un incontro che ai più è apparso interlocutorio. Hu Jintao e Barack Obama si sono incontrati a margine del summit di Washington sulla sicurezza nucleare, per la prima volta da quando il clima tra Cina e Usa si è fatto teso.
Molti gli argomenti sul tavolo, nessun chiaro impegno, ma molte sensazioni e probabili “dietro le quinte” che fanno sbizzarrire analisti e commentatori.
Ecco le interpretazioni più significative.
Il presidente Obama “ha avuto assicurazioni” da Hu che la Cina discuterà di nuove sanzioni all’Iran, ma la Cina non conferma. (New York Times)
I 5 punti proposti da Hu per rafforzare i legami Cina-Usa. Tra questi, spicca la richiesta agli Usa di “trattare con cura” le questioni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina: Tibet e Taiwan. (China Daily)
Hu si dice intenzionato a “riformare” lo yuan, dando la sensazione che si muoverà in quella direzione a piccoli passi. (Reuters)
Hu Jintaoresiste agli appelli di Obama sulla rivalutazione dello yuan. (Bbc)
Hu: “Cina e Usa perseguono lo stesso scopo generale sul tema del nucleare Iraniano“. (Xinhua)
La Cina sostiene che le sanzioni non possono risolvere la questione nucleare iraniana. (People’s Daily)
La Cina intende creare un “centro d’eccellenza” sulla sicurezza nucleare ma non si capisce con quali Paesi. (China Daily)
Obamae Medvedevhanno siglato a Praga loStart-2 – il trattato che riduce a un massimo di 1550 le testate nucleari di Usa e Urss – e intanto il segretario al Tesoro Timothy Geithner vola a Pechino per dicutere di rivalutazione dello yuan.
Grande attivismo della diplomazia Usa sull’asse Russia-Cina in vista del summit sulla sicurezza nucleare in programma a Washington la prossima settimana.
La Cina conferma la presenza di Hu Jintao negli Usa mentre un editoriale di China Daily fa le pulci alla svolta “antinucleare” di Obama che era già stata annunciata lunedì e che contiene due elementi forti: la rinuncia a sviluppare nuove armi nucleari; l’impegno a non utilizzare quelle già disponibili contro Stati che abbiano aderito al trattato di non proliferazione, anche qualora questi ultimi aggredissero gli Usa con armi chimiche, batteriologiche o con un attacco informatico.
La Cina è una delle potenze atomiche “riconosciute” oltre a Usa e Russia. Le altre sono Francia e Gran Bretagna. Poi ci sono Israele, India e Pakistan che sono “Paesi nucleari” di fatto.
L’Iran, che nello scacchiere mediorientale-centroasiatico è di fatto l’unico Stato senza bomba, è il dossier aperto, dato che sta dotandosi di impianti per l’arricchimento dell’uranio. Nell’ambito dell’accordo Usa-Urss se ne è parlato molto e Medvedev ha preso le distanze dall’ex protegé, sposando la linea dura Usa.
Il Dragoneè anche l’economia a più rapida crescita e a detta di molti il futuro antagonista globale degli Stati Uniti. Anche Pechino sta facendo pressioni sull’Iran, ma in via riservata, secondo la propria tradizione diplomatica.
Ultimamente, tra Cina e Stati Uniti non sono mancate le tensioni: mancato accordo sul clima, caso Google, continue schermaglie sul commercio internazionale, diversi approcci delle due diplomazie proprio verso l’Iran, armi Usa a Taiwan.
I destini incrociati di armi (nucleari) e soldi (lo yuan) vanno visti in questo quadro così complesso, in cui una concessione su un certo dossier non può che avere ripercussioni altrove.
L’editoriale (“Le armi nucleari sono sempre pronte all’uso“), scritto su China Daily da Hu Yumin – ricercatore presso l’associazione cinese per il controllo degli armamenti e il disarmo – tende di fatto a limitare l’importanza dell’accordo Start-2: la politica degli annunci di Obama non determina sostanziali cambiamenti nello scenario nucleare. Usa e Russia possiedono il 90% dell’arsenale complessivo e le armi nucleari continuano a essere parte fondamentale delle rispettive strategie di difesa.
E altrove, si definisce meramente “simbolico” il nuovo corso.
Hu Yimin insiste sul fatto che la “stabilità” – parola chiave per comprendere l’attuale politica cinese – si ottiene solo cedendo alle Nazioni Unite il controllo del disarmo, che deve comunque essere più accentuato.
Insomma, la svolta di Obama e Start-2 non significano stabilità.
Ma tale stabilità deve essere anche economica, in un rapporto dialettico vincente con la sfera politica: meno tensioni permettono più crescita, che a sua volta consente di ridurre ulteriori tensioni.
E infattialtri articolicommentano il viaggio di Geithner dal punto di vista della ritrovata armonia nei rapporti economici Usa-Cina, accennando solo di sfuggita al tema spinoso della rivalutazione dello yuan e ribadendo la posizione cinese.
A cosa punta Pechino?
Probabilmente a fare qualche concessione agli Usa senza destabilizzare (appunto) la ricetta del proprio boom economico.
Rivalutare lo yuan penalizzerebbe infatti tutto il settore legato all’export e attirerebbe speculazioni. Sì, in prospettiva crescerebbe la domanda interna, ma questo è un processo più lungo. Ci vorranno infatti almeno 10 anni prima che il mercato domestico possa rimpiazzare i mancati ricavi delle esportazioni.
La Cina ha bisogno di acque calme per nuotarci dentro.
Probabilmente, secondo molti analisti, prima o poi rivaluterà. Ma non vuole farlo su pressione Usa o, quanto meno, non vuole che così appaia. In cambio, si aspetta più potere nella stanza dei bottoni.
Dal punto di vista cinese, anche l’accordo Start-2 rientra in questo tourbillon diplomatico di più ampio respiro.